di Pietro Pasciguei
Nel recente documento dell’ormai Dicastero per la Dottrina della Fede con a capo – ahinoi! – il Cardinale Victor Manuel Fernández (esperto di baci!), si legge
«Considerata la necessità di spiegare il ruolo subordinato di Maria a Cristo nell’opera della Redenzione, è sempre inappropriato usare il titolo di Corredentrice per definire la cooperazione di Maria. Questo titolo rischia di oscurare l’unica mediazione salvifica di Cristo e, pertanto, può generare confusione e squilibrio nell’armonia delle verità della fede cristiana […] Quando un’espressione richiede numerose e continue spiegazioni, per evitare che si allontani dal significato corretto, non serve alla fede del Popolo di Dio e diventa sconveniente».
Questa argomentazione è profondamente infondata e mostra la totale deficienza teologica (dal latino deficiens, mancante) di Fernández il quale applica una logica che, se seguita rigorosamente, porterebbe ad abbandonare anche il titolo di Madre di Dio, che ha richiesto e richiede spiegazioni infinite contro gli eretici acattolici, e altre espressioni fondamentali della fede, come il mistero della morte della Persona divina del Verbo nell’umanità. Se per Fernández la necessità di spiegare un termine lo rende “sconveniente”, allora dovremmo rinunciare a ogni titolo teologicamente significativo che abbia mai generato fraintendimenti: un principio assurdo e pericoloso. Così scriveva P. Roberto Coggi o.p.:
«Qualcuno forse, pur accettando la dottrina sopra esposta, potrebbe avere delle riserve sul termine “corredenzione”, e soprattutto sull’appellativo di “Corredentrice” applicato alla beata Vergine. Vi sarebbe infatti il pericolo di mettere sullo stesso livello l’opera di Gesù e quella di Maria, e di pensare a una coordinazione laddove si tratta invece di una subordinazione. […] Tuttavia, al pericolo si può ovviare […] con una corretta spiegazione del termine. Non sarebbe questo l’unico caso: si pensi al titolo di “Madre di Dio” (il quale potrebbe far pensare che Maria ha generato la divinità) e all’espressione “Immacolata Concezione” (che da molti viene intesa nel senso di concezione verginale). Il titolo di “Corredentrice” non sembra presentare maggiori pericoli. Per cui mi sembra molto saggia la conclusione del P. Nicolas: “Lasceremo in sospeso la questione delle parole, nonostante la facilità con cui saremmo portati ad adottare il termine così bello, così semplice e così poco sostituibile di Corredentrice” (M. J. Nicolas, Marie Corédemptrice, cit., p. 188)» (Trattato di Mariologia. I misteri della fede in Maria, ESD, Bologna 2011, p. 217).
Nei numeri 19 e 20 del documento, Fernández — non pago della sua personale confusione — si appoggia alla presunta “autorità” teologica del cardinale Joseph Ratzinger, come se il suo giudizio costituisse garanzia di ortodossia. Ma il nome di Ratzinger non aggiunge peso alla verità; semmai la alleggerisce, poiché la sua teologia è evidentemente di stampo neomodernistico (vedi qui).
Nel 1996, l’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede respinse la possibilità di proclamare il dogma mariano della Corredenzione con la motivazione che «il significato preciso dei titoli non è chiaro e la dottrina non è matura». Una risposta che rivela la debolezza della teologia moderna. In verità, la dottrina è chiarissima: è insegnata, in modi diversi ma costanti, dai Padri, dai Dottori, dai Santi e dai Pontefici — e chi non la vede, semplicemente non vuole vederla.
Ratzinger affermava poi che la “Corredentrice” «si allontana troppo dal linguaggio della Scrittura e della Patristica». È la solita scusa di chi ha smarrito la visione cattolica dell’unità tra Scrittura, Tradizione e Magistero. Perché, se è vero che la parola “Corredentrice” non appare nei testi sacri, è altrettanto vero che non vi compare neppure il termine “Trinità”, né “Transustanziazione”, né “Consustanziale”, né “Madre di Dio”: eppure su questi termini si fonda la Fede cattolica! Dunque, o Ratzinger rifiuta anche questi dogmi, oppure ammette che l’assenza di una parola non implica l’assenza della realtà.
