di Luca Fumagalli
Continua con questo articolo la serie dedicata all’approfondimento della parabola umana e letteraria di David Jones (1895-1974), da molti considerato il più grande poeta cattolico del Novecento inglese.
Per chi si fosse perso la prima parte: QUI
La Brockley in cui si consumarono i primi anni di vita di David Jones non era ancora diventata parte di Londra, allora in rapida espansione, e conservava un fascino rurale. La venditrice ambulante di lavanda, le cui grida erano «un suono celestiale», fa la sua comparsa nel monologo centrale di The Anathemata, così come alla figura tradizionale di “Jack o’ the Green”, l’uomo coperto di foglie e fiori associato alle celebrazioni del primo maggio, si allude sia in In Parenthesis che in The Sleeping Lord. Nella poesia di Jones si ricorda anche un altro luogo non lontano dalla sua casa, ossia il parco di Hilly Fields, il prototipo di quelle antiche colline abitate da spiriti materni da lui celebrate in diverse occasioni; e pure il Tamigi, con il lento fluire e le imbarcazioni, ebbe sempre un posto speciale nel suo cuore.
L’educazione religiosa dei piccoli di casa era affidata al padre, di tendenze evangeliche e profondo conoscitore della Bibbia. Di conseguenza, come ricorda Thomas Dilworth, Jones finì per conoscere «le Sacre scritture meglio di qualsiasi altro importante scrittore moderno, e da esse era in grado di citare lungamente e con facilità». Gli piaceva soprattutto un verso del Salmo 42, «Come la cerva desidera i corsi d’acqua», che divenne il suo preferito anche a motivo della predilezione, tra gli animali, per il cervo. Oltre alla Bibbia, la domenica sera Jim Jones leggeva ad alta voce ai figli passi tratti dal Pilgrims Progress, un’allegoria cristiana in forma di romanzo che era ed è tra i testi di riferimento del protestantesimo. Del resto la casa era piena di simili volumi.

L’astio del capofamiglia nei confronti del cattolicesimo – che occasionalmente lo portava a battibeccare con la consorte – è esemplificato da un episodio che vide coinvolto David il pomeriggio di un Venerdì Santo, quando aveva sei o sette anni: lasciato solo a giocare nel giardino di casa, il ragazzo recuperò alcuni listelli di legno, e con martello e chiodi fabbricò una croce rudimentale con la quale prese a girare in tondo, come in una processione. Il padre, tornato a casa, lo rimproverò e lo punì mandandolo a letto senza cena. Più in meno di quel periodo è un altro curioso incidente che ha a che fare, ancora una volta, con i due. Una sera, mentre Jim stava predicando a un raduno, David riuscì in qualche modo a incastrarsi con la testa nello schienale della sedia e fu liberato solamente grazie all’intervento di un uomo armato di sega che per un momento gli fece temere la decollazione. Più tardi avrebbe ricordato l’incidente con una certa frequenza, associandolo al destino di Sisera nella “Canzone di Debora”, a suo dire «una delle più grandi poesie della storia».
Il rispetto per i quaccheri gli derivò invece da una considerazione del loro medico di famiglia, originario dello Yorkshire, secondo il quale la loro fede non prevedeva sacramenti semplicemente perché la vita stessa è un sacramento. Un’affermazione che piacque molto al giovane Jones e che, con la maturità, arrivò a condividere.

