Riceviamo dal Saltimbanco di Nostra Signora e volentieri pubblichiamo.


Alla fin fine… Ma sì! Il gioco enigmistico di trovare le differenze tra Messa vecchia e Messa nuova è soltanto questione di feeling. O di ermeneutica.

Tradidi quod et accepi? Ma no! Tradidi et quod interpretatus sum. Qualcuno la pensa così. Anche qualche cattolico cosiddetto conservatore, dei Tories del Parlamento della Chiesa sinodale bottom-up. “Due forme dello stesso rito”, qualcun altro diceva. Per quanto mi riguarda, ho cominciato a prendere brevi appunti sulla questione. E qui ne rivelo tre.

I. Messa nuova in grande Basilica pontificia. Rito solenne. Streaming attivo. Novena di San Francesco. Il Predicatore catechizza durante l’omelia i fedeli: i momenti bui li hanno tutti, perfino i santi; possiamo schiarirli appoggiando la testa alla spalla delle persone che il Signore ci mette a fianco, cedendo alla Sua e loro carezza. Mimo della carezza. Una coppia di fedeli davanti a me si guarda e sorride. Sono due donne. Elogio del Predicatore al rapporto molto dolce tra il Serafico Padre e Frate Leone. Altri mimi della nota carezza. Sfiorata la crisi iperglicemica per strapazzamento di coccole. Nonostante il presunto contegno inglese, le mie gambe decidono allora di alzarsi e mi portano in salvo fuori dalla Basilica. Questione di feeling.

II. Messa novella in Parrocchia o meglio Messa beat per i fanciulli e i ragazzi. Ammàzzete! Cerco di rimanere il più composto, silenzioso e in orazione possibile. Ma è impossibile. È un mercato, gestito dagli adulti. Cerco di far stare in silenzio il gruppo dei piccoli monelli durante la celebrazione. Per grazia ci riesco. Arriva il cesto delle offerte dei fanciulli e dei ragazzi ai piedi dell’altare e una marea festante vi sale e scende come sulla scala di Giacobbe. Parte il Santo schitarrato, il Trisagio col batti mani. Siamo tutti gai. L’unico che non è gaio è Nostro Signore in Croce. Sarà questione di ermeneutica.

III. Messa di Paolo VI in piccolo oratorio dedicato a San Francesco, nella Festa del Santo. Distribuzione dell’Eucarestia: prete seduto, due ministre lo sostituiscono, Comunione sulla mano e rigorosamente en passant. Termina la distribuzione: prete seduto, le due ministre portano le ostie consacrate all’altare, si guardano, prete ancora seduto e… si autocomunicano. Le mie gambe scattano in piedi. Non riesco mai a controllarle. Di nuovo questione di feeling.

La tripletta rende bene lo stato dell’arte. E guardare tale questione a testa in giù come un giullare ha i suoi pregi. Si sa di non essere nessuno e che le cose non cadono ancora nel nulla solo per grazia di Dio. E si capisce che con appunti (1) simili a questi si potrebbe invero comporre un nutrito e sesquipedale Bestiario del Novus Horror.

Non si dà nuova Messa infatti senza freschissimi appunti da raccogliere. L’unica questione ermeneutica è che non solo mie gambe sono incontenibili quando vi partecipo, ma ho anche sviluppato per ogni e qualsiasi forma di Messa del Novus Ordo – financo la più paragonabile all’ortodossia – una sorta di intolleranza che pianamente s’accorge della notte e del soffocamento dell’anima. Perché, se tale Messa può essere valida, può dirsi parimenti lecita? È pertanto un bene e bene eterno assistervi? Temo invece che, a lungo andare alle messe yé-yé, sia la luce della fede cattolica a spegnersi nel buio del cuore. Quelli delle “due forme dello stesso rito” di ala destra diranno che basta celebrare bene la variante montiniana e allargare la riserva indiana della Messa antica. Magari celebrare pure la nuova Messa ad orientem, togliendo i laici dal presbiterio, predicando secondo i Padri, il Magistero e il Catechismo di Pio X, curando l’abbigliamento liturgico come il silenzio, distribuendo la Santa Comunione in ginocchio e ricevendola solo da mani consacrate. Qualcun altro suggerirà che basta ripetere in latino il rito logorroico del 1969. Tuttavia, questo misero saltimbanco, tanto lacerato tra i marosi dello spirito conciliare e gli scogli della Tradizione, osserva che basterebbe mirare le varie tavole calde sorte in diverse chiese vetuste, giusto davanti al fondale che spesso sono diventati i gloriosi altari d’un tempo: la contraddizione sta lì ed è un’accusa.

È la prova di una sostituzione violenta e violentante, insostenibile e dolorosa. E chiama alla scelta: o l’orizzontale fratellanza massonica e l’abominio a forma di uroboro del Novus Horror; o la Messa di sempre, quel Calvario e quel Paradiso che il figliuol prodigo o il ladrone pentito – o il tapino giullare di Dio – ha la grazia immeritata di poter accostare. Croce che punta al Cielo, faro dentro il cuore che attende e quasi esige nel suo grido silenzioso, a cui risponde finalmente il grido eterno dell’Ostia salutare. Anche il cuore di un saltimbanco può ritrovare l’equilibrio, sul filo teso tra il pollice e l’indice, sopra l’abisso del Verbo (2).

18 ottobre 2025, S. Lucae Evangelistae.

Il Saltimbanco di Nostra Signora.

(1) Cfr. Gilbert Keith Chesterton, St. Francis of Assisi, New York, Sheed and Ward, 1923.

(2) Cfr. Cristina Campo, La Tigre Assenza, Milano, Adelphi, 1991, Missa romana.


Seguite Radio Spada su:

Imm. in ev. di Pub. Dom.: Folio 9 recto of the Aberdeen Bestiary, the Panther (Detail)