di Luca Fumagalli

Hilaire Belloc (1870-1953), intellettuale cattolico e sodale di G.K. Chesterton, è ricordato oggi soprattutto per la sua saggistica di taglio storico-critico. Eppure l’inglese seppe distinguersi non solo come poeta di qualità ma anche come romanziere, sebbene la narrativa fu da lui sempre intesa più che altro come una pausa di distensione in mezzo alle interminabili fatiche apologetiche. Che poi i suoi libri abbiano incontrato un buon successo di pubblico e critica, non «altera il fatto», come scrive il critico Patrick Braybrooke, «che si tratti veramente di escursioni, nel senso che sembrano quasi vacanze».

Nei romanzi di Belloc l’ironia, la politica e la filosofia si alternano senza soluzione di continuità dando corpo a trame ingegnose e scoppiettanti. A parte quello che forse è il suo lavoro migliore, Emmanuel Burden (1904), attraverso cui l’autore offre uno sguardo critico sulle strutture sociali ed economiche dell’Inghilterra edoardiana, particolarmente riusciti risultano anche The Green Overcoat (1912), Mr. Petre (1925) e The Emerald of Catherine the Great (1926).

Il personaggio principale di The Green Overcoat è il Professor Higginson, uno psicologo. Un giorno, mentre è in procinto di lasciare un evento, scopre che piove a dirotto e, non avendo un cappotto con sé, decide di prenderne in prestito uno dall’attaccapanni, di color verde, di cui non conosce il proprietario, con l’intenzione di restituirlo il giorno dopo. La scelta, però, si rivelerà fatale: il povero Higginson viene rapito, evidentemente scambiato per qualcun altro, dando inizio a una catena di eventi avventurosi, al limite dell’assurdo, descritti con un tono di pacata ironia. In The Green Overcoat Belloc si dimostra capace di cogliere il potenziale farsesco e comico della tragedia, non lesinando scene dal sapore agrodolce in cui il paradosso ha gioco facile. Più in generale, nel libro si affrontano molti temi a lui cari, su tutti quello del rapporto tra scienza e fede; viene criticato aspramente anche l’occultismo, uno dei tanti abomini partoriti dalla confusione esistenziale dell’uomo moderno.

Con Mr. Petre, pur riprendendo il classico espediente di un protagonista che perde la memoria, Belloc riesce a creare un romanzo che sa di novità grazie soprattutto alle sue eccezionali doti descrittive, in grado di dipingere perfettamente una società di ricchi in cui la menzogna è dilagante. Scambiato per un milionario americano, l’eponimo protagonista si ritrova preso invischiato in un mondo gretto e cinico in cui spiccano personaggi secondari particolarmente riusciti, non complessi ma di certo ben caratterizzati. Nuovamente i bersagli preferiti di Belloc sono la stampa, ridotta a colonne di gossip e volgarità, la pomposità istituzionale e la spiritualità modaiola.   

Come da titolo, la trama di The Emerald of Catherine the Great è invece incentrata su uno smeraldo leggendario e inestimabile, un tempo di proprietà dell’imperatrice russa, che viene rubato, innescando una caccia all’uomo in tutta Europa che coinvolge spie, personaggi storici e avventurieri. Nelle mani di un romanziere meno esperto la storia avrebbe rischiato di risultata assurda e noiosa, ma Belloc riesce a donare al tutto un’aura così dissacrante da renderla oltremodo piacevole.

Per quanto leggeri ed estremamente godibili, i romanzi di Belloc restano comunque l’opera di un autore cattolico, con la conseguenza che una morale consolatoria è sempre rintracciabile, ed è stato detto che anche lui, al pari di Dickens, sapeva uccidere con una risata: è davvero così.



Seguite Radio Spada su: