di Pietro Pasciguei
Circa l’elezione di Prevost come Leone XIV, si è levato da più parti un grido di giubilo: “È tornata la Tradizione!”. Ammetto, senza ipocrisie, che anch’io mi sono lasciato trascinare da un’iniziale entusiasmo, non ovviamente così esplicito. Non lo conoscevo a fondo, ed è stata proprio la mia ignoranza a favorire un’illusione: ho visto in lui, al principio del suo pontificato, una possibile speranza, un segnale di inversione rispetto al disastro del pontificato precedente. Un errore di valutazione che oggi riconosco e che mi pesa.
Mea culpa, perché ho peccato di ingenuità e di fretta nel giudicare. Già allora, tuttavia, qualche crepa si intravedeva. Le prime citazioni di Francesco e della “sinodalità” mi avevano fatto storcere il naso. Eppure, quando lo vidi nella Basilica di San Pietro per la prima volta dal vivo, ho reagito con slancio: mi sono alzato in piedi, sono salito su una sedia per scorgerlo, ho applaudito e gridato “Viva il Papa!”, convinto di dover rendere onore al successore di Pietro, come ogni cattolico che ama il Papa. Era trascorso appena un mese dalla sua elezione e tutto mi pareva ancora possibile: interpretai quei segni come gesti di prudenza, non come manifestazioni di continuità con il disastro conciliare.
Poi, però, i fatti si sono imposti con violenza, dissolvendo le illusioni. Approfondendo il suo passato e osservando i suoi primi atti concreti, il quadro è divenuto lampante: fedeltà ostentata al Concilio Vaticano II, cieca adesione all’ecumenismo, insistenza sulla sinodalità, celebrazioni imbevute di ambientalismo ideologico, silenzio colpevole davanti a quello che non può che definirsi un “gay pride in Vaticano”, un libro-intervista con affermazioni sconcertanti con il dichiarato intento di voler proseguire nella linea di Francesco. Tutto questo non ha fatto altro che mostrare la verità: non siamo davanti a una restaurazione, ma a una prosecuzione, più raffinata e più insidiosa, della rivoluzione conciliare.
Ed è qui che sta il punto: i segni esteriori di Tradizione – i paramenti solenni, le liturgie più curate, la gestualità che richiama i grandi Papi del passato – non sono, al netto delle buone intenzioni, strumenti per ricondurre il gregge alla sana dottrina, ma semplici anestetici. Sono un’illusione scenica: rassicurano, ma non orientano. Creano l’impressione di una rottura con il post-concilio, quando in realtà la sostanza rimane intatta, corrosiva, devastante.
Qualcuno, con ironia pungente, ha scritto: “Se io fossi diventato Papa, mi sarei chiamato Francesco II proprio per fare il contrario del predecessore”. Ma sembra che Prevost abbia scelto l’opposto: ha assunto il nome di Leone XIV per richiamare i grandi Papi della Tradizione, ma per proseguire invece, con lo stesso zelo conciliare, la demolizione della Chiesa.
E qui l’operazione più scivolosa: tendere la mano alla Tradizione per poi piegarla. Magari senza consapevolezza, però è così. Leone XIV non è “il Papa della restaurazione”, ma l’ennesimo attore di un dramma che si chiama Vaticano II. Leggete Il Reno si getta nel Tevere, Golpe nella Chiesa e Parole chiare sulla Chiesa. Ci sono date, nomi, cognomi… e soprannomi! Chi continua a illudersi, lo fa a proprio rischio e pericolo.
Pertanto, mi propongo di analizzare l’intervista di Leone XIV, smascherandone ambiguità e contraddizioni, per mostrare come ancora una volta gli errori conciliari non vengano corretti, ma rilanciati sotto nuove forme, con il linguaggio dell’equivoco e la veste rassicurante di uno pseudo-conservatorismo.
1. L’esordio: «In modo sinodale…»
«In modo sinodale… Spero di continuare sulle orme di Francesco in questo… sono disposto a continuare ad ascoltare le persone… ci sono gruppi di studio… il Dicastero per la Dottrina della Fede continua ad esaminare… vedremo cosa ne verrà fuori».
Rispondo
Ecco l’intera cifra del pontificato: non governare, ma ascoltare; non confermare, ma rimandare. Il Papa qui abdica al compito petrino (confermare i fratelli nella fede) e si fa moderatore di assemblee e commissioni. La dottrina diventa «vedremo cosa ne verrà fuori» – linguaggio poco degno di un successore di Pietro. La fede cattolica non nasce da «gruppi di studio»: è rivelata e trasmessa. Parlare di «modo sinodale» come unica chiave di tutto significa aver sostituito il primato petrino con la democrazia ecclesiale. È la logica del Vaticano II portata alle estreme conseguenze: proceduralismo al posto della verità.