Citare san Paolo (Efesini e Colossesi) per negare la cooperazione di Maria è un’operazione teologicamente superficiale. Nessuno, mai, ha posto Maria sullo stesso piano di Cristo. Il mistero della Redenzione non è uno sterile monologo del Verbo, ma un’opera che per volontà stessa del divino Redentore vuole la sua Santissima Madre associata.
La verità è che Ratzinger, come Fernández, si muove in un orizzonte dove la Tradizione è un fastidio e la chiarezza dogmatica una minaccia. Parlano di “prudenza teologica”, ma in realtà intendono timore della verità cattolica. Invocano la Scrittura, ma la leggono con occhiali luterani. E pretendono di salvare la “centralità di Cristo” mentre in realtà impoveriscono la sua stessa opera, che volle Maria come parte viva e cooperante del mistero redentivo.
È lo stesso spirito del Vaticano II che torna a mostrarsi: il sospetto verso tutto ciò che è chiaro, definito, assoluto. Il titolo di Corredentrice, invece, è tutto questo: chiaro, definito, assoluto nella sua dipendenza da Cristo. Ed è proprio per questo che essi lo detestano: perché parla una lingua che la nuova teologia non capisce più. Chi crede davvero che Cristo sia Dio non teme la grandezza della Madre che Egli stesso volle accanto a sé sulla via della Croce. Chi teme Maria, in realtà, non ha compreso neppure Cristo.
La posizione di Fernández ignora, poi, secoli di tradizione corredenzionista. Fin dal Seicento, teologi, predicatori e Vescovi hanno chiamato Maria Corredentrice, un titolo confermato dagli Acta Sanctae Sedis ai tempi di Leone XIII e San Pio X. Nel XX secolo, lo stesso titolo è documentato negli scritti e nei discorsi di Pio XI (4 volte), Pio XII (una volta, in spagnolo) e persino Giovanni Paolo II (circa 7 volte). Addirittura negli “Acta Synodalia” del Vaticano II, lo schema mariologico approvato da Papa Giovanni XXIII riconosce che il titolo di “Corredentrice del genere umano” è in sé corretto, ma per motivi ecumenici non fu incluso nei documenti ufficiali. Tralasciando questa scelta disastrosa, è comunque un titolo verissimo e sempre legittimo.
Anche Suor Lucia di Fatima usa 8 volte il titolo “Corredentrice” nei suoi scritti.
In tempi più recenti, mentre Francesco ha criticato il titolo in tre occasioni (2019-2021), i media vaticani hanno riportato in senso positivo il titolo almeno 12 volte, citando la Congregazione delle Figlie di Maria Santissima Corredentrice. Il P. Francesco Antonio De Paola (1736-1814), nel suo Discorso XXXIV per il Sabato della Domenica V dopo Pentecoste, scriveva con chiarezza inoppugnabile:
«Se riconosciamo per nostro Redentore il Figlio, dobbiamo pur riconoscere per nostra Corredentrice la Madre. E come no? Udite, e giustificando un tal titolo ben dovuto a Maria, farò un argomento di ciò assai bello per la vostra pietà e divozione. Non possono i moderni Eretici soffrire, che sia chiamata nostra Corredentrice Maria; ed hanno ciò in orrore, come un’esecranda bestemmia contro l’unico nostro mediatore Redentore Gesù Cristo. E come mai, dicono essi, può dirsi Corredentrice una pura creatura, senza distruggere l’economia, e mistero dell’Incarnazione, in cui si crede, e confessa un Dio fatto Uomo per redimerci? E non era forse sufficiente l’Uomo Dio con la sua passione, e meriti infiniti, a redimerci, mentre nell’opera della redenzione, se gli vuol dare per Corredentrice la Madre? Deliri son questi di menti stravolte, che tatto han perduto colla fede l’uso del retto raziocinio. Non così la discorrono i Padri della Chiesa; questi tutti francamente confessano, Maria essere stata causa della nostra salute, e le incoronano la testa del nobile titolo unito alla divina maternità di nostra Corredentrice. Non fu, è verissimo, Maria causa primaria, principale, ed efficiente da sé di nostra salute, come non lo fu del nostro riscatto; dovendosi ciò, secondo la fede c’insegna, dire solamente di Gesù Cristo; ma ne fu, ed è ancor verissimo, Maria una causa remota, secondaria, ed accessoria di essa. E questo basta per dirla nostra Corredentrice … Ed a togliervi su ciò ogni dubbio, che mai restar vi potesse a provare quanto a Maria si convenga un tal titolo, assumo tre fondamentali ragioni. La prima, perché Maria meritò colle sue preghiere, che si accelerasse l’Incarnazione del Verbo, e