da L’Osservatore Toscano del 21 marzo 1963 riproduciamo questo bel testo sul Bambinello di San Godenzo scritto dal sacerdote che operava in quella parte della Toscana durante l’ultima guerra.
È una piccola statua del Bambino Gesù che giace da anni sopra un mobile del mio studio: ha le gambe spezzate ed i piedini infranti; le braccine si aprono all’amplesso, ma non sono che due moncherini privi di palme; su la fronte una larga ferita che sembra piena di sangue aggrumato. Però la faccia è intatta e soffusa di un dolce sorriso sotto gli occhi che splendono.
Difficile che sfugga allo sguardo di chi entra nel mio studio. A me vien fatto di osservarla spesso anche mentre lavoro. E non solo per abitudine.
– Carina – mi disse un artigiano fiorentino – perchè non la restaura?
– Oh, no.
– Gliela accomodo io. Vedrà che dopo non si conosce nemmeno; e gliela faccio per nulla.
– Grazie, ma la preferisco così.
– È strano.
— Non quanto crede. L’arte e l’estetica non c’entrano affatto. Ma quell’immagine, per me, ha una storia, un ricordo, un significato che non può conservare che così com’è.
Ormai son passati venti anni. Venti anni esatti il quattro di marzo… Noi eravamo ancora a razzolare fra le macerie lasciate dalla guerra (ora va sempre aumentando il numero di coloro che non se ne ricordano perchè erano piccoli o non erano nati o non se ne vogliono ricordare, ma per me è diverso, e finché camperò quel lungo calvario mi starà impresso nella mente e nel cuore). Si lavorava da cinque mesi, cinque mesi invernali, e già si profilavano i primi schemi di timide ricostruzioni, mentre ci stavano ancora davanti montagne di macerie contro le quali si continuava ad accanirci notte e giorno alla ricerca di qualcosa: un materasso, un mobile, un oggetto qualunque che ci avesse appartenuto, o anche soltanto pezzi di legna da ardere per riscaldarci un poco.
Fu proprio il quattro di marzo del 45, me ne ricordo come se fosse ora; stavo rimuovendo le ultime macere della vecchia sacrestia sprofondata dalle fondamenta; ogni poco venivano fuori brandelli di pianete, pezzi di candelabri, qualche calice infranto, un ostensorio accartocciato… Tutte cose che per anni avevo usato all’altare e custodito devotamente. Servivano a celebrare la Messa, ad amministrare i Sacramenti, a benedire il popolo. A veder quello strazio mi sentivo stringere il cuore. Ad un tratto, fra i calcinacci e le pierre, spuntarono due piccole braccia mutilate ed un piedino spezzato. Mi tornarono alla mente le membra di alcune vittime che avevo estratto dalle macerie dopo un bombardamento. Ebbi di nuovo l’impressione di trovarmi davanti ad un essere vivente. E non era che una statua, la piccola statua del Bambino Gesù.
La riconobbi subito; prima ancora di averla tutta scoperta.
L’avevo tenuta fra le mani tante volte nel tempo natalizio, l’avevo offerta a baciare tante volte ai miei parrocchiani, l’avevo baciata tante volte anch’io. Mi inginocchiai come in un atto di adorazione, liberai con delicatezza l’immagine dai detriti e la presi fra le mani.
Era mutilata così, com’è ora, e coperta di fango. Pioveva a dirotto ed io stesi le braccia tenendola esposta alla pioggia perchè si lavasse. La pioggia, pian piano, la deterse e riapparvero le fattezze del piccolo volto e del corpo. La faccia era quasi intatta. Gesù sorrideva ancora; sorrideva malgrado le ferite del suo corpo, malgrado la mutilazione dei suoi arti; sorrideva ancora.
Quel giorno mi sentii infondere più coraggio: si sollevò un po’ la cappa di piombo che mi opprimeva, sentii meno la stanchezza, meno la fame, meno l’abbandono e l’incomprensione.
Quelle mutilazioni nella piccola statua mi fecero sentire più al vivo che Gesù era stato con noi nel pericolo e nella morte, era ancora con noi, vicinissimo a noi nel sacrificio e nella lotta. Certo avremmo potuto risorgere!
La sera portai Gesù Bambino nella mia stanza. La chiesa era per metà scoperta, nell’altra parte ci pioveva ancora, la cripta era piena di grano e di altri viveri che gli sfollati, rientrando, si erano trascinati dietro per i monti.
M’ero ricostruito una stanzetta addossata alla chiesa, con le mie mani, senza che nessuno ci trovasse da ridire e mi faceva da cucina, da camera e da studio.
Posi il Bambino Gesù a una parete, su una mensola improvvisata. Quella notte mi parve di essere meno solo e dormii più sereno nel pagliericcio.
Il giorno dopo alcuni popolani, entrando o passando davanti alla finestra (eravamo tutti allo stesso piano (pianterreno) dicevano:
Guarda il nostro Gesù Bambino!
– L’ha ritrovato fra le macerie?
– Davvero.
– Ha fatto la guerra anche lui.
Povero Gesù.
Alcuni si avvicinarono a baciarlo. Una sera si presentò un soldato inglese con un cero fra le mani. Mi venne subito la voglia di dirgli «L’hai rubato eh? Pezzo di luterano!». Invece l’aveva trovato fra le macerie e venia a portarmelo perchè l’accendessi davanti al Bambino: «lo catolisce, tu allumare Lui».
Quando a maggio mi feci un’altra stanza, lo portai di sopra e quando, prima dell’inverno successivo mi costruii anche un bugigattolo di studio, lo portai lì.
Ora che ho uno studio più grande con tanti libri, la tengo qui davanti a me, sempre mutilato, con le gambe spezzate, i moncherini aperti e la fronte squarciata.
Il vecchio artigiano ha ascoltato in silenzio, ma non mi sembra troppo convinto. Lui lo restaurerebbe lo stesso. Forse perché non sa ancora tutto.
Non sa per esempio che la vista di quell’immagine mutilata, che mi fu di tanto conforto nel duro dopoguerra, serve a confortarmi ancora; quando certe cose intorno a me continuano a cadere come fanno macerie, quando una guerra sorda e subdola continua a ferirci e a spogliarci, quando certi morsi più duri di quelli del freddo e della fame ci addentano, quando la pioggia dell’ingratitudine ci scroscia sulle spalle e ci penetra nelle ossa…
Sarà la sorte di un prete, la sorte di tutti i preti che hanno scelto un Dio sputacchiato e appeso a una croce e hanno chiesto di essere crocifissi con Lui per la salvezza del mondo.
Ma questa povera umanità non si distrugge, questo cuore non si pietrifica e viene l’ora in cui ha bisogno, un estremo bisogno di fissare lo sguardo, di avvicinare le labbra alle tue membra martoriate, o Gesù.
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Foto (modif.) da qui: https://www.vdj.it/natale-il-bambinello-di-san-godenzo-in-toscana-recuperato-tra-le-macerie-della-guerra-parla-il-linguaggio-della-misericordia/