2. Sul ruolo delle donne
«Credo che il ruolo delle donne nella Chiesa debba continuare a svilupparsi… Spero di seguire le orme di Francesco, includendo donne in ruoli di leadership a vari livelli nella vita della Chiesa… ma al momento non ho intenzione di cambiare l’insegnamento…».
Rispondo
Prima si concede la premessa progressista: «ruolo delle donne da sviluppare». Poi si getta un’apparente rassicurazione: «al momento non cambio l’insegnamento». Ma l’avverbio «al momento» distrugge la rassicurazione: implica che domani si possa cambiare ciò che per definizione non è cambiabile. È dottrina irriformabile e definitiva che la Chiesa non ha l’autorità di conferire l’ordine sacerdotale alle donne. Definitivamente, cioè senza apertura temporale. Leone, col suo «al momento», nega implicitamente la definitività del magistero. È un sofisma devastante vestito di prudenza.
3. Sul diaconato femminile
«Il Sinodo parlava dell’ordinazione delle donne diacono… diverse commissioni hanno studiato la questione…».
Rispondo
«Commissioni hanno studiato» — e allora? Non c’è nulla da studiare. La storia delle cosiddette diaconesse è chiara: non erano ordinate con sacramento, non ricevevano imposizione in grado sacramentale. Erano ministeri laicali, non ordini sacri. Continuare a riaprire il dossier è atto politico, non ricerca. Il Papa dovrebbe dire: «La questione è chiusa». Invece la mantiene in vita artificialmente.
4. L’argomento del clericalismo
«Forse invitiamo le donne a diventare clericalizzate — e cosa risolve?».
Rispondo
Fumo: così si neutralizza l’opposizione conservatrice (mostrandosi prudenti), ma in modo confusionario.
5. LGBTQ+: la retorica del «tutti»
«Tutti, tutti, tutti… io non invito la persona perché è questo o quello… la invito perché è figlio o figlia di Dio… dobbiamo cambiare gli atteggiamenti prima ancora di pensare di cambiare ciò che la Chiesa dice su una determinata questione… trovo altamente improbabile, certamente nel prossimo futuro, che la Dottrina della Chiesa (cambi) in termini di ciò che la Chiesa insegna sulla sessualità, ciò che la Chiesa insegna sul matrimonio».
Rispondo
L’errore è in due punti:
- «Cambiare gli atteggiamenti prima della dottrina». Questo è esattamente il metodo del modernismo: la prassi che precede la fede, la pastorale che riplasma la dottrina. Ma la dottrina cattolica non nasce dai nostri atteggiamenti, bensì dalla Rivelazione. Mettere l’atteggiamento prima è sovvertire l’ordine della verità.
- «Nel prossimo futuro». Ancora: si insinua che la dottrina non sia immutabile, ma solo sospesa. La morale cattolica sull’omosessualità non è questione di «prossimo futuro», è parte della legge naturale e divina. Dire «improbabile» è già ammettere che sia possibile. In più, la retorica del «tutti» è slogan vuoto se non accompagnata da chiarezza: sì, tutti sono chiamati — ma alla conversione, non alla conferma nella propria condizione. Altrimenti l’invito diventa complicità.
6. Sulle conferenze episcopali
«È ragionevole che una Chiesa regionale rifletta e scelga approcci più adatti al proprio contesto, invece che ogni vescovo proceda da solo…».
Rispondo
Ma la Chiesa non è un’agenzia politica, è il Corpo Mistico di Cristo. Se ogni conferenza episcopale inizia a decidere norme e prassi divergenti, si ottiene la dissoluzione dell’unità cattolica: un cattolicesimo tedesco, uno africano, uno americano, con morale e sacramenti differenti. È già accaduto col Sinodo tedesco.
7. La liturgia e il latino
«Si può celebrare la Messa in latino, se si tratta del rito del Vaticano II, non c’è problema. Questo è già stabilito da Francesco…»; «Se celebriamo la liturgia del Vaticano II in modo corretto, troviamo davvero così tanta differenza con l’altra esperienza?»; «La questione è diventata polarizzata… la gente ha usato la liturgia come scusa… siamo nell’ideologia».
