Volentieri presentiamo questo utile estratto del Padre A. Zacchi OP, inserito nelle Appendici dell’ottimo Compendio di Filosofia – Metafisica e Logica.
[…] Questa condizione di cose, portato fatale dello stesso progresso intellettuale, fa sorgere facilmente due tipi mentali estremi e opposti. Da un lato vi sono gli intellettuali, che hanno una competenza somma in un determinato ramo, e non ne hanno alcuno in tutti gli altri; dall’altro lato vi sono gli intellettuali, che hanno una qualche nozione di tutto, e competenza vera su nulla. I primi, nella ristrettezza delle cognizioni, non vedono che uno degli aspetti del vero; i secondi, nella molteplicità delle cognizioni, sono costretti a guardare appena al di fuori l’edificio sacro della verità. I primi sono unilaterali, i secondi superficiali. Domina la unilateralità tra gli scienziati; domina la superficialità tra i pubblicisti e i romanzieri. Ordinariamente queste due mentalità estreme, se non se ne temperi la eccessiva crudezza, sono refrattarie ad ogni ragionamento filosofico, ad ogni elevazione della mente al disopra del contingente e del relativo.
L’ingegno di quel volgarizzatore enciclopedico, che è il pubblicista, per quanto grande, disperde spesso le sue energie nei molteplici soggetti a cui si applica. Il bisogno di conoscere tutto, lo porta a sfiorare appena i problemi più gravi. Rimane alla superficie, ma non penetra nell’intimo delle questioni; afferra una conclusione, ma non sa spingersi fino alle sue ultime conseguenze. L’intelligenza del romanziere poi, travolta in un turbinio d’idee, di fantasmi, di ricordi, di visioni e di emozioni di ogni sorta, non riesce più a scorgere le grandi linee del ragionamento; non riesce più a trovare le grandi forze coordinatrici della sintesi filosofica delle cause supreme. Preoccupato della forma esteriore, egli non sente più il fascino del severo ragionare; e l’idea, considerata solo attraverso l’emozione estetica, muore spesso nella sua sensibilità, prima di poter giungere alla conquista della sua mente.
Anche in peggiori condizioni, per rispetto alla speculazione filosofica, si trova l’intelligenza di quegli scienziati che non sanno uscire mai dal buco in cui si sono volontariamente rinchiusi per diventare specialisti. Abituati a chiudere il mondo negli angusti limiti del laboratorio, e a vedere tutto attraverso le lenti del microscopio, non sono capaci di comprendere altro linguaggio che quello della scienza preferita. La loro intelligenza si affina per un determinato sforzo, si rinvigorisce per un determinato impulso, e per tutto il resto perde ogni vigore, ogni elasticità. Questi uomini, spesso pesanti e gretti, possono essere grandi psichiatri, abili classificatori di insetti, fortunati scopritori di nuovi composti chimici e di nuovi meccanismi; ma difficilmente valgono qualche cosa fuori del loro campo speciale. Per le questioni filosofiche poi non hanno alcuna attitudine. L’abitudine all’esame minuzioso dei fatti diminuisce la lora potenzialità sintetica; la passione per la dimostrazione sperimentale, li rende refrattari alla forza della dimostrazione razionale.
Non parlo, s’intende, di tutti i pubblicisti, di tutti i romanzieri, di tutti gli scienziati, ma solo di alcuni. Non dico che tutti i volgarizzatori d’idee sono superficiali, e che tutti gli scienziati sono unilaterali; ma dico solo che la superficialità e la unilateralità s’incontrano facilmente in quelli fra essi, i quali pur credendosi geni, sono delle mediocrità più o meno auree.

Imm. di Pub. Dom. da: https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Science_symbols?uselang=it#/media/File:CA-QC_road_sign_I-365-1.svg