meritò di esserne la Madre. La seconda, perché spontaneamente prestò il consenso all’Incarnazione del Verbo; e somministrò al Figlio la materia del nostro riscatto. La terza, perché diede il consenso al gran sacrificio, ed ella stessa l’offerì per noi … Ed in verità, come mai avrebbe potuto l’eterno Verbo redimerci, se preso non avesse corpo, e carne da Maria? Secondo gli eterni decreti, e rigore della giustizia offesa, per operarsi tal redenzione ricercavansi umiliazioni, pene, tormenti, tristezze, sangue, e morte. E come mai ciò prestar potea nella natura divina ricevuta dal Padre? Le umiliazioni importano minorità non solo, ma diversità di natura, non potendo umiliarsi a se stesso, ed a chi non è maggiore, ma a sé eguale. Non avrebbe potuto il Verbo umiliarsi al Padre, di cui avea la stessa natura, ed era non minore, ma al Padre eguale. A quali pene potea egli soggettarsi, a quali tormenti, se era impassibile? Come morire, se di sua natura immortale? Dové perciò assumere natura minore della divina, corpo mortale, e soggetto a patimenti, ed in quella umiliarsi al Padre, in questo tollerare pene, tormenti, e morte. E tanto fece, assumendo in Maria, e da Maria la natura umana, e corpo passibile, che uniti ipostaticamente alla sua divina natura elevò al merito di dare la condegna soddisfazione richiesta per la nostra redenzione. Maria, dunque, gli diede come pagare, e soddisfare per noi. E non daremo quindi a questa Madre il titolo per ogni verso dovutole di nostra Corredentrice? … E la nobile conseguenza delle addotte ragioni è questa; che se il Figlio è stato il nostro Redentore, la Madre ben dir si può, e si deve dire nostra Corredentrice; il Figlio come causa primaria, e principale, la Madre come causa secondaria, ed accidentale … A voi, o Madre, vogliamo sempre ricorrere; perché ci siate ne’ dubbi il nostro chiaro lume, nelle angustie il nostro conforto, e sollievo, nelle tentazioni e pericoli il nostro rifugio, e la nostra sicura salvezza. Oh Maria! pregate, pregate sempre il vostro Figlio per noi, non ve ne dimenticate mai, e siam sicuri di salvarci per la passione, e meriti del vostro Figlio Gesù nostro Redentore, e per l’efficacia delle vostre preghiere, o nostra Corredentrice» (Grandezze di Maria, tomo V, Foligno, Tipografia Tommasini, 1840, pp. 174-185).
Mons. Brunero Gherardini, al convegno organizzato a Frigento (AV) dai Francescani dell’Immacolata dal titolo «Nel 60° anniversario del dogma dell’Assunzione della Beata Vergine al Cielo», 13-15 settembre 2011, affermò:
«Ci sono dottrine ineludibilmente cattoliche ed ecclesiali che ricorrono sia nei documenti ufficiali, sia nella preghiera liturgica, ovvero nella scaturigine stessa, nella misura della fede pur non vantando una validità formalmente dogmatica per non essere state mai in tal senso definite. Un solo esempio, il Purgatorio. E tuttavia sono anch’esse autentiche dottrine della Chiesa […]. Di tali dottrine, senza alcun dubbio fa parte la Corredenzione mariana. Presenza nella dottrina della Chiesa della Corredenzione anche se fino al momento non si tratta di un dogma, non soltanto perché i Papi relativamente recenti […] lumeggiarono con documenti di valore universale le ragioni della Corredenzione, ma perché quei valori affiorano da quello che io chiamo dogma pregato, vale a dire la liturgia, così come affiorano dal patrimonio patristico orientale ed occidentale, dalla più seria tradizione teologica, dalla pietà popolare, questo è importantissimo, perché senza una radicazione nella pietà popolare non c’è dogma che sia stato definito, questo è importantissimo. Questo ci fa capire che se oggi non siamo di fronte ad un dogma di fede quando si parla di Corredenzione si ha la fondata speranza e oserei dire la certezza che domani indubbiamente anche questa dottrina che è già di pertinenza ecclesiale sarà dogma di fede. La Corredenzione pertanto, prima o poi, secondo quello che io posso prevedere, verrà definita, farà parte formalmente e dogmaticamente della fede cattolica. Però, anche nel caso che ciò non avvenga mai, quod Deus avertat (“Dio ce ne scampi»” ndr), non potrà mai cessare di appartenere al patrimonio dottrinale della Chiesa» (https://www.corrispondenzaromana.it/la-corredentrice-nel-pensiero-dei-papi-dei-teologi-e-dei-santi/).
