di Piergiorgio Seveso
Mentre tutto intorno il mondo precipita verso le rovine di una deflagrazione mondiale, mentre governi e governanti anticristici e sinarchici spadroneggiano, aumentando le proprie sfere di influenza di giorno in giorno, e ammantando col velame “democratico” i peggior i delitti, potrebbe sembrare quasi surreale occuparsi dell’annosa crisi della Chiesa. In realtà l’assoluta centralità del cattolicesimo romano risulta ancora più evidente oggi in cui il mondo si culla con certezze fallaci e principii sociali e politici ingannevoli.
Proprio ora che la voce dell’oracolo infallibile del Vaticano tace e la casella storica dell’azione politica romana risulta (anche se solo fattualmente) vuota, decorativa, ancillare, piagnucolosa, distratta, inefficace, proprio ora che l’universale caos generalizzato avrebbe bisogno di quella Voce come la pianta riarsa abbisogna dell’acqua vivificatrice, ebbene, proprio ora la crisi della Chiesa e dell’autorità papale risalta in tutta la sua deflagrante portata.
Nessuna via di fuga, nessun ripiegamento pietistico (o peggio voluttuario) nelle segrete stanze, nessuna “casa in collina” di pavesiana memoria, nessun rincantucciarsi in qualche anfratto polveroso di qualche cappellina laterale del “fu” Summorum Pontificum, può nascondere la drammaticità del momento.
La drammaticità è ancor più acuita dalla impreparazione, inadeguatezza e, volendo essere benevoli, dabbenaggine, di gran parte del mondo tradizionalista cui sarebbe demandata oggi la custodia, il mantenimento, la difesa e la propagazione dell’integralità cattolica. Questo mondo, colto da un violento raptus allucinatorio, ha creduto di scorgere in Leone XIV Prevost un restauratore, un ripareggiatore, un riparatore, un aggiustatore, forse anche un modesto idraulico del cattolicesimo romano mentre fin dalla prima sera, fin dalle prime parole era apparsa evidente la piena continuità (e vicinanza morale) non solo coi suoi predecessori modernisti ma anche col suo magno predecessore, venuto dalla Pampa.
Se è vero che il Papato romano forma, al di là delle singole sfumature storiche, un’unica figura morale, strettamente unita a quella di Cristo nel governo vicariale della Chiesa, è bene evidente che “il papato modernista” per mimesi debba tentare di mantenere, con solo forze umane, una medesima unità dottrinale, una medesima coesione “magisteriale”, pur nella continua cangianza delle dottrine eterodosse. A questa “unità morale” Leone Prevost non si è sottratto sin dalla prima serata maggiolina, dando poi via via, ora timidi, ora più decisi segnali di questa appartenenza alle dinamiche della “rivoluzione conciliare”.
Se come nelle frane, prima furono sassi, poi vennero i macigni (di ghiaccio?), ora tutto il monte, tutta la colossale montagna di disinformazioni benevole, di riadattamenti “filiali”, di negazioni seriali e pervicaci, sta franando con un fragore assordante, con un generale intontimento e sgomenta paura dei “fedeli”.
Ogni giorno è ovunque il Vajont e Radio Spada, talvolta Cassandra inascoltata, non può che guardare dall’alto e con serena rassegnazione e compostezza a tanta rovina.
Questa rassegnazione non deve portare ovviamente alla disperazione e alla negazione dell’indefettibilità della Chiesa bensì deve essere uno sprone a mantenere realisticamente la posizione senza fughe in avanti ma anche senza mollezze e ripiegamenti sentimentali che negano la realtà dei fatti e trasformano il “cattolico integrale” in una risibile marionetta accordista o in un patetico Pierrot, sempre pronto a cantare nostalgicamente alla pallida Luna lontana e ad amori perduti e non corrisposti.
Regina Sacratissimi Rosarii, ora pro nobis.
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