di Red.
A poche ore dal ritrovamento del corpo smembrato di Alessandro Venier ci toccò essere facili, facilissimi, profeti. Ucciso e fatto a pezzi da madre e fidanzata – chi ha fatto cosa si vedrà – è stato rapidamente archiviato dai giornali nella lista delle “vecchie notizie”, con una particolare coltre di fango (prima) e di silenzio (poi). Dipinto come un mostro pericoloso e poi dimenticato.
Del resto se un uomo si fa ammazzare da due donne qualche grave colpa deve averla, no? Non si sono viste lunghe e numerose puntate speciali dedicate su Rai3, nemmeno cori di associazioni pronte a sventolare la foto nelle piazze, e zero parenti che giravano le scuole e le aule del parlamento per moralizzare l’opinione pubblica. Ma era tutto facilmente prevedibile. Lo scrivemmo: la morte se non funzionale ai racconti ideologici viene cancellata presto, perché è la realtà più certa e al contempo più inaccettabile dall’umanità di oggi. O la si ridicolizza, o la si nega. Se la si affronta non può essere solo per ricordare che esiste. Come vittima [Caro Alessandro] non funzioni: sei uomo, sei italiano. Poi Mailyn è straniera. No, non va. Dovevi morire diversamente. Qui non c’è “omofobia”, “razzismo”, “odio religioso”, “fascismo”, “patriarcato”. Gli spacciatori di disperazione che rifilano la loro povera merce sui giornaloni hanno bisogno di qualche click, non di raccontare complessità. Non parlano di femminilità tossica: spaccherebbe il giochino narrativo che hanno impostato da tempo.
La mostrificazione, del resto, è partita subito. Ma a danno della vittima. Poi il silenzio, o quasi. Qualche sporadico lancio di agenzia, al massimo. Giorni fa, cercando tracce qua e là, ci imbattiamo in un resoconto di un’edizione locale della Rai, TGR Friuli Venezia Giulia. Piuttosto interessante nel suo complesso, ha qualche passaggio che merita di essere ripreso (grassettature nostre):
[…] Ad indagini ancora in corso, i primi punti fermi di quanto accaduto sono dati dalla confessione spontanea della Castro, registrata da un carabiniere appena giunto alla villetta, e da quella più consapevole e argomentata della Venier ai giudici. Dalle carte processuali, finora, emerge una storia legata a doppio filo alla Colombia, il paese di Mailyn. Il progetto prevedeva che Mailyn si sarebbe dovuta trasferire lì. Lorena, infermiera caposala a Gemona, l’avrebbe raggiunta dopo la pensione e, insieme, avrebbero nascosto alla bimba la verità sul padre, celandone le vessazioni e raccontandolo in termini positivi. Secondo la madre, Alessandro non lavorava più ma trafficava armi. Aveva comprato un terreno in Colombia. L’idea dell’omicidio, dice Lorena, sarebbe venuta a Maylin un mese prima, dopo essere stata picchiata da Alessandro. La compagna avrebbe insistito nel proposito nei giorni successivi. Proposito concretizzatosi al momento dell’acquisto da parte della vittima dei biglietti aerei per la Colombia. Nessun litigio scatenante o motivo di difesa. Le due pensavano di far credere a tutti che si fosse trasferito all’estero.
C’è poi un proposito, definito fantasioso dal GIP: Lorena aveva pensato di disfarsi del corpo o in montagna, o addirittura nel Rio delle Amazzoni. Alessandro avrebbe inoltre minacciato svariate volte Mailyn dicendole che, una volta in Colombia, l’avrebbe annegata in un fiume, in mezzo alla foresta. Tutti i dettagli sono al vaglio degli inquirenti per verificarne la veridicità. Per gli inquirenti, non è ancora provato che la vittima maltrattasse le donne. Proprio la partenza per la Colombia di Alessandro è uno dei motivi che ha giocato anzi a sfavore di Lorena e Mailyn nella convalida delle misure cautelari: le due avrebbero avuto tempo e modo di sottrarsi alle sue presunte angherie. La loro pericolosità, per il giudice, emerge dalla premeditazione, dalle modalità cruente del delitto dalla freddezza successiva, con Lorena tornata subito a lavorare e Mailyn che, se non avesse attraversato una fragilità depressiva, forse non si sarebbe autodenunciata.
Capito? Per gli inquirenti, non è ancora provato che la vittima maltrattasse le donne – Le due avrebbero avuto tempo e modo di sottrarsi alle sue presunte angherie. Ne avete sentito parlare ai tiggì? Negli speciali? Le troupe sguinzagliate in mezzo Nord Est le avete viste? Noi poco poco. E badate qui il punto non è la vera o presunta malvagità di Alessandro ma la rapidità con cui è stato tutto bollato e archiviato.
Già il 1° agosto scrivevamo: Non sappiamo molto di te [Alessandro]. La tua vita, da ciò che emerge, non era quella che si raffigura nel classico santino col merletto. Ma anche lo fosse stata, sarebbe mutato ben poco. Anzi forse sarebbe stato un motivo per cancellarti ancor prima dalla memoria. Tutte le attenuanti (vere o presunte) saranno brandite dai media per spiegare, capire, inquadrare quel che successo. Non puoi diventare un’icona.
Era difficile sbagliare.
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