di Red.

1. Premessa

Una premessa fondamentale e sempre più urgente quando si parla di “magistero” post-conciliare: l’insegnamento della Chiesa ha delle condizioni precise per essere realmente tale e ciò che porta questo nome negli ultimi decenni semplicemente non ne è fornito. Rimandiamo pertanto ai capitoli L’infallibilità, il magistero, la resistenza all’errore e I precedenti della crisi nella Chiesa. Analogie e differenze del libro Parole chiare sulla Chiesa. La corposa bibliografia teologica del primo non lascia dubbi sui limiti che sono posti per poter effettivamente parlare di magistero.

Inseparabile è poi il tema dell’obbedienza che – lo ricordiamo – si esercita sempre o nelle questioni indifferenti o in quelle buone e mai nel male evidente. Aderire (o non opporsi) a dottrine o atti già condannati dalla Chiesa non può in alcun modo rientrare nel campo dell’obbedienza. Rimandiamo sul punto ad un estratto dell’ottimo Padre Gabriele di Santa Maria Maddalena (+ 1953) e rammentiamo il commento di San Tommaso d’Aquino sull’incidente di Antiochia: “Quando vi fosse un pericolo per la fede, i sudditi sarebbero tenuti a rimproverare i loro superiori anche pubblicamente. Perciò S. Paolo, che pure era suddito di Pietro, per il pericolo di scandalo nella fede, lo rimproverò pubblicamente. S. Agostino commenta: “Pietro stesso diede l’esempio ai superiori di non sdegnare di essere corretti dai sudditi, quando capita di allontanarsi dalla giusta via” (Somma teologica, II-II, 33, 4 ad 2).

Cade dunque l’obiezione del ricorso erroneo all’arbitrio individuale (rimproverando al fedele che si oppone energicamente agli errori moderni provenienti da uomini facenti parte della gerarchia, di scegliere arbitrariamente se e a quale “tradizione” aderire). La verità è l’esatto opposto. Sarebbe arbitrio individuale del fedele se decidesse di non dare religioso ossequio a dottrine sulle quali la Chiesa si è già pronunciata e che condannano in maniera evidente e circostanziata atti ora presentati come “cattolici”. Il potere magisteriale sul liberalismo religioso, sulla confusione del dialogo orizzontale, sulla collegialità-sinodalità, sulle forme deviate di liturgia si è già espresso. E ad esso bisogna aderire. Dunque per gli errori neomodernisti non solo mancano le condizioni proprie del magistero a cui dare religioso ossequio, ma il merito stesso delle questioni risulta già chiarito (in senso contrario) nell’insegnamento papale precedente.

È dunque imprescindibile ottenere uno sguardo complessivo sulla crisi in corso: un’analisi che risalga alle cause. Per questo rimandiamo a Golpe nella Chiesa. Documenti e cronache sulla sovversione: dalle prime macchinazioni al Papato di transizione, dal Gruppo del Reno fino al presente.

2. I vecchi errori (già condannati) della Lettera In unitate fidei: un quadro generale

Ma veniamo alla “Lettera Apostolica In unitate fidei” firmata il 23 novembre da Leone XIV. Si tratta del solito documento post-conciliare intriso delle ambiguità e degli errori che già avevano ammorbato l’assise del Vaticano II: dedicata al 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea, ne stravolge il senso e la portata. Di questa confusione tipicamente neomodernista ci eravamo già occupati più volte, in particolare con l’articolo Non basta accettare il Concilio di Nicea per avere la fede cristiana!

3. Le contraddizioni su Ario

Durissimo con gli assenti e morbido coi presenti, il testo presenta una contraddizione evidente. Pur usando belle espressioni come “La roccia del credo niceno fu Sant’Atanasio, irriducibile e fermo nella fede. Nonostante fosse stato deposto ed espulso ben cinque volte dalla sede episcopale di Alessandria, ogni volta vi tornò come Vescovo”, o dove si parla “della falsa dottrina di Ario e dei suoi seguaci”, o ancora dove si dice che “gli insegnamenti di Ario non erano affatto coerenti con la Sacra Scrittura”, dimentica un piccolo particolare: l’antico eretico – così giustamente bistrattato – rifiutava allora capi di dottrina allo stesso modo in cui, su materie diverse, li rigettano oggi i moderni compagni di dialogo ecumenico. Se fosse vivo sarebbe invitato alle varie Assisi, come del resto lo sono stati i negatori aperti non solo della SS. Trinità ma dello stesso monoteismo. Essendo morto senza eredi gli è andata male.

