La corposa intervista rilasciata recentemente da Leone XIV ha destato grande attenzione e già ieri abbiamo iniziato a occuparci della sua parte (inquietante) sulla liturgia. Sul resto, ripromettendoci di tornare più specificamente su altri temi toccati, scrivevamo: “si tratta di un discorso a tutto campo che spazia dal rapporto col mondo LGBT, al genocidio in Palestina (espressione, quella di “genocidio”, sulla quale la Santa Sede non si pronuncia), dalla politica euro-americana a molto altro. In sintesi si può dire che questo programma aggiornato del regno altro non è se non una grande normalizzazione del bergoglismo, con una continuità nuovamente rivendicata”.

Siamo stati preceduti nell’analisi da un intervento del Prof. Gnerre che largamente condividiamo e che quindi segnaliamo ai lettori (qui, sotto il video incorporato). Ci permettiamo di aggiungere qualche ulteriore riflessione:

  1. La prima è sull’uso dell’intervista come nuovo magistero fluido. Anche da questo punto di vista siamo in piena continuità con Francesco: per definizione il dialogo “a tutto campo” con i giornalisti segue schemi poco compatibili con la chiarezza, la profondità e la completezza che gli argomenti di dottrina esigono da chi regna in Vaticano. Purtroppo anche in questo caso il problema si nota.
  2. Non giudichiamo le intenzioni di Leone XIV: le presumiamo buone ma nessuno può conoscerle. Il tema qui è un altro e riguarda il giudizio che si deve ad atti pubblici e rilevanti per la vita di fede di milioni di persone. La lunga e abbondante lista di errori sostenunti in questi mesi è un fatto ineludibile che va registrato.
  3. Il cerchiobottismo giustamente denunciato nel video è il fronte di una medaglia il cui retro è l’attendismo. Si reggono insieme: simul stabunt vel simul cadent. Nella misura in cui ci si attendono mutamenti secondari su questioni derivate, si perde di vista il dato essenziale della crisi che viviamo e si resta invischiati nell’eterno gioco di un’ermeneutica inafferrabile. Detto in termini più espliciti: a chi obietta “Ma è chiaro che Prevost è un figlio del Vaticano II! Cosa vi aspettavate?”, la risposta è semplice: “Sì, è infatti esattamente ciò che ci aspettavamo e che lo stesso Prevost ci ha confermato fin dal primo giorno. Ed è precisamente questo il problema. Proprio lì è da mettere l’attenzione”.
  4. Anche per quanto appena esposto, un dibattito limitato all’eventuale rimozione di Fiducia Supplicans, Amoris Laetitia, Traditionis Custodes non individua minimamente l’obiettivo. I tre documenti citati sono cause secondarie della crisi, ma sono soprattutto effetti. Sono l’ultimo metro di una immensa slavina che va studiata nelle sue origini non arginata maldestramente a valle con qualche barriera che nella migliore delle ipotesi sarà inutile. I tre testi citati sono la logica conseguenza dei principii del Vaticano II. Ed è da lì che si deve partire.

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