di Luca Fumagalli
Nota della redazione: il presente articolo è una traduzione dall’inglese di un pezzo apparso venerdì sul St Moluag’s Coracle, blog dedicato alla cultura cattolica scozzese. Il testo originale è reperibile al seguente link: https://www.stmoluagscoracle.com/p/edwin-muir-and-the-knox-ruined-nation
«Canto per la Scozia, / la nazione rovinata dai Knox». Questi due versi fanno parte di Prologo, la poesia che apre la prima raccolta di George Mackay Brown. Si tratta di una sorta di manifesto provocatorio, in cui l’autore orcadiano invita l’artista, con la sua opera creativa, ad affiancarsi al santo per ricostruire la Scozia, una nazione segnata dalla catastrofica eredità del calvinismo predicato da John Knox nel XVI secolo. Per Brown, Knox era l’uomo nero, l’incarnazione di tutto ciò che detestava. L’idea di una Scozia medievale intesa come società cattolica armoniosa e della sua conseguente demolizione a causa dalla Riforma protestante non era tuttavia una sua intuizione originale, ma gli era stata trasmessa dal conterraneo Edwin Muir, uno dei più importanti scrittori scozzesi del XX secolo e colui che più di tutti contribuì al lancio della carriera letteraria di Brown.
Muir e il suo rivale poetico Hugh MacDiarmid erano i sommi sacerdoti della «nazione rovinata dai Knox», un’affermazione che ricorre con sorprendente frequenza nella letteratura e nella critica scozzese del secolo scorso. La loro tesi, condivisa da molti autori del cosiddetto “Rinascimento scozzese”, era piuttosto semplice: se la Scozia è un paese cupo, segnato da divisioni interne e da un’imbarazzante arretratezza culturale, la colpa è tutta dei calvinisti, iconoclasti, litigiosi e diffidenti nei confronti dei un mondo reputato irrimediabilmente corrotto. Nel 1928, ad esempio, MacDiarmid lamentò con amarezza la «particolare e sfortunata forma assunta dalla Riforma in Scozia», «antiestetica in misura spaventosa». Il punto di vista di Muir è ancora più sconfortante e venne ampiamente descritto nel suo John Knox: Portrait of a Calvinist (Johnathan Cape, 1929), un libro dedicato a MacDiarmid e destinato a influenzare molti intellettuali scozzesi.

In una lettera all’amico Sydney Schiff, Muir affermò che la sua biografia era stata scritta «più specificamente allo scopo di fare una breccia nell’enorme rispetto di cui Knox godeva in Scozia, un rispetto con cui anch’io ho dovuto lottare nei miei primi anni (e quindi ne sono profondamente convinto) e che ha causato e continua a causare molti danni». Inoltre, nel suo libro Muir scrive che «il sistema religioso di Calvino è una delle conquiste più straordinarie della teologia moderna. È essenzialmente opera di una sola mente. Rimase per quasi trecento anni un sistema completo e inespugnabile, e fino ad oggi l’edificio non è mai crollato: è stato solo abbandonato, e tutti, tranne una manciata di sparuti fedeli, sono scomparsi. Durante la sua epoca di potere, ha plasmato il carattere di grandi uomini e cambiato il destino di popoli», incluso quello scozzese.
Il John Knox di Muir, scritto con uno stile accattivante e arguto, non è uno studio storico approfondito, ma piuttosto un ritratto psicologico di Knox che esplora l’evoluzione del suo carattere e della sua teologia. L’autore stesso lo dichiara, scrivendo che la sua biografia è diversa da qualsiasi altra, desiderando fornire «un resoconto critico di un calvinista e puritano emblematico». Questo è al tempo stesso il principale difetto e il principale pregio del libro: pur soffrendo di diverse inesattezze e quindi privo di grande valore storico in sé, è tuttavia di grande interesse dal punto di vista speculativo. Nella sua opera, infatti, Muir è particolarmente abile nel descrivere lo spirito corrotto del XVI secolo, in cui il protestantesimo, nelle sue varie forme, si diffuse a causa dell’egocentrismo di predicatori che non avevano problemi a cambiare le proprie idee nel tempo, a seconda della convenienza, e che si alleavano volentieri con gli stessi principi e nobili che avevano precedentemente criticato pur di colpire la povera gente, quando questa sembrava restia ad abbracciare le loro nuove idee. Emblematica di un simile atteggiamento è la critica di Knox alle donne, considerate ricettacolo di tutti i vizi, salvo poi correggersi o moderare i toni quando la causa calvinista ebbe bisogno del sostegno della regina Elisabetta. Oppure, la lealtà che il popolo deve al proprio sovrano è un altro tema su cui le opinioni d Knox cambiarono a seconda di chi sedeva sul trono.
L’inevitabile conseguenza è che in un simile scenario, il cattolicesimo finisce per conservare una dimensione divina che ai protestanti manca completamente: la sacra religione della Chiesa di Roma contrasta con un protestantesimo che appare esclusivamente opera di mani umane, frutto dell’egocentrismo di sedicenti profeti più interessati alla fama e al successo personale che alla verità. E non è un caso che i protestanti si trovassero spesso in conflitto tra loro, frammentando le loro sette in gruppi sempre più piccoli. Knox si impegnò anche in accesi dibattiti sia con gli anglicani che con gli anabattisti, prendendo occasionalmente le distanze dagli insegnamenti di Calvino, il suo mentore.

