di Luca Fumagalli
In un articolo dedicato a Hilaire Belloc, scritto dopo la Seconda guerra mondiale, Evelyn Waugh si ricordò dei tanti «sciocchi» che, come lui, avevano inizialmente creduto di intravedere nel fascismo italiano un «presagio di speranza». In verità la fascinazione era durata il proverbiale spazio di un mattino: lo scrittore inglese, tra gli autori più rappresentativi del “catholic revival”, perse presto interesse per Mussolini e i suoi, tanto che più avanti dichiarò: «Non sono fascista e non lo sarò mai a meno che diventi l’unica possibile alternativa al marxismo. È malizioso suggerire che una simile scelta sia imminente». Né va dimenticato che in generale Waugh rigettava la tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra, tra fascismo e comunismo, entrambi ritenuti totalitarismi odiosi che si opponevano all’individuo e alla sua libertà.
Sul tema, come appena visto, lo scrittore inglese ebbe modo di esprimersi in diverse occasioni, ma uno dei suoi interventi più interessanti, che svela un approccio non banale o monodirezionale, è Through European Eyes, la recensione del libro Anno XIII di Emilio De Bono, sostanzialmente un memoriale sulla guerra d’Etiopia. L’anno tredicesimo dell’era fascista a cui allude il titolo è il 1935, quando De Bono, da comandante, diede il via alle operazioni militari in terra d’Africa (qualche mese dopo, causa un’avanzata giudicata troppo lenta, venne sostituito da Badoglio, che riuscì a condurre a buon fine la campagna).
La recensione, datata 1937 e pubblicata sul «London Mercury and Bookman», si apre con un’introduzione sarcastica in perfetto stile Waugh, in cui lo scrittore ammette che avrebbe preferito di gran lunga vivere nel tredicesimo anno dopo Cristo anziché nel tredicesimo anno dopo la presa del potere da parte di Mussolini.
Per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, passa poi a criticare aspramente la politica estera britannica, che con le sanzioni non ha fatto altro che spingere l’Italia tra le braccia della Germania: quelli che sembravano «nemici inconciliabili» ora se ne vanno allegramente a braccetto, costituendo un potenziale pericolo per chiunque. Tutto ciò, secondo Waugh, dimostra che «le simpatie popolari non devono avere spazio negli affari diplomatici», che «la stampa privata, ironicamente chiamata “libera” […] è la peggiore guida» per orientare le masse, che «la legge senza forza non è affatto legge» e che «la giustizia applicata per capriccio non è giustizia». Ecco perché, sempre stando allo scrittore, De Bono ha ragione da vendere nel suo libro a sostenere che l’opposizione britannica all’invasione dell’Etiopia sia stata motivata unicamente da gelosie imperialiste, una verità, del resto, di cui il mondo intero è pienamente consapevole.
Passando a una disamina più dettagliata di Anno XIII, Waugh riconosce all’autore il merito di aver evitato la fastidiosa prosopopea tipica del fascismo, optando per una prosa asciutta, contraddistinta pure da saltuarie pennellate ironiche (splendida la citazione di un telegramma di Mussolini: «Sono contento di notare che, come sempre, lei asseconda le mie idee con intelligenza, esperienza e soprattutto con la sua fede»); inoltre il libro «non dice nulla delle questioni politiche; l’interesse che ha per noi sta nel rendiconto insolitamente franco delle difficoltà tecniche incontrate nella prima parte dell’invasione e nello spettacolo commovente di un vecchio dimenticato che, con modestia, aspira a venirsi attribuito un piccolo merito nel trionfo del suo successore».
Ne emerge che in Etiopia gli italiani hanno dimostrato non tanto il loro valore militare – l’esercito avversario era troppo debole per costituire una sfida degna di nota – quanto una straordinaria abilità logistica e organizzativa, stupendo tutti. In questo De Bono ha certamente avuto un ruolo decisivo.
Dopo una parentesi in cui Waugh definisce la politica fascista «essenzialmente opportunista», non sorretta da una vera struttura ideologica ma semplicemente dalla volontà di riportare un po’ di ordine e vitalità in un Paese vicino al collasso, il pezzo si chiude chiamando nuovamente in causa il clamoroso errore commesso dal governo inglese: «Non vi era alcun entusiasmo popolare in Italia per la guerra; vi erano dubbi tra le più alte sfere del fascismo. Le sanzioni hanno cambiato tutto e hanno scompaginato la politica europea; nel rimescolamento non abbiamo avuto né vantaggi né onori».



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