Riproduciamo di seguito lintervento pubblicato da don Leonardo M. Pompei sul suo blog in risposta ai recenti attacchi. Della vicenda ci siamo già occupati nei seguenti articoli:


A proposito di (presunti) scismi e disobbedienze… “Il problema della crisi dell’autorità nella Chiesa è un problema teologico, non canonico. A cui si risponde con argomenti teologici, non a colpi di diritto canonico”

di don Leonardo M. Pompei

Vorrei cominciare queste considerazioni con un brano tratto – non senza motivo – dal nuovo “catechismo della Chiesa cattolica” promulgato da Giovanni Paolo II l’11 ottobre del 1992: “Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il «mistero di iniquità» sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne” (CCC 675). Perfino in questo focale paragrafo del problematico nuovo Catechismo si parla dunque di una “impostura religiosa” che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi al prezzo “dell’apostasia dalla verità”, il cui esito è realizzare una nuova pseudo religione che sostituisca il culto dell’uomo al culto di Dio.

Nelle lettere di San Paolo, a proposito della Verità e del dovere di essergli fedeli, a qualunque costo e contro chiunque dovesse opporsi ad essa, nonostante la sua autorità umana o perfino angelica, si legge:

“Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!” (Gal 1,8-9). Secondo San Paolo, dunque, perfino se un apostolo o addirittura un angelo del Cielo predicasse un vangelo diverso da quello apostolico, non solo non dovrebbe essere ascoltato ed obbedito, ma sarebbe anàtema, ossia scomunicato, “tagliato via”. Ritroviamo questa espressione adoperata dalla Chiesa nei canoni dei Concili ecumenici per condannare le proposizioni dottrinali difformi dal deposito rivelato (unitamente ai loro propugnatori).

Negli Atti degli Apostoli, riguardo l’ordine delle autorità religiose dato agli apostoli di astenersi dal predicare nel nome del Signore Gesù, san Pietro e san Giovanni opposero la celebre risposta: “Se sia giusto innanzi a Dio obbedire a voi più che a Dio, giudicatelo voi stessi; noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4,19). L’ordine ricevuto da san Pietro e san Giovanni era in un certo senso specifico, ma in un altro alquanto generico: “Richiamatili gli ordinarono di non parlare assolutamente né di insegnare nel nome di Gesù” (At 4,18). Un ordine “specifico” perché si riferisce all’insegnamento nel nome di Gesù (quindi è Lui che si vuole colpire); generico perché non si colpisce questa o quella dottrina insegnata dal divino Maestro, ma il suo insegnamento tout-court. Ordine – si badi – emanato dalle legittime autorità di quel tempo a cui, in quanto ebrei circoncisi, Pietro e Giovanni avrebbero dovuto essere sottomessi e prestare “obbedienza”, nonostante l’ormai compiuta nascita e manifestazione della Chiesa di cui il primo era il capo visibile e il secondo uno dei Dodici Apostoli.

Quello a cui si sta assistendo oggi nella Chiesa cattolica è uno spettacolo che dire che anni fa sarebbe stato qualificato semplicemente come inimmaginabile significa stare ancora ai margini di un simpatico eufemismo. Tanto per fare qualche esempio diretto di stretta attualità: se qualche lustro fa si fosse detto che un giorno una donna sarebbe stata a capo di un dicastero romano (vedere qui) – compito tradizionalmente sempre riservato a cardinali di santa romana Chiesa – quali sarebbero state le reazioni? Se si fosse detto che in occasione di un giubileo sarebbero sfilati nella basilica vaticana, ostentando la loro condizione, uomini e donne orgogliosamente praticanti l’omoerotismo, senza che qualcuno osasse dire nulla (vedere qui), anzi inaugurando l’evento con una santa Messa celebrata dal vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana (qui), sarebbe stato credibile? Se si fosse detto che un sommo pontefice avrebbe affermato, anche se in un’intervista con un giornalista, che il malvagio impenitente viene annichilito da Dio (qui, e qui), negando così ad un tempo due dogmi (esistenza dell’inferno e immortalità dell’anima) siamo sicuri che nessuno avrebbe chiamato il 113, accusando di pazzia l’interlocutore? Oppure – in una nota trasmissione laica e condotta da un laico tutt’altro che credente –  che “anche se questo non è un dogma di fede mi piace pensare che l’inferno sia vuoto” (qui)? Nei giorni scorsi si è avuta la notizia che, per la prima volta nella storia, una donna sarà il nuovo “arcivescovo” anglicano di Canterbury: è una donna sposata, madre di due figli, già “vescovo” di Londra; il fatto è che il prefetto del dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani, Cardinal Koch, le ha inviato una lettera di auguri auspicando la prosecuzione del cammino ecumenico tra cattolici e anglicani (qui). In un recente ed egregio video messo in rete dal sempre lucido Antonio Bianco (qui), sono stati forniti due dati semplicemente sconcertanti e agghiaccianti: lo spaventoso calo di frequenza dei cattolici alla Messa domenicale (dal 45% del 1970 al 13% del 2020 e, in proiezione, al 6% del 2050) e lo spaventoso calo delle vocazioni sacerdotali in Europa (da 25 su un milione di abitanti del 1970, al 5 su un milione del 2020 e, sempre in proiezione, all’1-2 su un milione nel 2050). Tutto normale?…

