Riceviamo e volentieri pubblichiamo.


del Saltimbanco di Nostra Signora.

Inventa autem una pretiosa margarita,
abiit, et vendidit omnia quae habuit, et emit eam.

S. Matteo, XIII, 46

Trovata la perla preziosa, bisogna andare, vendere tutto ciò che si possiede, e comprarla. Dopo la cernita e il miracolo del ritrovamento, deve venire la decisione. È un taglio e una scelta cogente.

Rinvenuta la Missa romana, non si può tornare indietro. “Nemo mittens manum suam ad aratrum, et respiciens retro, aptus est regno Dei” (S. Luca, IX, 62). Bisogna invece decidersi per il santo viaggio, andare così avanti e a fondo, fino al momento misterioso in cui si comincia a salire sempre più su. [1]

Dal canto atteso dell’Asperges me o dalle preghiere ai piedi dell’altare, con Nostra Signora ai piedi della Croce, tutto ciò che si ha, gli strumenti da giocoliere e le peripezie dell’acrobata, cadono finalmente. Rimane come un fatto solido e oggettivo, come le pietre della strada, l’essere solo un buffone. Ridicolo. Un peccatore. E mentre si fissa la parola “ridicolo” scritta in lettere luminose sopra la propria testa abbassata, la parola stessa comincia a splendere e a mutare, simile a una piuma sul cappello, un cimiere o perfino
una corona. Perché si comincia a vedere il mondo capovolto e appeso. Nel modo in cui forse lo vide san Pietro, quando fu crocifisso a testa in giù.

Così umiliato sta le jongleur de Dieu con il sacerdote che si veste e agisce in persona Christi. “Curvato da terribili / venti / bacia sacre piaghe in silenzio / eleva e mostra / pure palme trapassate / mendica pace / tra pollice e indice tende / un filo sull’abisso del Verbo” [2]. E tenderà di nuovo tra pollice e indice il filo, Re di tremenda maestà e fonte di pietà [3], scomparso infine nel mistero delle parole ineffabili, segnate dai tre colpi di campanello.

Su questo filo – e dopo la consumazione del sacrificio – ricominceranno le acrobazie e le peripezie del saltimbanco, alla luce nuova e divina di eterno pericolo ed eterna dipendenza, mosso da una gratitudine silenziosa e insondabile per il debito non pagabile all’amore immacolato dell’Agnello immolato.

È il Suo farsi piccolo che permise e permette la nostra letizia. Il primo e mirabile, eterno voto è il Suo, ripetuto in ginocchio nell’Angelus e nel ringraziamento della Messa: “Et verbum caro factum est” (S. Giovanni, I, 14). Esinanì sé stesso (Filippesi, II, 7). Nell’Incarnazione: ovvero “…nello strano siderale rivolgimento dello spazio / allorché la terra e il Cielo cambiarono
posto per un’ora / e il Paradiso levò in alto lo sguardo nella nostra effige” [4].

Nel Sacrificio della Croce: “In cruce latebat sola deitas; / at hic latet simul et humanitas. / Ambo tamen credens atque confitens / peto quod petivit latro poenitens” [5].

Il Suo divino capovolgimento ardisce il nostro. Finita la Missa romana, il tapino saltimbanco a testa in giù, appeso alla
Croce e al Paradiso, può mirare le stelle pendenti fissarlo quale uomo felice. Pare impossibile agli uomini che uno di loro sia felice. Ma è possibile a Dio. A noi deciderci per la perla preziosa.
Vendere tutto. Per custodirla nel cuore.


[1] Da questa frase in poi, cfr. Gilbert Keith Chesterton, San Francesco d’Assisi, Torino, Lindau, 2008, Il giullare di Dio;

[2] Cristina Campo, La Tigre Assenza, Milano, Adelphi, 1991, Missa romana;

[3] Cfr. Dies irae;

[4] Cfr. Gilbert Keith Chesterton, The Collected Works of G. K. Chesterton, X, Collected Poetry, Part I, San Francisco, Ignatius Press, 1994, A little litany;

[5] https://www.radiospada.org/2022/06/adoro-te-devote-il-ritmo-eucaristico-di-san-tommaso-daquino/


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