4. Le vecchie armi di distrazione di massa in salsa vaticansecondista: i mea culpa un tanto al chilo.

Basata sul ritrito schema del senso di colpa (i mea culpa per mancata inclusione) è l’affermazione che a un certo punto si legge: “Oggi per molti, Dio e la questione di Dio non hanno quasi più significato nella vita. Il Concilio Vaticano II ha rimarcato che i cristiani sono almeno in parte responsabili di questa situazione, perché non testimoniano la vera fede e nascondono il vero volto di Dio con stili di vita e azioni lontane dal Vangelo. Si sono combattute guerre, si è ucciso, perseguitato e discriminato in nome di Dio. Invece di annunciare un Dio misericordioso, si è parlato di un Dio vendicatore che incute terrore e punisce“.

Insomma, il povero San Nicola di Bari, che proprio ad Ario assestò uno schiaffone, oggi sarebbe segnalato per fautore di discriminazioni.

5. Errori sul falso ecumenismo: il testo si oppone frontalmente alla Dottrina della Chiesa.

Passiamo ora al cuore ecumentista della Lettera. Per semplicità riportiamo prima le parole di In unitate fidei, poi i testi che la condannano (tra i tanti abbiamo scelto Mortalium Animos di Pio XI e Orientalis Ecclsiae di Pio XII).

Partiamo dunque da In unitate fidei, con grassettature nostre:

“[…] Il dialogo ecumenico ci ha portato, sulla base dell’unico battesimo e del Credo niceno-costantinopolitano, a riconoscere i nostri fratelli e sorelle in Gesù Cristo nei fratelli e sorelle delle altre Chiese e Comunità ecclesiali e a riscoprire l’unica e universale Comunità dei discepoli di Cristo in tutto il mondo. Condividiamo infatti la fede nell’unico e solo Dio, Padre di tutti gli uomini, confessiamo insieme l’unico Signore e vero Figlio di Dio Gesù Cristo e l’unico Spirito Santo, che ci ispira e ci spinge alla piena unità e alla testimonianza comune del Vangelo. Davvero quello che ci unisce è molto più di quello che ci divide! Così, in un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica Comunità cristiana universale può essere segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale per la pace. […] Per poter svolgere questo ministero in modo credibile, dobbiamo camminare insieme per raggiungere l’unità e la riconciliazione tra tutti i cristiani. Il Credo di Nicea può essere la base e il criterio di riferimento di questo cammino. Ci propone, infatti, un modello di vera unità nella legittima diversità. Unità nella Trinità, Trinità nell’Unità, perché l’unità senza molteplicità è tirannia, la molteplicità senza unità è disgregazione. La dinamica trinitaria non è dualistica, come un escludente autaut, bensì un legame coinvolgente, un et–et: lo Spirito Santo è il vincolo di unità che adoriamo insieme al Padre e al Figlio. Dobbiamo dunque lasciarci alle spalle controversie teologiche che hanno perso la loro ragion d’essere per acquisire un pensiero comune e ancor più una preghiera comune allo Spirito Santo, perché ci raduni tutti insieme in un’unica fede e un unico amore. Questo non significa un ecumenismo di ritorno allo stato precedente le divisioni,né un riconoscimento reciproco dell’attuale status quo della diversità delle Chiese e delle Comunità ecclesiali, ma piuttosto un ecumenismo rivolto al futuro, di riconciliazione sulla via del dialogo, di scambio dei nostri doni e patrimoni spirituali.

La gravità del contenuto balza all’occhio ma, come detto, lasciamo la parola al magistero.