Dinanzi a tutto questo sorge la domanda delle domande: come è stato possibile arrivare a questo? Cosa è successo? C’è una causa prima, c’è un’origine, c’è una spiegazione? Nel frattempo, evidentemente ed ovviamente, la Chiesa cattolica, da un punto di vista di funzionamento strutturale, ha continuato ad essere una macchina perfetta, anzi, a dire il vero, ampliata e corredata da accessori (se è concessa la metafora) un tempo non pervenuti (quali per esempio il Sinodo dei Vescovi, le Conferenze episcopali e la recente “sinodalità” che hanno trasformato e stanno di fatto democratizzando la forma di governo – rigorosamente monocratica e gerarchica per volontà del Fondatore – della Chiesa cattolica). Cosa intendo con ciò? Dove sarebbe la regolarità canonica e strutturale della Chiesa cattolica? Molto semplice. C’è stato un Concilio (il Vaticano II), che è stato celebrato ed è regolarmente terminato con le sue costituzioni e decreti regolarmente approvati e promulgati dal Papa. A seguire, tutta la relativa legislazione di attuazione posta in essere, che ha abbracciato praticamente tutti gli ambiti di vita della Chiesa cattolica, ossia: nuovi Ordini sacri (1968), nuova Messa, nuovo Battesimo, nuovo Matrimonio e nuovo calendario liturgico (1969), nuovi oli santi e nuovo breviario (1970), nuova Cresima (1971), nuova estrema Unzione (1972), nuova Confessione (1974), nuovo Codice di diritto canonico (1983), nuovo Benedizionale (1984), nuovo Catechismo (1992), nuovo rituale degli esorcismi (1998), nuovo Martirologio (2001), nuovo Rosario (2002), nuova traduzione della Bibbia nel lezionario italiano (2007), terza edizione italiana del nuovo Messale Romano (2020), con i relativi e contestati cambiamenti delle versioni italiane del Gloria e del Padre nostro. La buona salute canonica della Chiesa si è manifestata anche nel perfetto funzionamento dell’apparato organizzativo: vescovi regolarmente nominati ed insediati, cardinali regolarmente nominati, papi regolarmente eletti. Tutto, dunque, apparentemente perfetto.

Io sarei tentato di chiudere l’articolo qui, in forza del noto aforisma “intelligenti pauca”. Perché è chiaro che se la struttura, l’apparato amministrativo e di governo continua a funzionare perfettamente, mentre la sostanza cambia (e gli esempi che ho fatto sono assolutamente irrisori e simbolici rispetto alle decine, forse centinaia che si potrebbero fare), è segno che c’è un problema: tutto regolare da un punto di vista canonico, tutto nient’affatto che regolare da un punto di visto teologico (dottrinale e morale). Ma, dato che la struttura canonica della Chiesa si regge sulla gerarchia e sul principio gerarchico, dovrebbe sembrare ovvio che apostasia ed eresie si sono diffuse quanto meno senza che chi ha il compito istituzionale e divino di difendere il gregge dai lupi rapaci abbia fatto dovutamente il suo lavoro. Eppure San Paolo è chiarissimo al riguardo. Questo scrisse nel congedarsi dalla comunità di Efeso: “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue. Io so che dopo la mia partenza entreranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino di mezzo a voi sorgeranno alcuni a insegnare dottrine perverse per attirare discepoli dietro di sé. Per questo vigilate” (At 20,28-31). Per non parlare delle diverse esortazioni rivolte proprio al vescovo di Efeso Timoteo in cui lo esortava a custodire il deposito della fede, che è compito proprio e assolutamente primario dei legittimi pastori della Chiesa: “So infatti a chi ho creduto e son convinto che egli è capace di conservare fino a quel giorno il deposito che mi è stato affidato. Prendi come modello le sane parole che hai udito da me, con la fede e la carità che sono in Cristo Gesù. Custodisci il buon deposito con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi” (1 Tm 1,12-14). “O Timòteo, custodisci il deposito; evita le chiacchiere profane e le obiezioni della cosiddetta scienza” (1 Tm 6,20).

