Riceviamo da un giovane questa lettera che volentieri pubblichiamo.


di Veritas non pacta

Cari Amici,

è una gioia poter scrivere su queste pagine di Radio Spada per la seconda volta e ringrazio calorosamente l’amministrazione per questa opportunità, condividendo alcune riflessioni sulla nostra fede in tempi così difficili.

Viviamo giorni pieni di sfide per la Chiesa: sembra che le tenebre si siano addensate intorno al nostro cammino, eppure possiamo ancora avere la certezza di ciò che conta davvero. Ogni parola di fede che arriva al cuore è come una luce accesa nella notte: piccola, forse, ma capace di guidarci lungo il sentiero della verità.

Viviamo, ahimè, in un’epoca singolare e dolorosa. Le chiese materiali, i templi di pietra, sono nelle mani di coloro che si fregiano del nome cattolico, ma che hanno smarrito la vera fede. Essi custodiscono le mura, ma non lo spirito; hanno gli altari, ma non la verità. A noi, resta però ciò che è più prezioso: la fede integra, la fede che salva, la fede trasmessa dagli Apostoli e custodita dai martiri. Ed è per questo che ogni giorno, inginocchiati davanti al Crocifisso, innalziamo il nostro “Deo gratias”.

Conosco molte famiglie cattoliche, persone fedeli e perseveranti, che affrontano ogni giorno le difficoltà della crisi nella Chiesa. Pur trovandosi in diocesi dominate dallo spirito modernista e circondate da chiese amministrate da sacerdoti conciliari, esse rifiutano di accettare sacramenti dubbi o compromessi e, con grande fede, affrontano sacrifici pur di ricevere quelli autentici, trasmettendo ai figli la retta dottrina. Ma in coscienza non vogliono unirsi a coloro che, pur celebrando la Messa antica, appartengono alle comunità “ex Ecclesia Dei”. Farlo significherebbe professare una fede compromessa, velata, ambigua, sotto gli auspici di chi ha abbandonato la Tradizione. Come ricordava Mons. Marcel Lefebvre durante le consacrazioni episcopali del 1988:

“Tutti questi seminaristi che sono qui presenti, se domani il Buon Dio mi chiamerà, e questo accadrà senza dubbio senza ritardo, ebbene, questi seminaristi da chi riceveranno il sacramento dell’Ordine? Dai vescovi conciliari, i cui sacramenti sono tutti dubbi perché non si sa esattamente quali siano le loro intenzioni? Questo non è possibile!”

Mons. Marcel Lefebvre, con chiarezza profetica, ci ammoniva anche: “Roma è nell’apostasia: ha abbandonato la vera religione cattolica”. E ancora: “Essi hanno fabbricato un’altra religione, una religione senza croce, una religione senza il santo sacrificio della messa. Parole severe, ma vere!

Molti, pur riconoscendo la crisi, non comprendono questa verità. A loro basta il Messale del ’62, qualche incenso, un coro ben intonato, l’eleganza di una pianeta damascata. Non si nega il valore dell’estetismo: esso può rendere il Sacrificio di Nostro Signore più degno e solenne. Ma non può essere l’unico criterio di fedeltà! Senza la vera dottrina e senza la piena integrità del Sacrificio, anche la Messa più bella rischia di diventare vuota. Alcuni istituti pseudo-conservatori sono esempio lampante di questo pericolo: esteticamente perfetti, ma inclini ad abbandonare la vera dottrina.

Non bastano i paramenti di seta, non basta il latino ben pronunciato, non bastano i gesti solenni: occorre la Messa cattolica, la Messa di sempre, ma soprattutto la Messa senza compromessi modernisti, la Messa che è al centro della nostra fede e che è il cuore della Chiesa.

E allora, che cosa fanno i veri figli della Chiesa, quelli che vogliono rimanere fedeli alla Sposa di Cristo senza macchia né ruga? Conosco molte persone fedeli, famiglie cattoliche che affrontano sacrifici enormi pur di ricevere i Sacramenti autentici:

percorrono centinaia, talvolta migliaia di chilometri all’anno, affrontano fatiche, malcontento familiare e pressioni sociali. Ogni viaggio diventa un pellegrinaggio dell’anima, un segno tangibile di perseveranza nella fede, un atto di coraggio davanti alle difficoltà di un mondo che spesso deride la Tradizione.

