Dall’opera “I sette cerchi del Purgatorio” (Verona, 1867, pp. 59-62) del sacerdote Paolo Perez, che Giosuè Carducci definì “il più bel commento di scienza scolastica ed ecclesiastica al Purgatorio di Dante che si conosca in Italia e fuori”[cfr. Enciclopedia Dantesca, voce “Perez, Paolo”], estraiamo un passaggio relativo alla sublime conformità di Maria a Gesù.
Non è dubbio, che l’Archetipo in cui s’accolgono tutti i tipi speciali di quanti mai uomini son pervenuti o perverranno alle immortali letizie promesse alla virtù, sia Cristo, nel quale il Padre si compiace di riguardare l’Uomo indivisibilmente congiunto a Dio: Cristo, al quale furono ordinati i secoli, e debbono somigliar tutte le creature che divengono oggetti propri e degni dell’amore del Padre(1). Ma fra tutte le creature conformate a Cristo, ve ne ha una che meglio delle altre in sé lo rivela: una benedetta mortale, che gli fu madre, e che mentre per legge di natura ne doveva esprimere nel proprio volto le sembianze umane(2), per dono di grazia ineffabile ne accolse nell’anima a ribocco le virtù e le perfezioni: tipo che, quantunque rimanga sempre ne’ termini della natura umana, incomparabilmente più che ogni altro raggia del lume dell’Archetipo, e a’ tipi inferiori non ancora giunti a pienezza può dare aiuto di luce e d’amore ad ascendere in alto all’eterno esemplare(3). Tutto ciò mirabilmente esprime l’Alighieri quando nell’ Empireo, riguardate in giro le sembianze di angioli e santi innumerevoli, da Bernardo, che gli accenna Maria, si fa dire:
Riguarda omai nella faccia, che a Cristo
Più s’assomiglia: ché la sua chiarezza
Sola ti può disporre a veder Cristo (4).
Non è quindi meraviglia, se mentre ad ogni nuovo cerchio del Purgatorio vengono proposte a meditare nuove immagini secondo il vizio che vi si piange, la prima tra quelle sia sempre la Madre di Cristo, che in atti di virtù e di bellezza sempre nuova si manifesta. Un occhio attento scerne certamente in tutte le altre immagini una serie di atti di pubbliche e private virtù sapientemente disposta. Ma quando a ogni cerchio vede tornargli innanzi la soave immagine di Maria, s’accorge che dove in quelle erano forse atti particolari di qualche virtù, qui invece son tutte le virtù; dove in quelle spesso balenavano guizzi di morale bellezza, qui splende virtù e bellezza intera: s’accorge che, ponendo la celeste Donna quasi a duce d’ogni schiera de’ personaggi meditati dalle anime penitenti, il Poeta intende a dar perfezione alle anime non già con semplici frammenti di virtù naturali, ma con quella pienezza di virtù evangelica, che tutte le virtù naturali stringe insieme, sublima e fa accettevoli a Dio(5). Cosi Colei che nella prima Cantica chiama Lucia a schiudere la luce della sapienza agli occhi di Dante, e inizia il grande poema italiano(6): Colei che nella terza Cantica impetra agli occhi di Dante la suprema visione, e al poema dà compimento (7): quella stessa Donna nella seconda Cantica manda per tutti i sette giri della espiazione un pietoso lume a consolare e affinare le viste de’ penitenti; ripensata ad un tempo da tutte le menti in sette nuove e tutte care sembianze: inchinata come regina delle sette virtù che generano tutte le altre: la più amata, la più amabile, la più amante di tutte le creature dopo Colui che è il purificatore di tutti gli spiriti, e del quale ella reca sempre con sè l’immagine: iride, se può valermi il paragone, che, spartita in sette raggi e colori dolcissimi, piove in sette prigioni benedette, a rimondare affetto e pensiero di prigionieri i più mansueti e più degni di compassione e d’amore.
- S. Paolo ha detto: Fide intelligimus aptata esse saecula Verbo Dei (Hebr. XI, 3). E Tertulliano ci ha dipinto il Padre, che nell’atto di formare Adamo pensa a disegnar quasi in bozza le sembianze di Cristo futuro: Quodcumque limus exprimebatur, Christus cogitabatur homo futurus (De Resurr. carn. n. 6.) ↩︎
- Bossuet ne’ discorsi intorno alla B. V. tocca più volte maestramente il gentile pensiero, che là dove i figliuoli sogliono dividere le loro simiglianze tra padre e madre, Cristo, che solo ritrasse dalle fattezze materne, dovette alla madre somigliare più che altro figliuolo giammai. Nè quella sentenza è straniera agli scrittori che il precedettero, S. Anastasio Sinaita avea scritto nel settimo secolo: Ecquis mihi, dic quaeso,.. audebit dicere, quod ea, quae est ejusdem cum Christo essentiae, quantum ad carnem attinet, non sit ad similitudinem ejus, qui ex ipsa natus est? (Lib. Anagog. Contempl. In Hexæmeron). L’arcivescovo Isidoro Tessal. appella Maria: Imago expressa nati Dei invisibilis et visibilis (in orat. De Praes. M. V.). Riccardo da San Lorenzo con bel raffronto, che ne può suscitare molti altri, afferma di Lei: Ipsa etiam sola potest dicere de Christo homine illud Genesis: os ex ossibus meis, caro ex carne mea (De Laudib. B. M. V.). ↩︎
- È troppo noto come Padri e Dottori e Santi si compiacciano di riguardare in Maria la Corredentrice. Basti qui citare Alberto Magno, che paragonando l’Eva prima alla seconda, e il primo al secondo Adamo, chiama la Vergine Adjutorium Redemptionis (Super Missus est. Cap. 53). ↩︎
- Parad. XXXII, 85-87. ↩︎
- V. Maria nel primo cerchio, X, 34-44; nel secondo, XIII, 28-30; nel terzo, XV, 85-92; nel quarto, XVIII, 100; nel quinto, XX, 19-24; nel sesto, XXI, 142-144; nel settimo, XXV, 128. ↩︎
- Inf. I, 94. ↩︎
- Parad. XXXII, 40-48. ↩︎
🔴Il XXXIII canto del Paradiso, poema dantesco di Maria Mediatrice

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