Sant’Alfonso Maria de’ Liguori insegna:
«San Bernardo dice che, come un uomo e una donna hanno cooperato alla nostra rovina, così fu conveniente che un altro uomo e un’altra donna cooperassero alla nostra riparazione: Gesù e Maria sua Madre. Senza dubbio, dice il santo, Gesù Cristo da solo sarebbe stato pienamente sufficiente per redimerci, ma “fu più conveniente che alla nostra redenzione collaborassero l’uno e l’altro sesso, non essendo stato estraneo alla nostra perdizione né l’uno né l’altro”. Perciò il beato Alberto Magno chiama Maria la “cooperatrice della redenzione”. La santa Vergine stessa rivelò a santa Brigida che, come Adamo ed Eva vendettero il mondo per una mela, così ella e il Figlio riscattarono il mondo con un solo cuore. Sant’Anselmo conferma: “Dio ha potuto creare il mondo dal nulla, ma essendosi perduto il mondo per il peccato, Dio non ha voluto ripararlo senza la cooperazione di Maria”. Il padre Suarez spiega che la divina Madre ha cooperato in tre modi alla nostra salvezza: in primo luogo con l’aver meritato, con merito di convenienza (de congruo), l’incarnazione del Verbo. In secondo luogo, con il suo zelo a pregare per noi, mentre viveva su questa terra; infine, con l’offrire a Dio il sacrificio della vita del Figlio per la nostra salvezza. Perciò il Signore ha stabilito che avendo Maria cooperato con tanto amore verso gli uomini e con tanta gloria per Dio alla redenzione di tutti, tutti poi per mezzo della sua intercessione ottengano la salvezza. “Maria viene chiamata la cooperatrice della nostra giustificazione perché Dio ha affidato a lei tutte le grazie che vengono dispensate a noi”. Perciò san Bernardo la proclama universale mediatrice della salvezza: “Tutti quelli che ci hanno preceduto, noi che esistiamo e quelli che seguiranno dobbiamo tutti rivolgere i nostri sguardi verso Maria, come verso il centro e il punto culminante di tutti i secoli”. Disse Gesù Cristo: “Nessuno può venire a me se il Padre non lo attira” (Gv VI,44). Così pure, secondo Riccardo di san Lorenzo, Gesù dice di sua Madre: “Nessuno viene a me se la madre mia non lo attira con le sue preghiere”» (Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Le glorie di Maria, cap. V, 2).
