di Piergiorgio Seveso

Dopo un’estate costellata di progressivi, inesorabili e totalizzanti disinganni sul sogno di una notte di mezza primavera della restaurazione leoniana mancava ancora un tassello, l’ultimo nuovissimo calcinaccio pronto a cadere sulla testa dei volenterosi carnefici dell’evidenza ovvero quello della liturgia.

I nostri tradizionalisti «conservatori e dabbene», come gente sorpresa nella notte per strada da grassatori spietati (i neo-modernisti ndr) continuavano ad invocare: «Prendeteci tutto, fate quello che volete, dite quello che volete ma lasciateci vivere, lasciateci la vita, essa sola e con essa la libertà di celebrare la Messa di sempre».

Ebbene il buon Prevost in un passaggio di un’intervista che lascia davvero poco all’immaginazione e con una semplicità fratesca disarmante ha dichiarato che la messa in latino c’è già ed è la versione latina del Novus Ordo Missae e quella non crea problemi (Il fuoco dipinto sul muro non scalda, né brucia, come già si diceva nel Pinocchio di Collodi).

Invece il rito di San Pio V che l’autorevolissima Traditionis custodes di bergogliesca memoria ha declassato dall’ambigua e contraddittoria definizione di forma straordinaria del rito romano a (rispettabile) rito locale per alcuni gruppi di persone con problemi di adeguamento sociale ed ecclesiale, pone invece a Prevost parecchi problemi perché per alcuni gruppi sarebbe un mezzo di polarizzazione, di politicizzazione ideologica e di divisività ecclesiale.

 Se abbiamo scritto una Lettera ai conservatori perplessi – nel lontano 2015, ben prima che Amoris Laetitia fosse – potremo ben dire due parole di chiarimento ai “Leoni più o meno perplessi”.

 Ebbene, o Leone-Prevost, recte dixisti, hai colto nel segno! Hai mostrato, pur errando, di aver capito che non si tratta di un rinfresco con biscotti e paggi azzimati ma di un vero e reale conflitto capitale. Sei stato ben informato e affinché tu non sia distratto o intontito dalle contro-narrazioni di porpore marezzate, dai tardi epigoni dei sofi bavaresi e da monsignori melliflui in paonazza, qualcosa Te lo diciamo anche noi.

La battaglia, anzi la guerra (bellum iustum intestinum) in difesa della liturgia romana (gregoriana e piana) è un punto di snodo della storia della Chiesa, anzi è il punto di ripristino della storia della Chiesa, del suo riposizionamento nella storia della Redenzione (Regnum Christi) e nella storia dell’umanità intera (Imperium Christi), in seguito alla grave impasse (per essere benevoli) delle riforme bugniniane-roncalliane-montiniane.

Nessun machiavellismo o gradualismo conservatore, nessun ibridismo tattico o ancor peggio strategico può cancellar questa realtà. Chi Ti dice il contrario o Ti inganna o si inganna o entrambe le cose.

Contrariamente a quanto si sostiene, noi NON vogliamo la pace liturgica tra un rito frutto delle mani millenarie e amorevoli della Chiesa romana ed uno prodotto nelle officine della sovversione liturgica che da Cranmer a Pistoia, a Taizè ha attraversato tutta la storia ecclesiastica passata e recente.

Mescolare sarebbe impossibile, giustapporre ingiurioso, parificare ingannevole. Se quel Rito augusto e immacolato che rinnova il sacrificio incruento della Croce è sopravvissuto a orde multiformi di nuovi iconoclasti lo si deve a chi ha coraggiosamente disubbidito alla lettera e allo Spirito (Geist mondano) di leggi ecclesiastiche che di leggi avevano forse la forma verbale ma non la sostanza, né la forza vincolante.

Non si tratta, o Leone, di trovare uno stanzino nel grande edificio della Chiesa conciliare dove questo il Santo sacrificio sia celebrato, con cani all’uscita e lampade da campo di prigionia ai lati, ma di ripulire, bonificare e disinfestare integralmente l’intero edificio, cacciandone il Novus Ordo Missae.

Come un tempo dicevamo: nel “cattolicesimo”, figlio del “concilio”, al nitore della definizione e delle sententiae si sostituiscono infatti le suggestioni sensistiche del pressapochismo, ad una severa disciplina penitenziale (rigorosa ma non rigorista) una benevola somatolatria, ad un culto, imperniato sul Tremendum di un Sacrificio unico, storico e cruento, ripetuto incruentemente ad infinitum, una dimensione orizzontalistica, conviviale ed agapica che può creare dei simpatizzanti, dei fans, dei devoti estimatori ma non dei fedeli.

L’unica polarizzazione ha quindi Dio come centro, l’unica ideologia è la teologia romana, l’unica divisività è quella tra Caino e Abele, tra Pietro e Giuda, tra Luce e ombra.

Crediamo di essere stati chiari, in una generale melassa di belati, di ciance inutili, di appelli accorati e di mani tremanti. E di aver fornito un contributo di chiarezza adamantina, senza partigianerie, senza compromissioni e senza agnizioni indebite (lo dico pure per certi zelatori dell’integrismo venuto male).

Questa «pace» non la vogliamo.


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Imm. (modif.): Fibonacci, CC BY-SA 3.0, WikiCommons