di Red.

Secondo un vecchio copione è partita l’arrampicata sugli specchi. Ancora una volta supponiamo la buona fede di tutti, ma come direbbe Totò “ogni limite ha una pazienza“. Non sappiamo se e quanto si tratti di applicazioni dell’ipotesi ZIP o piuttosto di semplici riflessi pavloviani, o di altro, fatto sta che il solito vagone di divagazioni, popesplaining, mezze giustificazioni è stato lanciato nel dibattito dopo che Leone XIV ha incontrato un pimpantissimo Padre Martin (e prima di lui suor Caram), col prevedibile e comprensibile codazzo di reazioni mediatiche volte a celebrare il trionfo delle istanze LGBT.

Insomma, rieccoci allo spettacolo già visto per i regni vaticani degli ultimi decenni. Chi si appella alla riforma della comunicazione, chi al protocollo, chi all’accoglienza (ma che c’entra? Quella di Martin era un’udienza pubblicata addirittura sul Bollettino, a differenza di quella della Caram), chi alla strumentalizzazione del Papa (suvvia, crechiamo di non far passare Prevost e predecessori come sprovveduti, per salvare uno schema ideologico), chi ad altre astruserie.

A fare piazza pulita di speculazioni e chiacchiere non è solo la pacifica lettura dei fatti, cioè un ricevimento in piena regola, a meno di una settimana dal giubileo LGBT (che vedrà una messa celebrata per i “pellegrini” arcobaleno dal vescovo Savino, vice-presidente della CEI), precedeuto dalla visita di suor Caram, con tutto ciò che i fatti indicati implicano anche giornalisticamente. Non solo questo, dicevamo, ma un dato elementare che pare sfuggire alla vista di alcuni: nessuno ha diritto di omaggio social e di photo opportunity con la persona del Papa.

Per chiarire: non parliamo dei tempi di Pio XI in cui l’ottimo card. Billot uscì da una burrascosa riunione senza berretta cardinalizia in testa (rinunciando subito dopo al cardinalato), neppure di Gregorio VII che lasciò Enrico IV a meditare le sue colpe tra i geli della montagna sulla quale si ergeva la rocca di Canossa, insomma non ci riferiamo a Papi della prima metà del ‘900, ad anti-modernisti veri, o a figure medievali. No: persino (ribadiamo: PERSINO) Giovanni Paolo II, figlio del Vaticano II, autore del disastro di Assisi ’86, abituato a omaggiare eretici e scismatici, reputò opportuno rifiutare il baciamano a don Ernesto Cardenal. E si badi: non presso il Palazzo Apostolico ma dall’altra parte del mondo, non in un contesto strettamente vaticano ma principalmente politico-diplomatico.

Ordinato sacredote nel 1965, Cardenal fu ministro della cultura del Nicaragua dal 1979 al 1987 e tra i massimi esponenti della teologia della liberazione. Quando nel 1983 Wojtyła visitò il Paese americano lo incontrò in piazza insieme al resto del governo ma gli rifiutò pubblicamente il baciamano, puntandogli il dito contro. Si tratta di un’immagine passata alla storia. Nel 1984 gli fu proibito di amministrare i sacramenti.

Ora resta semmai da capire come Martin possa ancora amministrare i sacramenti – e benedizioni LGBT – ma questo sarebbe un altro discorso. Del resto, nella chiesa conciliare (definizione del card. Benelli) siamo abituati a questo e ad altro.

Sipario.


Seguite Radio Spada su:

Facebook: https://facebook.com/radiospadasocial

Libreria: www.edizioniradiospada.com;

Telegram: https://t.me/Radiospada

Gloria.tv: https://gloria.tv/Radio%20Spada;

Instagram: https://instagram.com/radiospada

Twitter: https://twitter.com/RadioSpada

YouTube: https://youtube.com/user/radiospada