di Giuliano Zoroddu

Al di là del titolo altisonante, funzionale ad attirare l’attenzione dei lettori, lo scopo di queste righe non è quello di dimostrare che il poeta latino Publio Virgilio Marone, nato ad Andes il 15 ottobre del 70 a.C. e morto a Brindisi il 21 settembre del 19 a.C., aderisse con la mente e con il cuore alla verità di fede rivelata da Dio e insegnata dalla Chiesa secondo cui esiste un luogo metafisico chiamato Purgatorio dove «le anime dei veri penitenti, morti nell’amore di Dio prima di aver soddisfatto con degni frutti di penitenza ciò che hanno commesso o omesso»[1] subiscono una purificazione prima di essere ammesse a godere del Paradiso. Sarebbe assurdo. Il «cantor de’ buccolici carmi»[2] era certamente un’«anima profondamente religiosa [in cui] tocchiamo il punto culminate dello spirito antico»[3], ma pur sempre di una religiosità pagana, la religiosità, come direbbe il pur ammirato Dante, di un «ribellante» [4] alla legge del vero Dio perché adoratore degli «dei falsi e bugiardi»[5]. Però in questa religiosità c’è qualcosa di «precristiano»[6], nel senso di preparatorio al Cristianesimo, c’è una «appassionata invocazione di una salvezza divina, che non è risolvibile, né poté essere risolta, con la fine imposta da Augusto alle guerre civili»[7]. E quindi in questa prospettiva che presentiamo alcuni versi del VI libro dell’Eneide.
Il «troiano Enea insigne di pietà e prode in armi»[8] ha ottenuto dalla Sibilla Cumana di poter discendere negli Inferi per conferire con suo padre Anchise. Il genitore, che si trova nei Campi Elisi (il paradiso dei pagani), lo accoglie con commozione e prima di svelargli quale gloria e quel missione abbia riservato il Fato alla sua stirpe, i Romani, gli spiega i destini delle anime. C’è, dice il vegliardo, un’anima universale che vivifica tutto e da cui derivano le anime individuali. Queste unendosi al corpo si contaminano e si dimenticano della loro origine divina. Con la morte avviene la liberazione dell’anima dal carcere del corpo e ritorna nell’aldilà, per liberarsi dell’impurità derivante dall’essere entrata in contatto con la materia. E dice Anchise:

E quando ancor la vita li abbandona
l’estremo dì, ai miseri non tutto
il male si dissolve, né del tutto
da lor svanisce ogni corporea tabe;
che, profonde ed a lungo ed in gran copia
alle membra congiunte, ancora impresse
restano dentro in strani modi avvinte.
Perciò la loro pena qui li affina,
e delle colpe antiche hanno il tormento.
S’aprono alcune ai lievi venti esposte,
ad altre monda traccia d’ogni colpa
furor di gorgo od avvampar di fuoco:
soffriamo ognuno il suo destin di morte.
Indi venir ci è dato all’ampio Eliso
ove pochi abitiamo i lieti campi;
finché lungo trascorrere di tempo
(pieno degli anni e d’ogni mese il giro)
stinta non abbia la contratta tabe,
pura lasciando la celeste essenza
e del nitido soffio la favilla.
E quando è colmo di mille anni il giro,
tutte le chiama un Nume in folta schiera
a questo fiume, donde al curvo cielo
immemori di sé tornino un giorno
e nasca in lor desio di un altro corpo. [9]

Ora si deve notare che il poeta mette in esametri dottrine metempsicotiche, che mal si conciliano con l’insegnamento di Cristo rispetto all’anima umana, ma questi esametri possono essere comunque utili. Diceva san Tommaso che «è necessario tenere in considerazione le opinioni degli antichi, chiunque essi siano. Questo sarà utile per due motivi: primo, perché prenderemo in nostro aiuto ciò che di bene da loro è stato detto; secondo, perché eviteremo ciò che di male da essi è stato formulato» [10].
In tal modo, levato di mezzo il fango dell’errore filosofico, noi possiamo impossessarci dell’oro di una verità che Virgilio certamente mal capiva: per accedere alla sede dei beati l’anima umana deve essere libera da ogni pur minimo neo e a tale scopo la misericordia di Dio ha previsto il Purgatorio.


  1. Bolla “Laetentur coeli“, 6 luglio 1439. ↩︎
  2. Purgatorio XXII, 57 ↩︎
  3. A. SERAFINI, Virgilio. Antologia da tutte le opere, Società Editrice Internazionale, Torino, 1966, p. 116. ↩︎
  4. Inferno I, 125. ↩︎
  5. Ivi, 72. Dante spera che Virgilio sia stato esentato dai tormenti infernali come gli altri grandi dell’antichità classica, ma, come nota il dantista Rocco Montano: «Occorre avvertire che Dante non ha voluto accogliere la leggenda secondo cui l’egloga virgiliana era una profezia di Cristo. Se Virgilio avesse profetizzato la venuta di Cristo egli non sarebbe nell’Inferno; come credente nel Cristo venturo sarebbe come i grandi dell’Antico testamento nel Paradiso. Ma l’opera virgiliana, spiega Stazio, contiene una profezia che, pur senza riferirsi a Cristo, ha potuto offrire al lettore dei tempi cristiani come un motivo di conferma … Le parole dell’egloga virgiliana si accordavano con i proseliti della nuova fede; pareva cioè che questa gente fosse quella di cui Virgilio aveva parlato. Non si dice che era. Il fatto che i cristiani apparivano come coloro di cui Virgilio aveva parlato indusse Stazio a frequentarli … Ci fu una spinta, un incoraggiamento» (U. BARRA – R. MONTANO (a cura di), Comprendere Dante, Conte – G.B. Vico Editrice, Napoli, 1986, pp. 317-318). ↩︎
  6. U. BARRA – R. MONTANO (a cura di), op. cit., p. 198. ↩︎
  7. M. SORDI, I cristiani e l’impero romano, Jaca Book, Milano, 2011, p. 193. ↩︎
  8. Aen. VI.. 403. Traduzione di A. Bacchielli (Paravia, Torino, 1963) ↩︎
  9. Aen. VI, 735-751. Traduzione di A. Bacchielli. ↩︎
  10. De anima I, 11. Sullo stesso argomento vedi “L’approccio cattolico allo studio dei classici pagani” di mons. Francesco Nardi ↩︎


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