Rispondo
Qui cade ogni possibile dubbio. La retorica del “non è un problema di latino ma di polarizzazione” non tocca il vero punto: il Novus Ordo non è semplicemente una variante espressiva legittima. È una nuova costruzione teologica che ha abbandonato l’impianto cattolico della Messa. Il problema non è la lingua – e tralasciamo il fatto che se un prete celebrasse il Novus Ordo in latino, verrebbe perseguitato dai suoi stessi superiori. Il problema è la struttura stessa del rito. Il Breve esame critico dei cardinali Ottaviani e Bacci (1969) lo disse con chiarezza adamantina: «Considerati gli elementi nuovi, suscettibili di pur diversa valutazione, che vi appaiono sottesi ed implicati, rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio di Trento, il quale, fissando definitivamente i “canoni” del rito, eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del magistero».
Altro che “polarizzazione”! Qui siamo davanti a un altro rito, un’altra ecclesiologia, un’altra fede.
- Nel Vetus Ordo, l’offertorio è propiziazione e sacrificio; nel Novus Ordo è “preparazione dei doni”, con formula protestante.
- Nel Vetus Ordo, il sacerdote agisce in persona Christi rivolto a Dio; nel Novus Ordo è presidente e animatore di assemblea rivolto al popolo.
- Nel Vetus Ordo, il linguaggio è sacrificale, sacro, verticale; nel Novus Ordo è conviviale, assembleare, orizzontale.
Non è questione di “celebrarlo bene o male”: anche celebrato con tutte le rubriche, il Novus Ordo esprime un’altra teologia, protestantizzata e antropocentrica. Il Papa, parlando di “esperienza” liturgica, mostra di aver ceduto al soggettivismo moderno: come se la Messa fosse un fatto di percezione emotiva, e non l’atto oggettivo del Sacrificio di Cristo reso presente. Accusare chi difende il rito apostolico di “ideologia” è una falsità: i veri ideologi sono i riformatori che hanno smantellato l’altare, capovolto la liturgia e ridotto il Santo Sacrificio a una cena comunitaria. Non c’è “continuità” tra i due riti: c’è un abisso. E quell’abisso rappresenta un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica. Il Papa dice di non vedere questa realtà, e la riduce a “questione di polarizzazione”.
Conclusione
Ogni frase dell’intervista segue la stessa logica:
- Rassicurazione apparente («non cambierò al momento», «dottrina improbabile da cambiare»)
- Spiraglio aperto («commissioni di studio», «prossimo futuro», «modo sinodale»)
- Accusa, più meno velata, agli oppositori di varie tendenze («polarizzazione», «ideologia», «clericalizzare»)
Sembra che nulla cambi, mentre in realtà tutto è già cambiato nella mentalità. Questo è il metodo del Vaticano II: non affermare errori troppo espliciti, ma introdurre ambiguità fertili che, con gli anni, diventano nuove prassi. Leone XIV è un modernista (apparentemente) moderato, ennesimo esecutore della rivoluzione conciliare.
Tuttavia, non possiamo fermarci alla critica. La Chiesa non è nostra: è di Cristo. E il Papa resta colui che siede sulla Cattedra di S. Pietro. Per questo, la risposta più cattolica non è solo l’analisi e la denuncia, ma soprattutto la preghiera. Come la Chiesa primitiva pregò incessantemente per il primo Papa, S. Pietro, in catene nella prigione; così deve elevarsi unanime una preghiera instancabile per il Romano Pontefice, successore di S. Pietro, perché liberatosi dell’ostacolo ideologico che gli impedisce un vero uso del suo potere di magistero, faccia tornare la Chiesa alla pienezza del suo splendore.
O Signore Gesù Cristo,
che avete promesso di assistere la Vostra Chiesa fino alla fine dei tempi,
volgete lo sguardo al Vostro Vicario sulla terra.
Illuminate la mente del Papa con la luce della Verità,
fortificate la sua volontà con il fuoco del Vostro Spirito,
preservatelo dagli inganni del mondo e dai lupi travestiti da agnelli.
Fate che egli non tema gli uomini,
ma tema soltanto di tradire il mandato ricevuto da Voi:
confermare i fratelli nella fede, custodire la Tradizione,
difendere la purezza del Vostro Santo Sacrificio.
Maria Santissima, Madre della Chiesa,
stendete il Vostro manto sul Successore di Pietro:
guidatelo, proteggetelo,
nella verità che non cambia e non muterà mai.
Così speriamo, così sia!
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