Ora, il problema non è semplicemente che le odierne autorità della Chiesa non fanno abbastanza per difendere il depositum fidei dalle infestazioni di errori ed eresie; purtroppo, e ciò accade disgraziatamente e sciaguratamente in via generale e ordinaria (salvo evidentemente alcune rare eccezioni), dal Concilio Vaticano II in poi (che, già di suo, ha diffuso dottrine in palese contrasto con l’insegnamento tradizionale e autentico della Chiesa, prime fra tutte l’ecumenismo, la libertà religiosa e la collegialità), si è assistito alla trasformazione del cattolicesimo romano in una religione filantropica, dove l’unica cosa sostanzialmente importante è l’accoglienza e l’amore indiscriminati del prossimo e dove dogmi e verità di fede (di capitale importanza per la salvezza delle anime) sono in larga parte dimenticati o considerati obsoleti, oppure impunemente negati e impugnati senza che questo comporti alcuna conseguenza canonica. Solo per fare qualche esempio: il peccato originale e le sue conseguenze; la gravità del peccato mortale e le sue conseguenze, nonché la necessità di confessarlo con sincero pentimento, con il proposito di non più commetterlo, per specie, numero e circostanze per ottenere la divina misericordia; la natura essenzialmente sacrificale della santa Messa; la presenza reale del Signore nell’eucaristia e l’adorazione a Lui dovuta; la necessità di accostarsi alla santa comunione sacramentale con le debite disposizioni interne ed esterne; l’esistenza dell’inferno e il suo essere tutt’altro che vuoto; la sacralità del sacerdozio cattolico, il suo ruolo di mediazione e la sostanziale differenza tra un sacerdote e un laico; la necessità del Battesimo per avere la salvezza e l’importanza di amministrarlo ai bambini; la tradizionale dottrina dell’esistenza del limbo; la morale sessuale tradizionale; l’insegnamento tradizionale della Chiesa sul matrimonio e sugli atti contro natura; il ruolo della donna nella Chiesa, nella famiglia, nella società alla luce dell’insegnamento della sacra Scrittura e della Tradizione della Chiesa. Anche in questo caso l’elenco potrebbe a lungo continuare, ma quel che è successo, in forza dello spirito dialogico introdotto dal Concilio Vaticano II è stata una sostanziale resa della Chiesa al mondo e al suo spirito, ed una progressiva evaporazione dei valori e dei princìpi prettamente cattolici in favore di un umanesimo laico e filantropico. Quindi non solo le gerarchie hanno abdicato al compito di preservare e difendere il depositum fidei da errori, deviazioni ed eresie, ma hanno concorso di fatto ad instaurare (ed anche a imporre a tutti i fedeli in forza della loro autorità) un nuovo cristianesimo filantropico orizzontale, che non è azzardato definire una sorta di nuova religione, diversa dal cattolicesimo romano professato per venti secoli dalla Chiesa cattolica.

Chi osa – specie tra i sacri Ministri –  evidenziare queste cose o chi vuole, come suo dovere, continuare ad insegnare la dottrina di sempre, la morale di sempre e a celebrare la liturgia e i sacramenti di sempre, viene inesorabilmente dapprima emarginato e ridicolizzato, poi apertamente perseguitato ed infine inesorabilmente (e pesantemente) sanzionato. Di modo che è sostanzialmente impossibile oggi rimanere cattolico e rimanere, nello stesso tempo (come sarebbe normale e come dovrebbe essere) dentro il “perimetro canonico”, ossia in una situazione di ordinaria regolarità canonica. L’apostasia generale consiste proprio nel fatto che per ricevere gli incarichi canonici “ordinari” bisogna scendere a patti con l’errore e l’eresia o, nel migliore dei casi, acconsentire ad una serie di inaccettabili compromessi di coscienza. Dunque se si vuole rimanere cattolici, o si esce dalla regolarità canonica (con relative sanzioni) o si viene, presto o tardi, messi “fuori”. Bisogna pertanto, in questo caso, ricorrere ai mezzi che il diritto canonico e divino prevedono per circostanze eccezionali, come quella in cui siamo. Sarebbe puerile voler affrontare l’attuale situazione confinandosi alle norme ordinarie, senza ricorrere a princìpi più alti. Agli occhi di chi non vuole riconoscere la situazione di gravissima necessità generale, chi fa appello alle possibilità che il diritto divino concede in questi casi, apparirà necessariamente come “fuori” dalla regolarità canonica, e tale sarà dichiarato. Ma può essere “dentro” chi professa apertamente e soprattutto insegna ed impone dottrine contrarie a quelle definite dalla Chiesa, benché detenga l’autorità? Onde sorge un’altra domanda chiave: chi è dentro e chi è fuori?…

