di Piergiorgio Seveso
I lettori più attenti (ove esistano) dei miei articoli avranno accidentalmente notato che spesso dopo la mia firma e la mia carica di presidente aggiungo la sigla SQE.
Sciolgo facilmente l’acronimo: significa “Si quid est”, che potremmo rendere con una traduzione bella e lievemente infedele: “Se vuol dire qualcosa, se vale qualcosa”.
Partendo dallo stimolo di un pretenzioso libello avversario (Sutor, ne ultra crepidam), ho cercato nel glorioso passato del cattolicesimo romano nelle terre italiane e ho trovato il nobile precedente di Matilde di Canossa, la vice regina d’Italia, che stendeva il suo dominio di prima vassalla del Papa su uno sterminato di terre e contadi.
Ebbene, Lei nei pubblici diplomi, negli atti pubblici, allo sciorinamento dei suoi molti titoli nobiliari e di dominazione faceva seguire il “Si quid est”.
A maggior ragione debbo farlo io che sono poco più che un’ombra baffuta ma se ho consapevolezza della mia assoluta pochezza, nondimeno ringrazio il Cielo e la Provvidenza ad avermi chiamato a governare una realtà come la nostra.
È un titolo di onore e di orgoglio contemplare quotidianamente le attività messe in campo dal nostro gruppo di amici e militanti cattolici integrali: ogni articolo, ogni argomento sollevato, ogni immagine cercata e riprodotta, ogni piccolo ordigno ritrovato nelle polverose e dimenticate armerie del cattolicesimo romano è anzitutto un atto di fedeltà e glorificazione per Dio e un atto di carità, affetto e amicizia (amicizia, amicizia…) verso i nostri cari fratelli, sia quelli che combattono ogni giorno con noi in schiere vicine o lontane, sia che quelli che hanno tradito ricoprendosi di infamia e di cui preghiamo il ritorno, sia quelli che per ignoranza, distrazione o malizia sono tra le braccia accoglienti del neo-modernismo imperversante e ogni giorno di più tralignante.
E accanto a noi, in tutto il mondo, realtà analoghe e singoli volenterosi si impegnano, si agitano, studiano e ai arrabattano su questa grande lavagna virtuale che non è il mare del nulla, come taluno diceva, ma una semplice appendice della realtà e della vita.
Grazie ai social network, scorgo visi, odo voci e lingue differenti di fratelli cattolici che combattono la medesima “buona” battaglia, ora con mezzi efficaci, ora con tutte le debolezze e le diversioni tipiche anche del nostro scalcinato mondo del cattolicesimo romano.
Questa rete invisibile, questo arazzo a fili d’oro di grazia, di impetuoso coraggio e di buona volontà, assolutamente non coordinabile e non gerarchizzabile, è quello che resta della cara, buona, vecchia e gloriosa apologetica cattolica.
Chi si legherà a battaglie politiche, chi a rivendicazioni politiche nazionali, chi a difese della “famiglia e del focolare”, chi a scuole e obbedienze teologiche diverse e assai di frequente divergenti e conflittuali, tutti però presenti nel grande scacchiere della Buona battaglia (Opus magnum) e delle battaglie buone (più temporali e locali).
In una serie televisiva distopica americana degli anni zero Jericho, un protagonista domandava, dopo varie esplosioni nucleari, quale fosse la situazione della capitale americana. Gli veniva risposto: “Ora le capitali sono sei”.
In questo policentrismo di guerra civile e per bande (Bandenkampf), fatte salve le intramontabili note della Chiesa, anche Radio Spada nelle terre italiane, e in parte fuori di esse, gioca il suo ruolo e la sua piccola Missio(n).
Ad esempio, non guaire e cercare, con occhi inumiditi, biscottini avvelenati dalle autorità moderniste.
Ad esempio, ricordare a Leone che non tutti i cattolici resistenti hanno un concetto contrattualistico, negoziabile e minimalistico della Tradizione e dell’Integralità cattolica.
Ad esempio, non blandire e titillare l’ego smisurato di caporioni o tirannelli di turno, essere amici di tutti i volenterosi (se questo termine si più usare ancora senza significati ingiuriosi) e servi di Nessuno.
Il “si quid est” ci ricorda che la nostra funzione sovrasta e quasi annulla le nostre persone che come tutte dovranno rispondere “in die Judicii” del bene e del male compiuto e anche di quanto poco bene abbiamo compiuto il Bene ma che al contempo nella drammatica Storia di questa apostasia generalizzato hanno trovato la giusta posizione, l’altana vittoriosa e inscalfibile da cui scoccare lanciare dardi, colpi di mitraglia e all’occorrenza improperi.
Ci ricorda infine di usare anche una buona dose di autoironia, di sano umorismo (che malgrado gli elogi bergogliani non ha perso il suo valore) contro nemici veri, “falsos fratres” e amici eccentrici e centrifughi.
Si quid est sed est, noi cercheremo di farlo.
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