Ecco una testimonianza su questo argomento su Sua eccellenza Reverendissima Mons. Richard Williamson:

Negli anni ’90, durante una visita pastorale in Inghilterra, un fedele si avvicinò a Mons. Williamson per confessare la sua stanchezza spirituale e la tentazione di lasciar perdere la Messa tradizionale, a causa della pressione sociale e familiare. Mons. Williamson, invece di consolarlo con parole generiche, gli rispose con la sua tipica franchezza:

“Se oggi tutti intorno a te scelgono la via larga e comoda, questo non cambia di una virgola il dovere di un cattolico di stare dalla parte della verità. Se tu molli, chi porterà avanti la fiaccola della Tradizione per i tuoi figli? Se cedi, sei come un soldato che abbandona il campo di battaglia nel momento più duro.”

Poi, però, aggiunse sorridendo:

“Non preoccuparti: anche i martiri avevano paura, ma hanno vinto. Coraggio!” Quella persona, colpita da quella “scossa salutare”, tornò più motivata di prima e lo ringraziò anni dopo. Questa testimonianza mostra quanto il coraggio e la fermezza nella Tradizione possano sostenere anche nei momenti più difficili.

Chi guarda da fuori, chi osserva con occhio mondano, non comprende. “A che serve?, domandano. Non basta forse la Messa in latino? Non basta un po’ di incenso, un po’ di gregoriano, un po’ di bellezza?”. Ma no: non basta! Perché ciò che ci è chiesto non è solo un’esteriorità, bensì la fedeltà al sacrificio di Nostro Signore Gesù Cristo, perpetuato sull’altare senza tradimento e senza compromesso.

E Mons. Lefebvre ci ammonisce ancora: “Non si può collaborare con chi lavora a distruggere la Chiesa; non si può rimanere in comunione con coloro che tradiscono la fede cattolica”.

Vedete: mentre nei giorni scorsi Prevost nella “celebrazione ecumenica” è giunto persino a saltare il Filioque, attentando al cuore stesso del dogma trinitario; a noi è dato il compito di restare fermi, ancorati alla roccia immutabile della fede cattolica, apostolica, romana. Non vi è altra via di salvezza! Non vi è altro nome sotto il cielo, se non quello di Gesù Cristo, Figlio di Dio, Mediatore tra il cielo e la terra, che ci donò la Sua Chiesa come arca di salvezza.

Che fede è dunque la nostra? Non una fede accomodata, non una fede mutilata, non una fede mondanizzata. È la fede di sempre, la fede degli Apostoli, dei martiri, dei confessori, dei santi. È la fede che sorreggeva i crociati nella loro marcia, che sosteneva i monaci nelle gelide notti dei monasteri, che animava le madri cristiane nel trasmettere il segno della croce ai propri figli. È la fede tradizionale: unica, vera, salvifica, indistruttibile.

Ecco, dunque, i nostri lunghi cammini. Non sono soltanto viaggi terreni: sono pellegrinaggi dell’anima, sono testimonianze viventi di una fedeltà che non si piega e non si vende. E se anche la società ci guarda con sospetto, se anche i nostri stessi parenti ci odiano, se anche i sacerdoti conciliari ci accusano di rigidità, noi sorridiamo: perché sappiamo che la nostra fede non si piega ai compromessi modernisti!

Perciò, con cuore saldo e animo ardente, continuiamo il nostro pellegrinaggio, noncuranti delle fatiche.

Alla Santa Vergine dei Sette Dolori, chiediamo di sostenerci e di farci perseverare in questa santa battaglia per la vera fede, affinché la nostra fedeltà alla Chiesa cattolica rimanga ferma e incrollabile, anche nei momenti più duri.

Come ricordava Mons. Williamson nel suo motto episcopale: “Fidelis Inveniatur!”

Cor Jesu Sacratissimum, miserere nobis.


Seguite Radio Spada su:

Foto (modif.) di Monica Oprea: https://www.pexels.com/it-it/foto/strada-paesaggio-nuvole-scenario-13935980/