Clemente VII, al secolo Giulio de’ Medici (figlio di Giuliano, il fratello di Lorenzo il Magnifico), sedette sul trono di Pietro dal 19 novembre 1523 al 25 settembre 1534. Il suo pontificato, funestato dallo scisma inglese, dall’apostasia del Settentrione scandinavo, dal Sacco di Roma, e da altre disgrazie dovute anche alla propria imprudenza, è stato definito infausto e infelice:

“Fu Clemente VII Pontefice d’infausta memoria, ma di invitta costanza nelle calamità. Se fu fortunato come Cardinale, fu sfortunatissimo come Pontefice” (Moroni[1]).

“Clemente VII è stato detto il più infelice tra i papi. Questo giudizio è giusto non solo quanto al suo governo, ma anche per la sua memoria” (Pastor[2]).

Però anche di Clemente VII si può dire: “Ha fatto anche cose buone”. Ascoltiamo quello che von Pastor, insigne storico della Chiesa, pur nel suo essere – ci sia consentito dirlo, eccessivamente – fustigatore dei papati primo-cinquecenteschi, dice in merito.

Mentre soffriva perdite su perdite nel mondo antico, la Chiesa guadagnava molte migliaia d’anime nelle terre nuovamente scoperte al di là dell’Oceano: che se là toccavale udire i più forti rimproveri e derisioni, qui udiva dalla bocca dei nuovi cristiani benedizioni per la liberazione dalla notte del paganesimo e ringraziamenti per la protezione contro la crudeltà dei conquistatori. Coloro ai quali dovevasi quest’opera benedetta erano principalmente i figli di san Domenico e di san Francesco. A gara i due Ordini, variamente in ciò aiutati da Clemente VII, mandavano oltre l’Oceano sempre nuovi missionarii pronti al sacrificio. Da una lettera a Carlo V del 19 ottobre 1532 con cui questi ottiene la facoltà di scegliere 120 Francescani, 70 Domenicani e 10 Girolamini per le «colonie delle Indie occidentali» e di mandarli là – ove fosse necessario anche contro il volere dei loro superiori regolari – appare in quale larga misura il papa promovesse l’opera della missione nell’America spagnola. Clemente VII diede un solido appoggio alla cristianizzazione dei territorii di fresco scoperti curando l’ordinario governo ecclesiastico dei convertiti colla creazione della gerarchia. Coi felici successi nel nuovo mondo sta in stridente contrasto il fallimento completo dei tentativi per riunire alla Santa Sede l’impero russo. Fin dal 25 maggio 1524 Clemente VII aveva indi rizzato una lettera al granduca Vasili esortandolo col richiamo alle trattative già corse sotto Alessandro VI e Leone X a riconoscere il primato romano: sotto questa condizione egli metteva in prospettiva la collazione del titolo di reClemente VII si adoprò a confermare i Maroniti e gli Armeni nel fedele attaccamento all’unione fiorentina lavorando in tal senso a mezzo di lettere e nunzi speciali. Al secondo suo convegno con Carlo V a Bologna trovavasi un’ambasceria da parte del re di Etiopia, che portò lettere e doni e prestò solennemente obbedienza … Clemente VII pubblicò la bolla di canonizzazione di Antonino arcivescovo di Firenze non spedita in causa della morte di Adriano V I. Egli poi beatificò il veneziano Lorenzo Giustiniani ed i cardinali Aleman e Pietro di Lussemburgo.0 Oltracciò il papa approvò il culto del beato Giacinto di Polonia e l’ufficio del Nome di Gesù composto da Bernardino de’ Busti. In vario modo egli promosse il culto di Maria e il rosario.[3]


  1. G. MORONI, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, vol. XIV, Venezia, 1843, p. 42 ↩︎
  2. L. VON PASTOR, Storia dei Papi, Vol. IV-2, Roma, 1930, p. 510. ↩︎
  3. Ivi, pp. 533-537. ↩︎


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