di Red.
Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? (Mt 7,3)
Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello! (Mt 23,24)
La vicenda di don Pompei con la sua “sospensione a divinis”, ci ha raccontato molto di quella che il card. Benelli definiva la chiesa conciliare (e delle sue contraddizioni neomodernistiche) ma, ancor di più, ci ha parlato della situazione in cui versa il “mondo di mezzo” (i cosiddetti “conservatori”: né con la Tradizione, né coi turbo-modernisti).
Del caso dell’ex parroco di Sermoneta hanno scritto subito quasi tutti i grandi giornali nazionali e persino riviste che con la cronaca ecclesiastica hanno poco a che vedere, tipo Vanity Fair. Ad arrivare ultimi (o a tacere proprio), sono stati invece i vari blog di area trad-cons.
Già qui la cosa ha del curioso. Don Pompei aveva ed ha il nucleo storico delle sue decine di migliaia di “follower” proprio in quel bacino. Ancor più interessanti sono stati alcuni attacchi al neo-sanzionato, in particolare se pensiamo alla loro provenienza: ovvero realtà che negli ultimi mesi non hanno brillato per prontezza nel vedere, denunciare, spiegare al pubblico problemi ecclesiali ben più gravi di quelli che affliggono la piccola parrocchia di Sermoneta. Misuratissimi nel battere i pugni sul nuovo corso post-bergogliano, sulla continuità Francesco-Leone, sulle blasfemie alle quali stiamo assistendo da tempo (per non parlare del grande tema “Vaticano II”) ma molto risoluti con l’ex parroco. Insomma, prudenti col Vaticano però fermi e decisi per un sacerdote di un paese in provincia di Latina.
Ma andiamo al sodo. In particolare, i severi censori a targhe alterne si appuntano su un’espressione che avrebbe usato nella sua diretta del 5 settembre, riassumendo il senso della sua comunicazione con il vescovo: «Eccellenza, io ho maturato la volontà di non continuare a esercitare il ministero dentro la comunione gerarchica con la Chiesa cattolica, per impossibilità oggettiva, e di unirmi al mondo della tradizione che esercita il sacerdozio cattolico di sempre, in circostanze del tutto eccezionali».
Preoccupati che la frase lasci intravedere la dinamica sottesa ad ogni scisma, corrono ai ripari dando bacchettate a destra e a manca. Ora, in attesa di capire quale sarà il destino di don Pompei, pare evidente a tutti che quella frase non intendesse portarlo verso gli scismatici russi o greci (peraltro vezzeggiatissimi dall’attuale gerarchia) o verso il grande prelato di Carini (che a sua volta vezzeggiava moltissimo Flavia Vento per le note apparizioni sul campo da golf). Nella concitazione di giorni in cui gravava il rischio – e in seguito la comunicazione – di una sanzione, con la seconda diretta saltata a metà perché fatta in condizioni eccezionali nel contesto di una bufera mediatica, si può chiedere un chiarimento, è pure legittimo eccepire sull’uso delle singole parole, si possono fare valutazioni sul discorso in generale ma non ci si può nascondere dietro a un mignolo.
Sia chiaro: la pagliuzza non è la “comunione”, ma l’uso – anzi l’abuso – che si rischia di fare a partire da poche righe, rispetto alla vera questione. Il tema è semplice: salvo casi eccezionali e per nulla indicativi, può un sacerdote essere oggi pienamente cattolico stando in parrocchia? Può affermare stabilmente la dottrina di sempre contro il liberalismo religioso (Sillabo, Pascendi, Mirari Vos, ecc) e contro l’ecumenismo indifferentista (Mortalium Animos, Orientalis Ecclesiae, ecc)? Può celebrare, con la libertà che le spetta di diritto, la Messa di sempre? Può constatare pubblicamente i gravi errori che stanno alla base del Novus Ordo, per non parlare dei frutti disastrosi e della sua genesi in tandem con eretici protestanti e prelati in odore di conventicola? Può denunciare gli abominii di Assisi ’86 e di Pachamama, mostrando ciò che li lega?
A queste e ad un’altra mezza dozzina di domande dovrebbero rispondere, senza arrampicate sugli specchi, certi notisti così desiderosi di studiare ogni virgola delle dichiarazioni di don Pompei. Prima la trave che schiaccia la Chiesa universale da 60 anni, poi la pagliuzza su come migliorare una parola detta o scritta settimana scorsa nella diocesi di Latina.
Si noti peraltro, già ne accennavamo, che la questione è doppia. Chi si straccia le vesti per scismi laziali veri o presunti, dovrebbe correre incontro al “neo-scismatico” con l’entusiasmo con cui vengono omaggiati eretici e dissidenti vari nella prassi vaticana degli ultimi decenni. E pure degli ultimi giorni, col messaggio complimentoso inviato da Leone XIV alla Settimana Ecumenica di Stoccolma, contenente pure un ricordo del “vescovo luterano” che attaccò la Mortalium Animos di Pio XI. Obbediscano alle linee guida ecumenico-sinodali e gli lancino petali di rosa, non articoli piccati.
Dunque sì: se certi conservatori ingoiano il cammello di Stoccolma, abbiano il buon gusto di non filtrare moscerini. Non generalizziamo ovviamente, non tutti hanno taciuto e parlato allo stesso modo, ma «chi ha orecchie per intendere, intenda». Come scrivevamo qualche giorno fa su un altro argomento, non sappiamo se e quanto si tratti di applicazioni dell’ipotesi ZIP o piuttosto di semplici riflessi pavloviani, o di altro, ma questo doppio standard mostra da tempo la corda. La crisi che viviamo va studiata nel suo complesso (vedere Golpe nella Chiesa e Parole chiare sulla Chiesa) e, a prescindere dalle intenzioni, i discorsi fuori fuoco, le mezze soluzioni e i rumorosissimi silenzi fanno il gioco del nemico.
Su temi connessi:
- Vecchie obiezioni, nuove risposte. Al magistero si deve ossequio religioso. Ma a quali condizioni si può parlare davvero di magistero? E attenzione ad esempi fuori luogo sui santi (in 5 punti)
- La giurisdizione e lo “stato di necessità” eccezionale in cui si trova la Chiesa
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Imm.: La parabola della pagliuzza e della trave, Domenico Fetti, 1619 circa. Pub. Dom.