Non bisogna dimenticare che in Scozia, come in altre nazioni, la causa protestante era alimentata da motivazioni economiche e politiche che nulla avevano a che fare con la religione. Tra i sostenitori di Knox, ad esempio, c’erano nobili ambigui, desiderosi solo di assicurarsi la ricchezza delle chiese e delle abbazie che nel frattempo venivano distrutte, così come nazionalisti che vedevano nel calvinismo un modo per sfuggire alle interferenze dei francesi e poi degli inglesi. Così avvenne che in Scozia una religione sostenuta da una minoranza fosse imposta con la forza. Muir scrive: « La Confessione [del calvinismo scozzese] era stata redatta in quattro giorni da una manciata di baroni e predicatori; le punizioni erano destinate a colpire migliaia di persone che non avevano mai sentito parlare della nuova fede».
E trentasei anni dopo l’approvazione di questa legge straordinaria, quattrocento parrocchie erano ancora senza ministri. In un altro passaggio, poche pagine dopo, Muir analizza più dettagliatamente la teologia calvinista, concentrandosi in particolare su una delle sue idee centrali – che l’autore considera folle – ovvero che le persone sono fin dal momento della loro creazione divise in eletti e reprobi, senza alcuna possibilità di mutare la loro condizione. Passa poi ad esaminarne l’applicazione politica e sociale, e ciò che Muir descrive è qualcosa di molto simile ai regimi totalitari del XX secolo:
«Le virtù di quella religione erano il suo entusiasmo incondizionato e uno spirito intrepido, e nessun compito sembrava impossibile; i suoi difetti erano la mancanza di comprensione, l’incapacità di carità umana e, soprattutto, la determinazione, ritenuta virtuosa, a forzare e umiliare le persone per la maggior gloria di Dio. La sua idea fondamentale era la corruzione della natura umana, e la sua politica doveva necessariamente essere quella dello spionaggio e della repressione. Il suo unico strumento per trattenere o riscattare i suoi membri era la punizione. I ministri dovevano correggere le loro congregazioni; gli anziani dovevano correggere i ministri; le congregazioni dovevano correggere gli anziani. Una Chiesa come questa, tenuta insieme da una critica universale e reciproca, non poteva che avere qualcosa di sinistro nella sua pietà, e non poteva che incoraggiare gli egocentrici e i censori di fronte all’ampiezza del sensibile e del caritatevole. Fece di più, tuttavia: sostituì alla tirannia particolare del sacerdote una tirannia pubblica universale e ineluttabile».

Ecco perché Ginevra, la “città di Dio” voluta da Calvino, per Muir non è poi così diversa da un inferno in terra, le cui fiamme sono alimentate da un’ideologia mostruosa.
E perché Knox, dopo quarant’anni da sacerdote cattolico, decise di abbracciare il calvinismo, diventandone uno dei più famosi profeti? Rispetto ai suoi contemporanei, afferma Muir, Knox non era nulla di straordinario. Non era né originale né saggio, né possedeva un grande carisma. Anzi, si era ripetutamente dimostrato subdolo, e la sua unica vera qualità era una natura istintiva, tipica dell’uomo d’azione. La necessità di presentarsi come profeta di Dio rivela anche un probabile complesso di inferiorità, tipico di chi teme il confronto ad armi pari (Maria di Guisa e Maria Stuarda, nonostante i loro errori, erano due donne molto più dotate di lui). E a un uomo simile, la dottrina calvinista offriva la certezza di non sbagliare mai, il che incoraggiava la sua naturale ostinazione e trasformava il suo irrefrenabile desiderio di imporre la propria volontà agli altri in un dovere morale. Knox aveva anche una natura irascibile e violenta, e l’Antico Testamento, così caro ai calvinisti, gli mostrava che Dio era fondamentalmente simile a lui e incline a punire severamente ogni offesa.
La stoccata definitiva di Muir nei confronti di Knox e del calvinismo si trova a conclusione del suo John Knox, dove, in appendice, si affronta il ruolo pernicioso che la nuova religione ha avuto nella storia scozzese: «Ciò che Knox fece realmente fu derubare la Scozia di tutti i benefici del Rinascimento. La Scozia non ne godette mai come l’Inghilterra, e senza dubbio la mancanza di quell’immenso vantaggio ha avuto effetti permanenti. Immagino che si possa percepire anche oggi».


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