Pienamente esaustivo il commento di P. Gabriele Maria Roschini o.s.m.,
«A chi obietta che, secondo l’insegnamento perenne della Chiesa, Cristo solo ci ha redento, si risponde distinguendo tra la Redenzione principale, universale e per se stessa sufficiente, e la Redenzione secondaria, dipendente, per se stessa insufficiente. La prima, tutta propria di Cristo, non esclude la seconda, propria di Maria. Siccome poi la seconda dipende e trae il suo valore dalla prima, si può semplicemente parlare, come effettivamente si è fatto e si fa ancora, della prima senza parlare della seconda. Del resto, se l’unicità del Redentore dovesse prendersi nel senso di esclusione di qualsiasi cooperazione immediata, ne seguirebbe che sarebbe da escludersi non solo la cooperazione immediata alla Redenzione oggettiva, ma anche la cooperazione immediata alla Redenzione soggettiva ammessa da quelli stessi che propongono la suddetta obiezione. A chi obietta che la Madonna fu anch’Essa redenta, e perciò non poté essere C. (poiché sarebbe stata, nello stesso tempo, effetto e causa) la ragione risponde che la cooperazione di Maria fu ordinata alla Redenzione degli altri, e non già alla propria Redenzione. Cristo, perciò, prima redense Maria (la quale forma da sola un ordine a sé, superiore a quello in cui si trovano tutti gli altri) con Redenzione del tutto speciale, ossia preservativa (non liberativa, come gli altri) e poi, insieme a Maria, redense tutti gli altri. Cristo, infatti, poté porre il medesimo atto redentivo (senza il bisogno di ammettere due atti distinti di Redenzione o due Redenzioni) con doppia intenzione e con doppio effetto, l’uno dei quali riguardava soltanto Maria, e l’altro, insieme alla cooperazione di Maria, tutto il resto del genere umano. Essendo redenta da Cristo, con priorità di natura (o logica) prima e in modo diverso da tutti gli altri, Maria poté con simultaneità di tempo (ossia nel medesimo istante di tempo) cooperare con Cristo alla Redenzione di tutti gli altri. La Vergine, quindi, può essere salutata con diritto, in senso stretto, C. del genere umano, e perciò si è meritata, in ogni tempo, l’ardente gratitudine di tutta l’umanità» («Corredentrice», in Enciclopedia cattolica, vol. IV, 1948, p. 643).
Fernández, nel suo goffo tentativo di screditare un titolo venerabile, non fa altro che mostrare la pochezza della sua “teologia” neomodernista, figlia avvelenata del Vaticano II. La sua pretesa di “vietare” il termine Corredentrice, perché richiederebbe spiegazioni, è incommentabile.
Chi osa parlare di «sconvenienza» davanti a secoli di Magistero, Padri, Santi, liturgia e pietà popolare si condanna da sé. Fernández, come tanti suoi colleghi del post-concilio, vorrebbe cancellare la storia, piegare la Verità e rendere insipida la gloria di Maria SS.ma. Ma la Chiesa, i Pontefici, i santi e la pietà popolare non si piegheranno mai a queste stramberie: il titolo di Corredentrice rimane legittimo, sacro, indispensabile e glorioso, nonostante i venti funesti del Concilio che tentano di annacquare tutto.
Chi nega o teme questo titolo, semplicemente, dimostra di non capire la Redenzione. Regaliamo a Tucho Il Libro d’oro di Maria Santissima che contiene Il trattato della vera devozione alla Santa Vergine del Montfort, Le Glorie di Maria di Sant’Alfonso, e proprio una Nota su Maria Corredentrice, assieme alle principali devozioni mariane “per salvare noi stessi e il nostro prossimo”.
Immacolata Regina della pace, abbi pietà di noi; Immacolata Regina della pace, prega per noi; Immacolata Regina della pace, intercedi per noi. O Madre di pietà e di misericordia, che assistesti il tuo dilettissimo Figlio, mentre compiva nell’ora della Croce la Redenzione del genere umano, essendo CORREDENTRICE e partecipe dei suoi dolori; e che qui, dal tuo sacro speco, ti sei degnata di benedire a tanti Vescovi e sacerdoti di tutto l’orbe cattolico, rinnovanti, durante questo sacro triduo, il Sacrificio della Croce, sia per commemorare con grato animo le tue benigne e benefiche apparizioni, sia per porgere azioni di grazie a Dio nel felice compiersi dell’Anno Santo della Redenzione, conserva in noi ed accresci ogni giorno, te ne preghiamo, i frutti della Redenzione e della TUA PASSIONE. Tu che sei la Madre di tutti, concedici che nella purezza dei costumi e dignità della vita, nell’unità delle menti e concordia degli animi, rimanendo salva la pace dei popoli, possiamo finalmente godere imperturbati dei doni della pace. Amen.
Maria nell’insegnamento dei Romani Pontefici, Edizioni Paoline, Roma, 1959, pp. 246-247.
