di Piergiorgio Seveso

Spesse volte quando compilo questa rubrica ho la netta percezione di scrivere sulla sabbia, nel senso che il rigore settario delle appartenenze, specie nel mondo tradizionalista, rende talora incapaci non solo di analizzare e riflettere ma financo di leggere.

Le uniche letture consentite e tollerate sono quelle dei capo-bastone, del capo-muta, del capo-branco o, volendo essere più generosi, del “gran savio” cattolicamente inteso (cui forse si attagliano meglio i versi di quel gran poeta partenopeo che fu Riccardo Pazzaglia nella sua famosa canzone “Me ne vado a fare il guru”). Questa tendenza all’autocensura preventiva è stata acuita dai social media dove tutto si appiattisce, si banalizza, si incolonna in un’autostrada da percorrere e da… ”scrollare”. Parliamo quindi tra amici fedeli e tra nemici interessati “ut caperent me in sermone”.

Radio Spada sin dall’inizio (e non tutti l’hanno fatto) ha messo in guardia i lettori nei confronti del talarizzato siculo Minutella e non l’ha fatto per una prevenzione malevola, per la ben nota sindrome dei “primi della classe” o per l’innata vocazione ad essere, per tradurre un lombardismo, “le carognette dell’oratorio”. Lo abbiamo fatto quando andava poco di moda opporsi alle sue stravaganze e diversi (poi sempre meno) credevano che il movimento suscitato attorno alla fonte di Carini fosse una buona occasione. Insomma: abbiamo agito in tempi “non sospetti”.

Perché? Minutella presentava sin da subito distanze siderali dal cattolicesimo integrale o anche più genericamente resistente e refrattario. Vaticanosecondista fervente (pur con alti e bassi e non senza retromarce), prigioniero di un culto smodato del “teologo della Baviera” e del suo immediato predecessore polonese, Minutella ha subito tutte le prevedibili “sanzioni” dalle autorità moderniste fino a creare una piccola realtà cristianoide (e marianoide) carismatica, legata alla sua persona e al suo “carisma” (locuzioni interiori comprese).

Passato al giudizio di Dio il bavarese “emerito” Ratzinger, era evidente a chiunque avesse anche solo epidermicamente studiato la piccola e sgangherata storia (non solo palmariana) degli antipapi post “Vaticano II”, che Minutella fosse il candidato più certo e “dotato” per riempire la vacanza della Sede apostolica nell’ideologia benevacantista. “Ideologia”, poi, è una parola grossa: si dovrebbe parlare di guazzabuglio in cui si possono ritrovare improbabili codici segreti, sedi impedite e chi più ne ha, più ne metta. Il mondo “legittimista ratzingeriano” è del resto ridotto alla rissa permanente e al progressivo smantellamento. Nella durissima legge dei social, l’unico che in mezzo a quella cacofonia riesce per ora ad emergere è proprio chi le spara più grosse, ovvero il Grande Prelato palermitano.

Ed è tramite la figura abbastanza artefatta ed elasticizzata del Grande Prelato, che la marcia verso il “soglio petrino” di cartongesso è diventata inarrestabile, triturando e scalzando sodali e compagni di cordata e banditori d’occasione incerti, recalcitranti o dubbiosi. Alla fine il gran talarizzato siculo ha costruito attorno a sé un culto della personalità senza ombre e senza tentennamenti. I suoi soldali – altrettanto talarizzati – invitano pubblicamente a dire la messa “in unione con il Leone di Maria” (qui), parlano chiaramente di “Papa Leone di Maria” (qui a 9:55), o cianciano di munus. Mancando l’ultimissimo passo della formalità più che a un “Papa”, siamo davanti all’ipotesi-Papocchio.

Oggi è evidente che il “Leone di Maria” (horresco scribens!) si pone – in quel piccolo mondo – come avversario e pseudo-alternativa in atto del pallido, incerto e vaticanosecondista Prevost. E come si dice: non c’è nulla di peggio di una falsa soluzione ad un vero problema.

Mi sovvengono alla mente le notissime e solari parole di Monsignor Guerard Des Lauriers, sul fatto che chi dichiarasse la vacanza completa della Sede apostolica, dovesse inevitabilmente provvedere alla supplenza e quindi a “creare” nuovo Papa e nuova gerarchia. Umanamente parlando, il destino di Minutella, nella sua sinistra coerenza rispetto ad altri più titubanti benevacantisti, è quindi segnato.

Nel grande Speakers’ Corner dell’Hyde Park cristianoide, egli aggiungerà la sua sedia, applaudito dai fedelissimi e perpetue in lacrime, senza in nulla scalfire la “Grande Notte” di cui parlavo nella mia precedente strobosfera, nemmeno con fugace razzo bengala.

Se tutto questo fosse un film, come il goliardico e squinternato film di Arbore che citavo nel titolo, si potrebbe sorridere a denti stretti e passare oltre. Invece la cruda realtà e l’idea che tante buone anime, alla ricerca di punti fermi autoritativi, possano essersi convinte di tante sciocchezze, lascia addolorati e interdetti.

Aggiungo una notazione personale: per chi come me vaga solo nelle città degli uomini e sente e vive sulle proprie carni il proprio essere “orfano” di una certa paternità romana, della dolce e forte voce del Vicario di Cristo, qualunque surrogato, qualunque sostituto d’occasione suona come uno schiaffo, come un oltraggio, come una oscena e ripugnante parodia, ingiusficabile persino nei più grossolani carnevali.

Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei genetrix!


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Immagine in evidenza composta a scopo di critica da post pubblici di Radio Domina Nostra.