di Francesco Petrarca
Deh! non volere dell’amico tuo far poco conto perch’egli sia di umile condizione: ché ti porresti contradittore alla promessa infallibile la quale dice: l’umile sarà esaltato. Nessuna cosa meno della vera umiltà merita disprezzo: nessuna quanto la vera superbia deve abbominarsi … Se dunque, quale tu dici, umile veramente è cotesto tuo amico, guardati bene dal dispregiare una virtù nobilissima e da Cristo tenuta in altissimo pregio, o parrai, qual mai tu non fosti, per superbia odioso ed importuno. E chi è mai cosi povero d’ingegno che le sacre scritture leggendo e le profane, non abbia posto mente all’amore grandissimo, di cui Cristo maestro di umiltà amò sempre gli umili? E cominciando dall’alto, qual bassa origine per sé non ebbe scelta egli medesimo cui sol di vedere anelan tutti come a felicità sola e suprema? Non poteva egli eleggerla fra le più nobili o qual ch’ella si fosse renderla nobilissima? Ma no: di nobiltà non curando, nell’umiltà volle nascere … E Abramo, e il figlio ed il nipote di lui, i cui nomi tutte riempiono le pagine de’ libri santi, de’ quali tanta fu la gloria che l’Onnipotente non ebbe a sdegno cognominarsi da loro, e permise che altri il chiamasse, anzi si chiamò di sua bocca Dio d’Abramo, Dio d’Isacco, Dio di Giacobbe? Credi tu fossero questi monarchi e sovrani? Erano agricoltori, o pastori di armenti, e nulla più. Cavalcando vili giumenti, circondati dalle loro greggi, in mezzo ai figli ed alle mogli loro d’uno in altro luogo si tramutavano, ma con tanta umiltà si facevano degni che fosse loro guida quel Dio, il quale di quel tempo medesimo agli orgogliosi e potentissimi Re dell’ Assiria, non che fosse amico, nemmen degnava di farsi conoscere … Avvenivano tali cose in figura, che nella parvenza loro considerate, degne si parevano di dispregio, ma giudicate nella sostanza e nella realtà, magnifiche erano e venerande … Poteva [Cristo] a stipite della sua generazione non Davide Re della meschina Giudea, ma Augusto avere che su tutto il mondo stendeva l’ impero, o far di Davide tale un sovrano qual era Augusto. Nascer poteva non nell’oscuro borgo di Betlem, ma in Roma, cui suddita era allor la Giudea, e non in rozza stalla, ma sotto travi dorate. E nato appena egli che sede ha in cielo, e cui tutta appartiene la terra ed ogni cosa, non nella povertà ma fra le delizie crescer poteva, se le delicatezze ed il fasto nostro non avesse avuto a vile, anzi se non le avesse abbominate. Poteva infine a seguaci, a discepoli e a banditori del nome suo elegger uomini letterati, potenti, re, oratori, filosofi, non rozzi idioti e miserabili pescatori, se non foss’egli quel Dio che i superbi respinge, e gli umili nella sua grazia riceve … Ti ripeto: ama l’umiltà. Addio.
G. Fracassetti (a cura di), Lettere di Francesco Petrarca : delle cose familiari libri ventiquattro, lettere varie libro unico, vol. II, Le Monnier, Firenze, 1864, 166-172.
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