di Lorenzo Roselli

Si è fatto un gran parlare dell’intervista concessa dall’attrice statunitense Sydney Sweeney alla giornalista del magazine GQ (il padre delle riviste per uomini: l’antesignano di Donne e Motori o il Camper Magazine di Paolo Bitta, sostanzialmente) Katherine Stoeffel.

La ragione è presto detta: la giornalista ha toccato un tasto scoperto per la biondissima attrice.
Si tratta della polemica suscitata dal suo succinto spot per i jeans di American Eagle, domandandole se volesse esprimersi sulle critiche allo stesso.

Con uno sguardo glaciale che ha generato un meme di discreto successo, Sydney Sweeney ha troncato l’argomento affermando che “quando avrà una questione di cui intende parlare, le persone la sentiranno”.

Non riproporremo qui la sequenza pubblicitaria incriminata, d’altronde onnipresente sull’etere da mesi. Basti sapere che nel filmato l’attrice di Spokane, con movenze degne di una reclame di Colpo Grosso, si lancia in un raffazzonato panegirico della marca di jeans dell’azienda per cui fa la pubblicità, al termine del quale una voce narrante afferma stentoria: Sydney Sweeney has great jeans (“Sidney Sweeney ha ottimi jeans”), giocando sull’assonanza tra jeans e genes (geni) nell’anglosassone idioma.

La grossolanità dello spot (che non sfigurerebbe in una puntata dell’era d’oro dei Simpson con tanto di comparsata del compianto Troy Mcclure) ha scatenato un’ondata di commenti e considerazioni di opportunità che ha attraversato l’intera estate, giungendo al di qua delle Colonne d’Ercole soprattutto per l’overdose di retorica che se ne è fatta (ça va sans dire) nella carta stampa del conservatorismo d’avanguardia , per la quale questa cafonata sarebbe una rivincita culturale o un manifesto di un’America che ha smesso di chiedere scusa per sé stessa.

A furia di parlare di bianchezza, forme da pin-up e bionde da urlo, si è però dimenticato un aspetto della critica allo spot, il quale si impone nettamente tra le fesserie che il sentire liberal può aver detto in riferimento a questa pubblicità che, a quanto pare, merita Cannes (o quantomeno il dimenticabile Galà della Pubblicità trasmesso in casa Mediaset fino ad una ventina d’anni fa).
Ed è quello del vago rimando eugenetico che lo spot trasmette, collegando l’avvenenza e la prestanza alla qualità del patrimonio genetico.

Ora, per quanto ci sia perlopiù sperticati in paragoni con la Germania hitleriana o la supremazia bianca, occorrerebbe rammentare che gli Stati Uniti d’America sono stati la patria dell’eugenetica di Stato, questa bella pratica di presunta igiene sociale, realizzata nei manicomi ed in altri tipi di strutture di contenimento sanitario attraverso interventi eutanasici e di sterilizzazione forzata, in linea con la sentenza della Corte Suprema sul caso Buck v. Bell.

La sentenza ratificava, infatti, la sterilizzazione forzata per disabili cognitivi approvata dall’Assemblea Generale della Virginia nel 1924 e che oppose Carrie Buck alla Virginia State Colony sull’intenzione dell’istituto di sterilizzarla perché mentalmente ritardata.
La vittoria della Virginia State Colony permise di applicare le risoluzioni dell’Eugenical Sterilization Act, sino ad allora in vigore soltanto in Viriginia ed in California, in tutti gli Stati Uniti, avallando costituzionalmente l’impiego di sterilizzazioni coatte per persone cognitivamente disabili.

Tra i più noti sostenitori della sentenza ci fu Margaret Sanger, fondatrice della rivista Birth Control Review e dell’organizzazione Planned Parenthood che vedeva proprio nell’aborto uno degli strumenti determinanti per realizzare l’eugenetica.
Come sostiene nel suo libro più noto, Il fulcro della civilizzazione (1920), dove condanna ogni tipo di pressione etica e sociale che porti: «gli elementi più sani e più normali del mondo a prendersi il peso della fecondità irrazionale e indiscriminata degli altri» e questo al fine di scongiurare che «gli abitanti dei quartieri poveri, che si moltiplicano come conigli, debordino dai confini dei loro quartieri o dei loro paesi e trasmettano ai migliori elementi della società le loro malattie e i loro geni di qualità inferiore».

Un proposito effettivamente avverato, essendo che la progressiva legalizzazione dell’aborto in Nordamerica ha visto l’eliminazione di embrioni e feti pertinenti alle fasce più disagiate della popolazione, con numeri che negli ultimi anni riguardano al 36% donne afro-americane ed il 23% donne ispaniche.

Tornando dunque al silenzio tombale di Sydney Sweeney sull’interpretazione eugenetica dello spot, non può che risultarci tutto sommato ragionevole, sia perché la maggior parte delle domande in merito le sono state poste in maniera indubbiamente sciocca (come d’altronde nella succitata intervista di Katherine Stoeffel), quanto perché dire qualcosa equivarrebbe a muovere un attacco a chi l’ha assunta per lo spot, danneggiando la sua “deontologia” per future campagne pubblicitarie.

È tuttavia interessante rilevare come l’attrice, che ha sempre selezionato i ruoli da assumere nel piccolo e grande schermo (vedremo a breve la sua interpretazione della pugile Christy Martin, in un bio-pic che sembra volersi concentrare molto sull’identità queer dell’atleta), veda una sfilza di ruoli inerenti l’aborto e la “libera scelta” di metterlo in pratica.

Nella fiction che l’ha resa famosa, la produzione HBO Euphoria (uno “Skins” con gli steroidi, per chi fosse avvezzo al genere), il suo personaggio Cassie abortisce suo figlio dopo una gravidanza indesiderata al termine della prima stagione, in una pluri-celebrata scena che per Sweeney enfatizza l’importanza di maturare decisioni complesse nelle giovani donne.

Nel 2024 ha poi prodotto e recitato nel dimenticabilissimo (chi scrive è grande amante del genere) film horror Immaculate in cui impersona una suora che resta incinta in circostanze non chiare e reclama il suo diritto di autodeterminazione rispetto alle istituzioni religiose e patriarcali.

Se, come tuona con fierezza Alice Carrazza su Il Secolo d’Italia, la nostra Sweeney dà voce ad un’America che si è stancata di chiedere scusa, possiamo pacificamente ammettere che per una persona che ha voluto associarsi in maniera tanto netta alla rivendicazione abortista, non è affatto difficile glissare domande imbarazzanti sulla questione eugenetica.
Anche perché, come da titolo, non sarebbe affatto strano per un’icona abortista promuovere l’eugenetica, specie in relazione alla storia del suo paese.


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Imm. in ev. (fair use) da: https://en.wikipedia.org/wiki/File:Immaculate_Poster.jpg