Tommaso da Villanova (1486-1555), dell’Ordine degli Eremitani di Sant’Agostino e Arcivescovo metropolita di Valencia, fu ascritto nel catalogo dei santi da Alessandro VII il 1° novembre 1658. In seguito alcuni punti della bolla di canonizzazione “Sanctissimum regem et prophetam“.

Dio, la cui ineffabile provvidenza Ci ha voluti, ci ha voluti a capo della sua Chiesa senza alcun nostro merito, Ci ha riservato l’onore di decorare con il titolo di santo il santissimo e a lui carissimo sacerdote Tommaso da Villanova. Dio stesso Ci ha ispirato tale intenzione e Noi, con premurosa felicità, Ci rallegriamo nel Signore, perché possiamo contemplare più da vicino un nuovo e salutare esempio di santità. Possiamo invocare un nuovo interprete e intercessore presso la misericordia di Dio, soprattutto nei pericoli e nelle necessità attuali, e, placato il Signore grazie alle sue preghiere, possiamo sperare la pace e la tranquillità per i nostri giorni … Come se avesse portato con sé un innato senso di pietà e misericordia fin dal grembo materno, educato dai genitori, sembrò dedicarsi a Dio prima ancora di poterlo conoscere per l’età. Non negò mai ciò che i poveri di Cristo gli chiedevano e non fece aspettare gli occhi della vedova, né mangiò da solo le sue briciole, ma ne mangiò l’orfano; infatti, era solito distribuire agli affamati la colazione che gli veniva data per andare alla scuola. Commiserando la nudità dei poveri, spesso tornava a casa denudato dei suoi abiti, e talvolta supplicava la madre insistentemente affinché aggiungesse il pranzo preparato per lui alla consueta e quotidiana distribuzione di elemosine al povero che gli capitava, promettendo che quel giorno non avrebbe mangiato per niente; ottenuto ciò, e sazio di un innocente digiuno, ristorava la sua mente affamata di cose divine con celesti alimenti … Lo desiderò e gli fu dato il senno, lo invocò e lo spirito di sapienza venne a lui. Guidato dalla sapienza, pregava assiduamente il Padre dei lumi, sia in casa che in chiesa, e calpestò la concupiscenza della carne con un robusto e integro rigore di santità … era così casto e pudico da rimanere vergine fino all’ultimo respiro, e dalla sua bocca non uscì mai una parola che non profumasse di purezza. Comprendendo che coloro che sono istruiti risplenderanno come lo splendore del firmamento, e coloro che ammaestrano molti nella giustizia splenderanno come le stelle per l’eternità, superò facilmente i professori nelle discipline, nelle facoltà e in ogni genere di virtù nel collegio di Sant’Ildefonso … Nel frattempo, inclinò il suo orecchio per ascoltare il Signore che gli parlava e diceva: “Dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre”. Così, all’età di ventisette anni, per non essere distratto dal rumore delle preoccupazioni mondane dalla perfetta unione con Dio, il Signore lo condusse nel deserto per parlargli al cuore, e lì si unì all’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino nel convento di Salamanca … Nel celebre convento di Salamanca, per obbedienza, espose la dottrina di San Tommaso (nella qual cosa era facilitato dalla somiglianza del nome e dalla consuetudine della religiosità) ai religiosi del suo Ordine e agli esterni che vi si recavano. Come maestro, il suo insegnamento ebbe un tale successo che, quando decise di dichiarare guerra santa ai principi e alle potenze delle tenebre, trovò discepoli degni di essere inviati. In seguito, mentre ricopriva l’ufficio di provinciale, li inviò come angeli veloci a combattere le roccaforti dell’infedeltà messicana, a un popolo completamente ignaro della religione cristiana. Li infiammò con la prospettiva di una gioia futura, sia per la conversione di quelle menti lontane da Dio, sia per la gloria del proprio sangue versato per Cristo. Il Signore, nella sua clemenza, si degnò di far sì che il primo di questi obiettivi si realizzasse con un esito felicissimo, non senza grande vantaggio per la comunità cristiana … Mentre era