Volentieri riprendiamo da Res Novae la versione italiana dell’articolo Infallibilità e sinodalità.


di don Claude Barthe

Nella sua catechesi del 27 settembre, papa Leone XIV ha affermato: «I piccoli intuiscono. Hanno il sensus fidei, che è come un “sesto senso” delle persone semplici per le cose di Dio. Dio è semplice e si rivela ai semplici. Per questo c’è un’infallibilità del Popolo di Dio nel credere, della quale l’infallibilità del Papa è espressione [nostro corsivo] e servizio». Quale portata attribuire a queste parole?

Conviene dare uno sguardo nello specchietto retrovisore teologico a ciò che veniva tradizionalmente insegnato a proposito delle differenti istanze di infallibilità ed anche considerare il contesto attuale della sinodalità.

L’infallibilità della Chiesa docente e della Chiesa discente

I teologi distinguevano tradizionalmente la Chiesa docente (Papa e Vescovi), Ecclesia docens, che beneficia di un’infallibilità attiva, e la Chiesa discente (l’insieme del popolo cristiano), Ecclesia discens, preservata dall’errore da un’infallibilità detta passiva: l’insieme del popolo cristiano aderisce alla dottrina che gli trasmettono i successori degli Apostoli sotto la guida dello stesso Spirito Santo, il quale anima il loro insegnamento. Questa infallibilità è detta in credendo, poiché la Chiesa non può cadere in errore nel credere (1).

Questa infallibilità di ricezione viene spesso esplicitata nel concetto di sensus fidelium, istinto di fede proprio dei fedeli o, qualora si consideri ogni singolo credente, del sensus fidei, istinto o “fiuto” rispetto alla fede proprio di ciascun fedele, che accompagna la virtù della fede. Tutte le virtù, in effetti, procurano all’anima una specie d’istinto connaturale (ad esempio, un istinto di riservatezza e di pudore, che accompagna la castità); quello prodotto dalla fede inclina il credente a compiere degli atti di adesione alla verità rivelata (2).

Si può anche dire che l’uso del sensus fidei dipenda dalla crescita della fede in colui che l’ha ricevuta: conduce il fedele a credere, attraverso lo sviluppo di ciò che gli è stato insegnato, al di là di ciò che è tenuto a credere, ad esempio l’Immacolata Concezione è stata creduta ben prima che il dogma fosse proclamato. Ma giustamente è il dogma a decidere: l’infallibilità del popolo di Dio è soggetta al magistero del Papa e dei Vescovi.

Sensus fidei e sinodalità

Papa Francesco ha fondato la sua dottrina della sinodalità sul sensus fidei, su cui si è diffusa largamente la sua prima enciclica Evangelii Gaudium del 24 novembre 2013. Egli ha sottolineato il fatto che il gregge possieda un «odorato», che aiuta la Chiesa a trovare dei «nuovi cammini». Poi, in un discorso del 17 ottobre 2015, è andato oltre: «Il sensus fidei impedisce una separazione rigida tra l’Ecclesia docens [Chiesa docente] e l’Ecclesia discens [Chiesa discente], poiché il gregge possiede anche un suo proprio “fiuto” per discernere le nuove strade che il Signore apre alla Chiesa» (3).

La separazione classica tra Chiesa docente e Chiesa discente viene così relativizzata a partire dalla vocazione «pastorale» dell’intero popolo di Dio. Di fatto, implicitamente, ciò relativizza la distinzione tra pastori e gregge, essendo l’insieme dei fedeli, pastori compresi, posto sotto il sensus fidelium/fidei. E papa Francesco spiegava, nel suo modo immaginoso, che il Vescovo poteva perfettamente trovarsi davanti al suo gregge oppure in mezzo o persino dietro, seguendolo.

Il documento della Commissione teologica internazionale (CTI) del 2014, «Il sensus fidei nella vita della Chiesa» (4), gli aveva preparato il terreno, citando in particolare i papi Pio IX e Pio XII, i quali dichiaravano che prima di proclamare rispettivamente i dogmi dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione, si erano informati sulla devozione dei fedeli in merito ed avevano concluso che c’era un «notevole accordo tra Vescovi cattolici e fedeli». Da notare che essi parlavano di un accordo tra Vescovi e fedeli. Del resto, la CTI ebbe cura di precisare che la costituzione Pastor Æternus del primo Concilio Vaticano afferma che le definizioni dottrinali ex cathedra del Papa in materia di fede e costumi sono irreformabili «per se stesse e non in virtù del consenso della Chiesa», il che non rende superfluo il consensus Ecclesiæ, ma esclude, secondo la CTI, «la teoria secondo cui una tale definizione richiederebbe questo consenso, antecedente o conseguente, come condizione per avere autorità».

Un contributo di papa Leone?

Possiamo considerare la breve frase di Leone XIV – «l’infallibilità del Papa è espressione e servizio [dell’infallibilità del popolo di Dio]» – come un ulteriore passo avanti? Potrebbe trattarsi solo di un’espressione infelice da imputarsi al redattore della catechesi, ed in ogni caso sarebbe esagerato assimilarla alla proposizione condannata dal decreto del Sant’Uffizio, Lamentabili, del 3 luglio 1907: «Nella definizione delle verità, la Chiesa discente e la Chiesa docente collaborano in tale maniera, che alla Chiesa docente non resta altro che ratificare le concezioni comuni di quella discente» (Dz 3406).

La frase di Leone XIV evoca l’infallibilità del Papa: ma essa non si trova forse oggi in pausa, avendo il «magistero autentico» o «pastorale» non infallibile (Lumen Gentium, n. 25 §1) concretamente sostituito il magistero ordinario ed universale infallibile? Chi può pensare, ad esempio, che il capitolo 8 di Amoris Lætitia, che ripugna al sensus fidei/fidelium, rientri nel magistero infallibile? Ed è anche vero che questo sensus spinge, per così dire, il magistero infallibile del Papa ad intervenire.

  1. Jean-Marie Hervé. Manuale theologiæ dogmaticæ, Berche, Parigi, 1957, vol. 1, n. 465.
  2. San Tommaso, Somma teologica, IIa IIæ, q. 2, a. 3, ad 2.
  3. Francesco, Discorso del 17 ottobre 2015 per la Commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, Aula Paolo VI.
  4. Sensus fidei nella vita della Chiesa (2014).

Imm. modif. da: https://www.synod.va/it/news/vademecum-per-il-sinodo-sulla-sinodalita.html