Chi accusa di disobbedienza o di scisma coloro che si trovano in questa situazione, come hanno ben spiegato due splendidi articoli di monsignor Viganò (qui e qui) ed uno del professor Massimo Viglione (qui), commette un madornale errore di valutazione e mostra l’incapacità (quando non la riluttanza o la vera e propria mancanza di volontà) di riconoscere l’ovvio e l’evidenza: ossia che le attuali autorità ecclesiastiche sembrano esercitare l’autorità per il fine opposto a quello per cui l’hanno ricevuta da Dio oppure omettono di esercitarla nei casi in cui sarebbe doveroso farlo, divenendo complici o conniventi con l’errore. Negare ciò, alla luce della situazione che è sotto gli occhi di tutti, significa contraddire il noto adagio che “contra factum, non valet argumentum“. Il fatto poi che insieme ad  insegnamenti discutibili o equivoci vengano talora e qua e là ribadite – quasi accidentalmente e con mille distinguo – alcune verità cattoliche, non è affatto significativo in ordine alla giustificazione dello status quo, perché non bisogna dimenticare che “bonum ex integra causa et malum a quocumque defectu“. Come dicono i maestri di spirito, il diavolo si nasconde nei dettagli. E per ottenere i propri scopi, il nemico del genere umano è riuscito a realizzare nella Chiesa postconciliare – come ha ben evidenziato un famoso ed eroico arcivescovo – il suo vero e proprio colpo da maestro: occupare i posti di potere e poi usare l’autorità per imporre esattamente il contrario di ciò che dovrebbe essere insegnato e proposto. Di questo, tuttavia, sono complici e conniventi coloro che fanno finta di non vedere, coloro che pensano che sia possibile mischiare l’acqua con l’olio, che si possa far coesistere novus et vetus ordo, coloro che si accontentano di ottenere qualche concessione o qualche riserva indiana purché non alzino la voce o facciano troppo rumore, oppure (ci sono – ahimè – anche costoro) coloro che, trovandosi in condizioni relativamente tranquille e spesso protetti dall’anonimato, sparano a zero contro tutti coloro che osano parlare ed opporsi (subendone le inevitabili conseguenze) e con ciò si ergono a depositari e custodi di una dottrina e tradizione che loro stessi tradiscono o lasciano tradire.

Per chi vuole essere discepolo di Nostro Signore Gesù Cristo non esistono e non possono esistere compromessi o mezze misure perché è in gioco la Verità. Come il Maestro dinanzi a un nuovo Pilato, come il Battista dinanzi a un novello Erode, e come San Pietro dinanzi ad un nuovo Caifa, dobbiamo rendere testimonianza alla Verità ed essere disposti a subirne le conseguenze; a subire la pubblica infamia; ad accettare le calunnie e le false accuse, rimettendo il giudizio finale a Dio. Interessantissime, al riguardo, le forti sollecitazioni in tal senso, verso i sacerdoti del cosiddetto “novus ordo” (qui) recentemente esternate dal blog “radical fidelity“.

Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici; io sono Re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla Verità. Chiunque è dalla Verità, ascolta la mia voce”. Gli dice Pilato: “Che cos’è la verità?” (Gv 18,37-38). 

Ogni cattolico – e prima ancora ogni ministro, di ogni ordine e grado – dovrebbe rispondere senza esitazione alcuna: la fede cattolica insegnata dalla Chiesa cattolica; quella per cui gli Apostoli hanno dato la vita, i Martiri versato il Sangue, i Dottori impiegato le proprie intelligenze, i Confessori speso le proprie fatiche ed energie; quella che non cambia, né può cambiare, perché si fonda su Dio che è Verità; quella senza la cui integra professione non c’è possibilità di raggiungere l’eterna salvezza; e da cui non si deve mai, in nessun caso e per nessun motivo apostatare.


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