Pio XI, Mortalium animos, 6 gennaio 1928:

Da così grande diversità d’opinioni non sappiamo come si prepari la via per formare l’unità della Chiesa, mentre questa non può sorgere che da un solo magistero, da una sola legge del credere e da una sola fede nei cristiani; sappiamo invece benissimo che da quella diversità è facile il passo alla noncuranza della religione, cioè all’indifferentismo e al cosiddetto modernismo, il quale fa ritenere, da chi ne è miseramente infetto, che la verità dogmatica non è assoluta, ma relativa, cioè proporzionata alle diverse necessità dei tempi e dei luoghi e alle varie tendenze degli spiriti, non essendo essa basata sulla rivelazione immutabile, ma sull’adattabilità della vita. Inoltre in materia di fede, non è lecito ricorrere a quella differenza che si volle introdurre tra articoli fondamentali e non fondamentali, quasi che i primi si debbano da tutti ammettere e i secondi invece siano lasciati liberi all’accettazione dei fedeli. La virtù soprannaturale della fede, avendo per causa formale l’autorità di Dio rivelante, non permette tale distinzione. Sicché tutti i cristiani prestano, per esempio, al dogma della Immacolata Concezione la stessa fede che al mistero dell’Augusta Trinità, e credono all’Incarnazione del Verbo non altrimenti che al magistero infallibile del Romano Pontefice. […] Pertanto, Venerabili Fratelli, facilmente si comprende come questa Sede Apostolica non abbia mai permesso ai suoi fedeli d’intervenire ai congressi degli acattolici; infatti non si può altrimenti favorire l’unità dei cristiani che procurando il ritorno dei dissidenti all’unica vera Chiesa di Cristo, dalla quale essi un giorno infelicemente s’allontanarono: a quella sola vera Chiesa di Cristo che a tutti certamente è manifesta e che, per volontà del suo Fondatore, deve restare sempre quale Egli stesso la istituì per la salvezza di tutti”.

Pio XII, Orientalis Ecclesiae, 9 aprile 1944:

Non basta accettare con docilità gli antichi documenti del magistero ecclesiastico, ma che occorre in più abbracciare con fedele sottomissione di cuore tutte quelle definizioni che dalla Chiesa in forza della sua suprema autorità di tempo in tempo ci siano proposte a credere. Anzi, non è lecito, neppure sotto il pretesto di rendere più agevole la concordia, dissimulare neanche un dogma solo; giacché, come ammonisce il patriarca alessandrino: «Desiderare la pace è certamente il più grande e il primo dei beni, ma però non si deve per siffatto motivo permettere che ne vada di mezzo la virtù della pietà in Cristo» (S. Cirillo Ales., Ep. 61: PG 77, 325). Perciò non conduce al desideratissimo ritorno dei figli erranti alla sincera e giusta unità in Cristo, quella teoria, che ponga a fondamento del concorde consenso dei fedeli solo quei capi di dottrina, sui quali o tutte o almeno la maggior parte delle comunità, che si gloriano del nome cristiano, si trovino d’accordo, ma bensì l’altra che, senza eccettuarne né sminuirne alcuna, integralmente accoglie qualsiasi verità da Dio rivelata“.

6. Una pessima nota sul Filioque

Con il perfetto stile di Amoris Laetitia c’è poi la nota che finisce per contare più del testo. La numero 10 recita: “DH 150. L’affermazione “e procede dal Padre e dal Figlio ( Filioque)” non si trova nel testo di Costantinopoli; fu inserita nel Credo latino da Papa Benedetto VIII nel 1014 ed è oggetto del dialogo ortodosso – cattolico“.

Ora, se non bastasse a chiudere la questione quanto appena citato da Pio XI e Pio XII, passiamo a San Pio X, che riteneva la processione dal Padre e dal Figlio non un oggetto di dialogo ma un dogma. Non a caso parla “dell’opinione, non meno temeraria che falsa, che il DOGMA della processione dello Spirito Santo dal Figlio non derivi dalle parole stesse del Vangelo, né sia comprovato dalla fede degli antichi Padri” (S. Pio X, Ex quo nono, 26 dicembre 1910).

Sipario.



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