Marcello Barberini, in religione Antonio, nacque a Firenze il 18 novembre 1569. Nel 1592 entrò nell’ordine dei Minori Cappuccini. A differenza del fratello Maffeo (futuro Urbano VIII), di cui è nota la pratica poetica, fra Antonio non era così letterato, ma rifulgevano in lui ben altre virtù: l’amore per la purezza e per l’evangelica povertà, il disprezzo per le pompe mondane. Pertanto accettò con la morte nel cuore la promozione al cardinalato impostagli dal fratello, che nel 1623 venne eletto al Sommo Pontificato.
Urbano VIII lo creò Cardinale Prete di Sant’Onofrio nel 1624. Nel 1637 opterò per il Titolo di San Pietro in Vincoli e nel 1642 per quello di Santa Maria sopra Minerva. Molto commovente il viaggio che fece a Roma alla vigilia della promozione cardinalizia: «Non si mosse dal suo convento, finché non si vide stretto da espresso comando del Papa. Nel viaggio, che volle fare pedestre, non ammise altra compagnia, che quella dei Frati del suo Ordine, e a motivo di scanzare gli applausi, e l’incontro della gente, lo fece in gran parte di nottetempo. Giunto al Vaticano, si trattenne per lo spazio di due ore nelle prime anticamere del palazzo pontificio senza farsi conoscere. Umiliatosi quindi al Sommo Pontefice, chiesegli in grazia di tornarsene al suo convento, e di perseverare nell’umile professione di Cappuccino»[1].
La porpora non mutò comunque il suo modo di vivere: «Mantenne sentimenti di umiltà, e di modestia, propri di un privato religioso, i quali tra le altre cose lo indussero a recarsi perpetuamente indosso, sotto l’abito cardinalizio, la veste della Religione, e ad usare nella mensa una perpetua frugalità, e parsimonia, contento di qualunque cibo gli venisse posto innanzi. Co’ poveri si mostrò costantemente liberale, è generoso, e oltre molte fabbriche di Chiese e di luoghi pii, che del suo fece costruire, o perfezionare, fondò la Chiesa, e il convento de’ Cappuccini in Loreto, e in Roma, dove parimente fece edificare il Collegio della Madonna del Monti pe’ Neofiti, e la casa per i Catecumeni, la Chiesa de’ SS. Sergio e Bacco coll’annesso Monastero per i monaci Basiliani Ruteni, e il monastero dell’Incarnazione per le vergini nobili, ma povere. Comparti notabili benefici a quello di S. Caterina dei Funari per le miserabili fanciulle, e alla Casa delle Convertite donò seimila scudi, e poi ne le assegnò altri cinquanta il mese in perpetuo, e fondò la Chiesa nel Collegio di Propaganda, a cui donò, tra in vita, e in morte, ducentoquarantamila scudi, oltre le immense somme distribuite ai cattolici dell’Ibernia, e assegnò rendite certe, e determinate per i poveri Vescovi, allorquando si portano a Roma alla visita dei sacri limini. Vestiva, ed alimentava ogni anno dodici poveri, e donava ogni mese mille scudi di limosina a’ luoghi pii bisognosi, e miserabili. Aggiungeva alla quotidiana recitazione delle ore canoniche, l’officio delia B. V., e il di Lei Rosario. Sorgendo d’inverno due ore avanti giorno, e nell’estate sul nascere dell’aurora, impiegava un’ora intera nell’orazione mentale, e prima, e dopo la celebrazione dei tremendi misteri, ascoltava parecchie messe, ed aveva con tal metodo distribuita la giornata, che non vi aveva in essa ora, in cui non fosse in santa, o onesta azione applicato»[2].
Nel 1625 l’augusto fratello lo provvide alla Chiesa Cattedrale di Senigallia, che governò con frutto fino al 1628 quando, essendo costretto a risiedere nell’Urbe e non volendo assolutamente governare la sede per mezzo di vicari ma risiedervi, vi rinunziò. In Curia ebbe i seguenti incarichi: Prefetto dei Vescovi e Regolari (1628-1633), Segretario dell’Inquisizione (1629-1633), Penitenziere Maggiore (1633-1646), Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa (1633-1646), Prefetto della Residenza dei Vescovi (1635-1646). Morì l’11 settembre 1646 compianto da tutti. Attende la resurrezione dei morti nella chiesa di Santa Maria della Concezione dei Cappuccini, dove si può ancora leggere l’epigrafe funeraria: «Hic iacet pulvis, cinis et nihil» (Qui giace polvere, cenere e niente).
Un episodio curioso della sua vita da cardinale è relativo al concistoro dell’8 marzo 1632. In piena guerra dei Trent’Anni il cardinale Borgia protestò a nome del Re di Spagna che il Pontefice non facesse abbastanza in favore della causa cattolica. Urbano VIII impose al porporato di tacere, ma seguitando quello a parlare ne nacque una zuffa. In questo contesto il cardinale Antonio mise le mani sul petto del collega spagnolo per respingerlo indietro rispetto al trono pontificio verso cui si stava dirigendo. La voce del sangue …
- Lorenzo Cardella, Memorie Storiche De’ Cardinali Della Santa Romana Chiesa, t. 6, Roma, 1793, p. 243. ↩︎
- Ivi, pp. 244-245 ↩︎
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