Come antidoto alla malaria ecumenista che miete vittime in questo 1700° anniversario del Concilio di Nicea, riprendiamo un brano dell’allocuzione concistoriale “Iam annus” pronunziata da Pio XI il il 14 dicembre 1925.

Si consideri inoltre la non meno opportuna commemorazione secolare del Sinodo di Nicea che il 30 marzo di quest’anno avevamo annunciato, Venerabili Fratelli, nella vostra illustre assemblea: tale solenne commemorazione, ispirata e assistita dal nostro Salvatore, e voluta, in accordo con Noi, dai figli giunti dalle regioni d’Oriente e d’Occidente in questo centro della cattolicità, corrispose degnamente al celeberrimo evento che il grande Atanasio, eroe, per così dire, del Concilio di Nicea, definì colonna e monumento della fede vittoriosa sull’eresia [Ep. ad Afros Episcopos, P.G., XXIV, 1047; Ep. ad Epictetum, l.c. 1051.]. E invero, che cosa poteva essere per Noi più desiderabile che assistere con rito pontificale, in stretta unione con i Venerabili Fratelli e figli d’Oriente, a quelle sacre solennità che, seguendo la divina liturgia di Giovanni Crisostomo, presso il sepolcro di questo grande Padre e Dottore, in San Pietro, affollato e stipato da molte migliaia di cittadini romani e di pellegrini, sono state officiate per la prima volta con grande devozione e magnificenza? Tuttavia il Nostro gaudio non andò disgiunto da una certa afflizione, per l’improvvisa morte che a Noi e alla Chiesa ha sottratto il Venerabile Fratello Demetrio Cadi, Patriarca Antiocheno dei Greci Melchiti, che avevamo invitato fra i primi alla piissima celebrazione; ma Ci ha un poco confortato il pensiero che egli sia stato chiamato da Dio nei cieli per ricevere il premio delle sue virtù e delle sue nobili azioni o anche «per non vedere i mali della sua gente». Lo splendido spettacolo, quanto mai idoneo a sospingere gli animi alla unità cattolica e romana che egli amava e favoriva mirabilmente, spronava anche Noi ad impetrare con grande ardore l’eterna beatitudine per l’amatissimo Prelato e anche a ripetere con tutto il cuore quella invocazione di Cristo Principe dei Pastori: «Vi sia un solo ovile e un solo Pastore». Abbiamo detto che la ricorrenza secolare del Sinodo di Nicea, opportuna e auspicata, ha coinciso con l’Anno Santo. Pertanto l’anno di espiazione, avendo predisposto gli animi dei cattolici a una siffatta celebrazione, fece sì che, congiunti dalla solenne funzione di rito greco, da una sola fede e da un solo impeto di carità, così numerosi fossero presenti sia i residenti, sia forestieri di varie e remotissime nazionalità, quanti la Basilica di San Pietro, pur così vasta, raramente accolse. Questa festa, nel riportare alla memoria di tutti la consustanzialità del Verbo incarnato e la divina natura di Cristo proposta al credente quasi come un trionfo riportato sull’eresia, conduce i pensieri di tutti alla pietra angolare su cui poggia tutto ciò che trascende la natura, nonché alla sorgente stessa e alla causa prima di tutte le grazie e di tutti i meriti di ogni riconciliazione e santità, di ogni apostolato e della sua mirabile fecondità; dall’apostolato di Pietro e di coloro che per primi ricevettero da lui l’incarico, ai missionari che Noi stessi, ultimo successore sul soglio di Pietro, abbiamo inviato accompagnandoli con le Nostre ardenti preghiere affinché, attraverso il Vangelo, fosse recata la salvezza alle più lontane genti. Sembra che lo spirito di Dio, quasi alitando nel mondo cattolico abbia raggiunto con il suo afflato i fedeli sparsi ovunque e perciò avvenne che essi udissero la parola del divino Pastore e Redentore delle loro anime, e la riconoscessero nel suo umile servo e Vicario, dal quale, indetto l’anno della conciliazione e della grazia, erano invitati alle fonti romane, alla Chiesa madre di tutte le Chiese, al comune Padre, perché godessero dei tesori di divina clemenza dischiusi in quel tempo.


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fonte https://www.vatican.va/content/pius-xi/it/speeches/documents/hf_p-xi_spe_19251214_iam-annus.html