di Massimo Micaletti

La famiglia nel bosco è un quadro che fa tenerezza, vieppiù se arriva lo Stato che porta via i figli per metterli dove esso ritiene sia meglio.

Pensiamoci un attimo, però: si possono crescere dei figli nel bosco? La risposta non c’è.

Da una parte, è assodato che si preservano i bambini da una società che dire tossica è dire poco, convulsa, straniante e, in ultima analisi, profondamente e quasi irrimediabilmente infelice (in realtà il rimedio c’è ma lo si rifiuta). Secondo i dati AIFA, le prescrizioni di psicofarmaci ai minori sono raddoppiate dal 2018 e triplicate rispetto al 2010 (e qua, amici miei, va detto chiaro che il problema non sono solo i ragazzi ma anche i medici).

D’altro canto, i bambini non sono eremiti, quantomeno nessun bambino lo è per scelta propria. Nulla contro l’istruzione parentale: è anzi, una preziosa scelta di libertà e responsabilità educativa, perché il genitore risponde della formazione dei figli che (questo forse molti non lo sanno) alla fine di ogni anno scolastico devono sostenere un esame presso una scuola pubblica, sicché non sono affatto sottratti alla valutazione da parte dello Stato e sovente hanno performance nettamente migliori degli studenti “ordinari”. Però, dicevo, i bambini non sono eremiti: è vero che, se io rifiuto una certa (sub)civiltà, il contatto dei miei figli con ragazzini educati in modo diverso può essere “contaminante”; è vero però anche che le relazioni formano la personalità del bambino e queste relazioni, di norma, non si possono esaurire nell’ambito familiare. Conosco diversi ragazzini che seguono istruzione parentale ma tutti hanno anche attività parallele (nuoto, calcio, danza, inglese…) che gli consentono anche di “guardare fuori” ed è difficile assumere che un tale sguardo possa solo fargli del male.

Chi valuta, dunque, un caso del genere?

Da quel che si legge sui social, sono i giudici del Tribunale Minori che, “brutti e cattivi”, hanno assunto la decisione gravissima di togliere tre bambini – una di otto anni e due gemelli di sei – ai loro genitori: in realtà, c’è stato il collocamento in struttura protetta assieme alla madre, provvedimento comunque molto serio. Però non funziona così, il Tribunale minori non ha discrezionalità incontrollata: di norma, i giudici valutano sulla base di relazioni rimesse dai Servizi sociali e da specialisti e a quelle sono vincolati. Ora, Bibbiano a parte, è comprensibile una certa ostilità verso la figura dell’assistente sociale, che viene vista come una che entra in casa tua e ti giudica come genitore quando magari è una che ha sfasciato la sua stessa famiglia per poi finire a consolarsi coi gatti: tuttavia, è in quelle relazioni che va trovato il bandolo della matassa, è lì che è scritto quello che accadeva nel bosco.

E, siccome ci sono dei bambini di mezzo, quel che è scritto nelle relazioni non ci deve interessare: non nasca pure in questo caso una curiosità morbosa alla Garlasco. Questa non è una vicenda da bar: scuote le coscienze ma va sempre tenuto presente che la si conosce per come i media la possono raccontare e che si sta parlando della vita di una famiglia, tra le cose più importanti che si possano realizzare su questa terra in questa esistenza.

Possiamo essere certo solidali con i genitori e ci piange il cuore al pensiero di quelle tre creature scaraventate di colpo – pur assieme alla mamma – in un mondo che poco conoscono ma proprio per questo la cosa migliore, secondo me, è che i toni si abbassino e si lascino lavorare le persone interessate: giudici, assistenti sociali, avvocati.

E, ovviamente, se qualcuno si è inventato qualcosa o ha calcato la mano, che questi genitori reagiscano e denuncino ma nelle competenti sedi, non nelle interviste sui media o sui social, perché quello che sta accadendo, comunque lo si valuti, lascerà tracce irreversibili in quei bambini. Non serve a nulla metterci il carico.


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