Aneddotica a parte, la religione dell’infanzia ebbe un’influenza decisiva nella formazione del suo imamginario, ma gli lasciò addosso anche un senso di colpa opprimente, accresciuto dalla traumatica esperienza della circoncisione nel 1909, che contribuì di certo alle successive difficoltà in campo affettivo.
Nel frattempo Jones, incoraggiato da entrambi i genitori, aveva iniziato a disegnare. Da adulto disse di non riuscire a ricordare nemmeno un momento della sua vita in cui non fossero presenti pastelli, matite e fogli di carta. I suoi primi tentativi, che avevano per soggetto vari animali, erano sorprendenti per un fanciullo della sua età e gli valsero diversi premi. Un paio dei suoi disegni comparvero addirittura su dei quotidiani, ma tra gli undici e i dodici anni, la consultazione dei cataloghi della Royal Academy e gli apprezzamenti di maestri e famigliari lo portarono a virare verso un realismo convenzionale, perdendo qualcosa della fresca originalità degli esordi.
A sette anni venne iscritto alla Brockley Road School e nel 1908 la famiglia si trasferì in una casa poco distante. Per compensare in qualche modo le sue mancanze in matematica e in inglese – pur entusiasta, rimase un lettore lento per il resto dei suoi giorni – si concentrò ancora di più sul disegno e la pittura, prendendo parte pure alle recite natalizie organizzate dagli insegnanti (è da qui che forse deriva la sua predilezione per i monologhi drammatici). Della musica gli importava invece poco e pure dello sport, complice la sua salute cagionevole. Al contrario si innamorò della storia e della cultura romana, di cui numerosi riferimenti si trovano in The Anathemata e in altre poesie. Guadagnata maggiore sicurezza con la pagina scritta, divorò poi i libri di Lewis Carroll dedicati ad Alice e lesse parecchia poesia inglese, compresa La ballata del vecchio marinaio di Coleridge, in assoluto la sua preferita. Rimase particolarmente colpito anche da Puck il folletto di Kipling, e il passaggio tra i monologhi di figure provenienti da varie epoche potrebbe aver ispirato i balzi temporali in The Anathemata e in The Sleeping Lord. Sin da piccolo più legato al mondo celtico che a quello anglosassone, Jones non fu però del tutto immune al clima di diffuso sciovinismo, tanto che l’ammiraglio Nelson divenne per lui quasi una figura salvifica, celebrata in The Anathemata, ma criticata per il suo supporto alla schiavitù nei Wedding Poems. Altri momenti scolastici, come le danze intorno all’albero di maggio e i canti, ritornano nelle sue opere maggiori e, nel caso di The Anathemata, ne costituiscono quasi la struttura, contrassegnata dalla circolarità e da una ricorrente dinamica di intrecci.

Con il figlio prediletto a scuola, senza null’altro da fare, la madre si sentiva sola e inutile. Pertanto, ai primi segni di malattia, volentieri teneva David con sé a casa, intrattenendolo con aneddoti famigliari e lunghe conversazioni sulle navi, di cui, ancora una volta, si scorgono rimandi in The Anathemata. La cosa dovette accadere spesso, a giudicare da quello che Jones confessò più avanti, ovvero che aveva saltato così tante lezioni da non aver ricevuto una vera educazione. Ciononostante, l’infanzia fu per lui un periodo nel complesso felice, segnata dal clima affettuoso che si respirava in famiglia.
Tra l’altro nel 1904 ebbe finalmente occasione di visitare il Galles del nord e di conoscere i parenti da parte paterna. Anche se non apparteneva a nessuna società gallese né aveva amici originari della regione, Jim era particolarmente orgoglioso delle proprie radici, e pure David non poté rimanere indifferente al fascino di una natura incontaminata. Dalla visita a Rhos-on-Sea e, in particolare, alla piccola cappella di San Trillo e alle rovine di Llys Euryn, «la sua immaginazione», come scrive Dilworth, «acquistò una direzione permanente», e quando sentì il padre cantare, ebbe la sensazione che quella fosse davvero la sua nazione di appartenenza, un’intuizione che si consolidò nelle vacanze degli anni successivi. A rendere incantevoli i luoghi contribuì inoltre la sua fascinazione per il mito arturiano, con le colline intorno a lui che evocavano il Calvario. Tali immagini tornano, confondendosi, in The Anathemata insieme a quella di due uomini affogati in mare, nei cui cadaveri il piccolo Jones si imbatté casualmente un giorno mentre giocava sulla spiaggia.

I primissimi anni della formazione di quest’ultimo corrisposero a quelli conclusivi del regno della Regina Vittoria. E poiché i genitori erano più anziani della maggior parte di quelli dei suoi compagni e la nonna viveva con loro, assorbì i valori e le maniere della società vittoriana più dei coetanei. Era evidente, ad esempio, da come sottolineava le parole più importanti nelle lettere che scriveva, per dare enfasi, dall’assunto che la società dovesse essere gerarchicamente ordinata, dal suo altro senso di integrità morale, dalla dedizione al lavoro, dalla passione per la storia, per l’archeologia, e dall’amore per il mare e la campagna…
L’approfondimento della vita e dell’opera di David Jones continua nei prossimi articoli della serie.


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Le immagini a corredo dell’articolo sono tratte da T. Dilworth, David Jones Unabridged: The online version of David Jones Engraver, Soldier, Painter, Poet (https://windsor.scholarsportal.info/omp/index.php/digital-press/catalog/book/204?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAYnJpZBExQ1R2ZUFDb1VxNHY4bWdyanNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR4yVa3owUWyA3LiUSifxZAT5W2XFqZ6dphwE_QpUu6rFWvISXBwUW6tgOnLmA_aem_X9s9EggFxpEN0b8Mo1pgDw). L’immagine di copertina riproduce una fotografia della famiglia Jones scattata intorno al 1899 (David è il bambino sulla destra, accanto alla madre).
