di Piergiorgio Seveso
Ancora una volta le contingenze ecclesiali mi sottraggono in questa rubrica al mio primo interesse (e dovere di stato) ovvero l’analisi della contemporaneità integristica (quanto mai necessaria pur nelle sue solari virtù o nelle sue deflagranti debolezze). Torniamo di nuovo nelle “terre di mezzo” tradizionali: da alcuni giorni le pagine della blogosfera tradizionalistica sono invase da peana, alalà e canti di vittoria per il ritrovo del mondo Summorum pontificum a Roma.
Fatta salva la buona fede, la pietà e le intenzioni sincere di tutti, si tratta di un entusiasmo per nulla fondato, di una ennesima e gigantesca “fata morgana” nel gran deserto vaticansecondista. Persino tanti reduci dalla grave sbornia leoniana dei mesi scorsi hanno percepito che si trattava di un piccolo contentino ovvero quello di consentire qualche “cerimonia” in rito romano “antico” sotto le colonne tortili dell’altare berniniano, “presiedute” dal “capo dei tradizionalisti” (eletto poi da chi? Da un televoto delle cappelle rimaste aperte dopo TC o da un conciliabolo di sarti ecclessiastici?).
Lo stesso benevolo e avviluppante Zuppi era sceso a Roma col medesimo treno (rectius trenino) per presiedere i Vespri in “rito antico” e poi divulgare e celebrare il gravissimo documento dell’Assemblea sinodale da lui amorevolmente curato e condotto a piena e monumentale approvazione da una corte belante di lupi mitrati.
E badate: il problema non sta solo nel fatto che siamo passati dai Nasalli Rocca di Corneliano e dagli Schuster (di cui abbiamo pubblicato in questi giorni “Gli ultimi tempi di un regime“) ai Savino, che rivendicano il “diritto” morale all’intimità sessuale per gli LGBT. Non voglio concentrarmi su questi aspetti di detonante contraddizione e di aperto sfasamento rispetto alla realtà della crisi ecclesiale.
Maneggiando antiche ma non meno valide parole non posso non notare che nella letteratura affabulatoria di moda nel regno prevostiano, la “Chiesa” ha un grande cuore (ma NON agostiniano) e vi è un posto veramente per tutti in essa, basta “sentirlo”, basta volerlo, forse non serve nemmeno chiederlo. Qualcuno sposta una sedia, qualcuno sorride, qualcuno guarda altrove e ci si ritrova già a tavola a pranzare con la Rivoluzione. D’altronde è triste e doloroso rimanere in cortile e nell’androne con gli ombrelli bagnati e logori dei vecchi indultisti mentre in casa si sente banchettare con risate fragorose e grandi battimani tra un hamburger e una pizza, tanto cara al “Leone di Nostra Aetate”.
Sodomiti e saffiche, pseudo-crociati del XXI secolo in nuova veste, neocatumenali, ciellini, opusdeisti, femministe cristiane, cristiani di base e, perché no, anche i tradizionalisti. Nel toro di Falaride del neomodernismo c’è posto per tutti. Come in certe occasioni prossime di peccato che giustamente i confessori stigmatizzavano, si può sentire una voce dentro di noi che ci dice melliflua ma potentissima: “Che sarà mai? Che mai ti può succedere? Tu sei un cattolico a tutta prova! Che male c’è? Anzi ne potrebbe venire un gran bene: sarai tu che porterai la luce in quelle oscurità, Dio ha scelto te per fare grandi cose. Tu non sarai come loro, tu sarai diverso…”.
Dio solo sa quanto queste frasi risuonino oggi non solo nel cuore ma spesso anche negli scritti e nelle pagine di molta narrativa “tradizionalistica”: lo abbiamo visto con questi occhi sia nel “maledettissimo” 2012 (che forse non ha insegnato nulla) e anche in questi ultimi giorni. Questa messa in guardia dovrebbe valere per TUTTI anche oggi, anno di assai poca grazia 2025.
C’è però una cosa che mi rammarica ulteriormente: è la rassegnata tendenza alla cupiditas implorandi et serviendi, le mani sempre tese – non si capisce in vista di cosa – di questo mondo “tradizionalista”, la irrevocabile pulsione a ridursi a piccola frazione o a partito (come se fossimo ai tempi remotissimi e gloriosi del Coetus internationalis patrum).
Non è più così e non sarà più così; i cattolici integrali oggi (o coloro i quali aspirassero ad esserlo) non possono essere una parte ma devono avere la consapevolezza – senza superbie ed egolatrie improbabili – di essere il TUTTO, o meglio di servire TUTTA la verità e la verità TUTTA INTERA, in questo generale naufragio della Missio e del Dovere.
Riposti i profumati rocchetti e le mitre gemmate, abbiamo assistito alla derisione pubblica (un caso tra molti probabilmente), avvenuta in una chiesa parrocchiale-silos occupata da neomodernisti a Bresso (Milano) durante uno dei loro riti: tutto questo è emblematico della grande estraneità della Messa e dei sacramenti romani all’interno della “chiesa ufficiale”. Per non parlare di ciò che è successo in Vaticano poche ore dopo l’uscita del corteo tridentino: proclami di turbo-ecumenismo, danze pagane e chi più ne metta.
Qui habet aures audiat o forse più prosaicamente, giù dalle brande!
Regina sanctorum omnium, ora pro nobis!
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