di p. Matteo Liberatore SJ

Scopo della rivoluzione si è il naturalismo politico, che essa intende sotto il nome di civiltà moderna, di emancipazione dello Stato dalla Chiesa, di autonomia del potere laicale. Ora il naturalismo politico, sciogliendo la società dai vincoli della religione, non riconosce altro fine per l’uomo che la beatitudine della vita presente nel godimento dei beni materiali; e quindi non può avere altro proposito, se non quello di procurare ed accrescere la ricchezza … All’individuo prevaricatore è riserbato l’inferno; alla società, che vive solo nel tempo, è retribuita la rispondente pena nella vita presente. Qual sarà questa pena? Per quae peccaverit homo, per haec et punietur; è comminazione, che tocca non solo i privati ma ancora gli Stati. La Società pretendeva per quella via di giungere ad un’altissima perfezione; ed essa per contrario precipita in basso, fino a pareggiare la condizione dei bruti. E veramente che cosa costituisce il bruto? Il non avere altra regola nel suo operare, che l’istinto sensibile. A questo stesso si riduce la società, col riguardare come supremo fine dell’uomo il godimento. Al godimento tende la bestia; al godimento tende l’uom sociale del moderno progresso. Che se ci ha differenza, atteso il lume di ragione, onde l’uomo è dotato; una tal differenza torna anzi in suo disfavore. Imperocché il bruto, incapace di reggere sé medesimo, è retto ne’ suoi appetiti dall’arte divina, la quale pone misura e limiti negl’ istinti animaleschi. Ma l’uomo, che pel celeste dono dell’intelletto e della volontà era destinato a compiere da sé in sé stesso un tanto ufficio, si disordina orribilmente, cadendo in balia de’ sensi non imbrigliati da verun freno. Una mandria di animali, con la ragione a servigio de’ sensi; ecco la società separata da Dio e dalla Chiesa. Ma queste bestie sociali stessero almen serene e tranquille! Tutt’ altro. Esse sono in perpetua agitazione e guerra tra loro: Silva frementium bestiarum. La ragione si è, perché tutti aspirano ad un bene, che non può conseguirsi da tutti, ma sol si conseguisce da alcuni per privazione degli altri. La ricchezza non si forma altrimenti, che accumulando in uno ciò che potea spargersi tra molti; e questo cumulo stesso è frutto della fatica incessante di molte braccia. Acciocchè dunque in una società ci sieno ricchi, è necessario che ci sieno poveri; e acciocchè ci sieno gaudenti, è necessario che ci sieno tribolati. Figuratevi qual pace e qual contento dovrà regnare tra questi, quando, rimossa ogni influenza di religione, ciascuno agogna di godere e conseguentemente di trasricchire ! Converrà che si assannino a vicenda, e, dove non possano, attendano frementi l’ora propizia. È questa la sorte d’ una società, i cui membri più non riconoscono la legge dello spirito.

La Chiesa e lo Stato, Napoli, 1871, pp. 197, 201-202.



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