impegnato in queste cose, lo Spirito del Signore scese su di lui e lo mandò a evangelizzare i poveri. Infatti, per obbedienza, fu trasferito dalla cattedra al pulpito, e fu visto dai popoli come la tromba della vita e la voce del cielo, e perciò un vaso di elezione, per portare il nome di Gesù davanti a re e principi. Per questa ragione, l’imperatore Carlo V lo scelse in modo particolare per le sue omelie. Il suo spirito apostolico, divenuto tutto per tutti, dispensò il nutrimento della parola divina a sapienti e a ignoranti, tanto che fu acclamato all’unanimità come lo strumento dello Spirito Santo … Carlo e Filippo II, re di Spagna, credettero che la disciplina della Chiesa di Valencia, indebolita da una lunga vacanza, potesse essere restaurata solo proponendo Tommaso come suo vescovo … Lasciò la sua cella in lacrime, si diresse a Valencia Dalla sommità di questa cattedra, questo pastore diede la vita per le sue pecore. E sebbene non sia stato ucciso dalla spada, non ha comunque perso la palma del martirio. Convocò un sinodo provinciale per restaurare la disciplina ecclesiastica e i costumi dei laici, sopportando molte offese. Si dedicò poi a promuovere la salvezza delle sue pecore, richiamando molti sulla via della vita con la forza di una carità tanto prudente quanto ardente, con il digiuno, la preghiera e versando anche il proprio sangue con ripetute flagellazioni … E sebbene si fosse impegnato ad attrarre dolcemente gli animi a seguire l’onestà, non tralasciò di raggiungere con forza il suo scopo. Mostrò infatti un animo indomito nel difendere i diritti della Chiesa e nel restaurare e conservare l’autorità ecclesiastica, usando queste parole: “Preferisco una morte gloriosa a una vita odiosa, e non temo né fuggo le sofferenze per rivendicare, come dovere del mio ufficio pastorale, la libertà dell’immunità ecclesiastica”. Dimostrò che questo era detto con tutto il cuore quando, a un ministro del re che lo minacciava di spoliazione dei beni temporali, rispose con animo imperturbabile: “Sarò più ricco allora, quando libero dall’aiuto temporale tornerò felice nella mia cella, dove troverò Agostino, mio padre, che ho lasciato solo a malincuore e in lacrime”. Con la sua carità straordinaria costrinse i delinquenti a subire la giusta pena con le censure ecclesiastiche, offrendosi in olocausto per coloro che non poteva correggere con la preghiera e l’ammonimento. Flagellandosi fino al sangue alla loro presenza e rimproverando se stesso con le lacrime, diceva che era a causa dei suoi peccati se non lo ascoltavano, e li compungeva a tal punto da ricondurli alla penitenza e a una vita migliore. Fu così generoso con i poveri e parco con sé stesso che, per soccorrere più abbondantemente i bisognosi, di cui si comportava come un genitore, indossava abiti laceri che rammendava con le sue stesse mani. In casa teneva un unico mantello per suo uso personale, riposava sulla terra sopra dei rami e spesso permetteva ai commensali poveri di mangiare dalla sua stessa scodella … Alla fine, pieno di questi e di molti altri meriti, si ammalò di febbre. Avendo già da tempo esaurito il denaro di casa per opere di pietà, divise tra i poveri i pochi beni che gli restavano del suo poverissimo corredo. Dimenticatosi, però, di un padre di famiglia povero, al quale non rimaneva nulla, gli donò il giaciglio su cui giaceva malato, e lo esortò a prendersi ciò che era suo. Ma poiché i familiari si rifiutavano, lo supplicò, per le viscere di Gesù Cristo, di metterlo su una stuoia, affinché, come richiedeva l’umiltà, potesse usare il giaciglio del povero fino alla morte, affinché colui che aveva vissuto interamente per i poveri, morisse poverissimo in un letto altrui.

Bullarum, Diplomatum et Privilegiorum Sanctorum Romanorum Pontificum
Taurinensis Editio, T. XVI, Augustae Taurinorum,
MDCCCLXIX, pp. 396-406.


🔴Un discorso di S. Tommaso di Villanova sulla Natività di Maria



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