Il 28 ottobre 1965 Paolo VI unitamente ai Padri del Concilio Vaticano II “promulgava” la dichiarazione “Nostra Aetate“. Questo documento ridefinisce le relazioni fra la Chiesa Cattolica e le relazioni non cristiane e fonda il dialogo interreligioso, i suoi incontri di Assisi e le dichiarazioni di Abu Dhabi. Esso è espressione del modernismo che ha presieduto al Concilio, quel modernismo per cui “tutte le religioni son vere” (S. Pio X, Pascendi).
Dal sito del Distretto Italiano della Fraternità Sacerdotale San Pio X (www.sanpiox.it) riprendiamo alcuni punti del “Catechismo della crisi nella Chiesa” di don Mathias Gaudron, che spiegano gli errori di questo documento.

Cosa dobbiamo pensare dei giudizi positivi che il Concilio Vaticano II formula sull’induismo, il buddismo, l’islam e il giudaismo nel suo testo Nostra ætate (il documento sulle religioni non cristiane)?
La dichiarazione conciliare Nostra ætate, su questo punto, manifesta chiaramente di non essere imparziale. Il suo relatore ufficiale dichiarò pubblicamente, presentando il testo nel corso del Concilio, che essa non aveva per scopo di dire la verità intera su quelle religioni, ma di menzionare esclusivamente gli aspetti che le potessero avvicinare al cristianesimo [Cfr. Acta Synodalia Sacrosanti Concilii Œcumenici Vaticani II, volumen IV, periodus quarta, pars IV (Typis polyglottis Vaticanis, 1977), p. 698 (risposta al secondo modus) e p. 706 (risposta al modus 57)].

La dichiarazione Nostra aetate, però, non riprende la dottrina tradizionale affermando anche che la Chiesa «annuncia ed è tenuta ad annunciare il Cristo, che è “la via, la verità, la vita” (Gv 14,6) in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con sé stesso tutte le cose» (n. 2)?
Alla luce di tutto il resto del testo e di quanto è detto negli altri documenti conciliari, dire che gli uomini devono trovare in Cristo «la pienezza della vita religiosa» non è affatto incompatibile con l’idea che anche le altre religioni siano mezzi salvifici, perché lascia intendere che, se la verità si trova pienamente solo nella Chiesa di Cristo, suoi elementi si trovano anche – parzialmente ma realmente – al di fuori di essa. La Sacra Scrittura, invece, insegna che Gesù Cristo è «l’unico mediatore tra Dio e gli uomini» (1Tm 2,5), l’unico ambasciatore gradito a Dio, «così da poter intercedere in loro favore» (Eb 7,25). «Chi è il mentitore, se non chi nega che Gesù è il Cristo? Colui che nega il Padre e il Figlio è l’anticristo. Chiunque nega il Figlio, non ha neanche il Padre» (1Gv 2,22-23). E ancora: «Non c’è sotto il cielo alcun altro nome dato agli uomini dal quale possiamo aspettarci di essere salvati» (At 4,12). Ogni religione che rifiuta questa mediazione è intrinsecamente cattiva: è perciò contraddittorio pretendere di annunciare Cristo e nello stesso tempo di fare l’elogio, anche solo parziale, delle religioni che vi si oppongono.

Non tutto ciò che le religioni non cristiane affermano è falso. Ci sono quindi degli elementi positivi anche in esse: ciò non obbliga almeno ad una certa apertura verso questi valori positivi?
Per capire meglio il problema possiamo servirci di un esempio tratto dalla realtà materiale. Un alimento è giudicato buono o cattivo non soltanto in funzione degli elementi che contiene, ma nel suo complesso; infatti, la cattiva ripartizione di ingredienti che in sé, presi isolatamente, sarebbero ottimi, può bastare a danneggiare l’insieme. L’introduzione, poi, di un solo ingrediente avariato basta a rendere immangiabile tutto l’alimento; e l’aggiunta di una sola goccia di veleno può essere letale: anche il dolce più buono, nessuno si arrischierebbe a mangiarlo selezionando le parti che presuppone non avvelenate. Tutto questo, fuor di metafora, vale anche nell’ordine spirituale. Una religione non è soltanto la somma aritmetica di una serie di elementi: essa forma un insieme (così come un sistema scientifico o filosofico, una dimostrazione, ecc.). Ciò che conta è che sia buono l’insieme nel complesso, nella sua interezza. Se l’insieme non è buono perché viziato da qualche elemento negativo, tutti gli elementi buoni che eventualmente persistono in esso non potranno in alcun modo renderlo intrinsecamente buono.

Cosa si deve pensare del ragionamento che afferma che Dio «è operante» nelle religioni non cristiane, dato che vi si può trovare del bene che non può provenire se non da Dio?
Questo ragionamento, quando dice che Dio «è operante» nelle religioni non cristiane, non distingue sufficientemente tra l’ordine naturale e quello soprannaturale: è evidente, infatti, che quando si parla di un’azione di Dio in una religione, ci si riferisce ordinariamente ad un’operazione salvifica, si vuole dire cioè che Dio salva con la sua grazia soprannaturale. Gli elementi buoni che si trovano nelle religioni non cristiane sono solo di ordine naturale, mentre non ci sono in esse veri beni soprannaturali; Dio, quindi, senz’altro «è operante» in esse, ma a titolo di creatore (e a questo titolo, del resto, Dio «è operante» in qualsiasi cosa), in quanto cioè dà l’essere ad ogni cosa, ma non in quanto salvatore.

In definitiva, cosa possiamo dire a proposito delle religioni non cristiane?
Non si può che ripetere le parole di san Pietro: «Non c’è sotto il cielo alcun altro nome [rispetto a quello di Gesù] dato agli uomini dal quale possiamo aspettarci di esser salvati» (At 4,12).


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