Il 24 dicembre 1588, nel contesto delle cosiddette guerre di religione, il re Enrico III di Valois faceva uccidere a tradimento il cardinale di Guisa, uno dei capi del partito cattolico. Quando la notizia fu portata a Sisto V, egli, il 9 gennaio 1589, riunì il concistoro segreto e così parlò ai cardinali presenti in difesa della libertà della Chiese e delle prerogative della Sede Apostolica contro le usurpazioni secolari.
Siamo costretti a esprimere un dolore indicibile, e oggi veramente nefando, sia perché non possiamo esprimere un dolore pari a questo, sia perché un simile delitto non si è mai udito a memoria d’uomo: è stato ucciso il Cardinale di Guisa, è stato ucciso, è stato ucciso un Cardinale Prete, che era Arcivescovo di Reims, senza processo, senza giudizio, senza legge, senza legittimo autorità, con le armi dei laici, senza sentenza e senza il ricorso all’autorità Nostra e di questa Santa Sede, di cui era nobile membro; come se noi non fossimo al mondo, come se non ci fosse Dio in cielo e in terra, e infine come se non esistesse la Sede Apostolica. La legge divina obbliga tutti gli uomini e nessuno ne è esente; la legge divina comanda: “Non uccidere”. È forse lecito a qualcuno uccidere? Certamente a nessuno, anche se fosse Re o Principe. Il Principe è giudice, e quando qualcuno muore per comando della legge, ciò non è uccidere, ma punire, castigare e correggere, osservando l’ordine del diritto e del giudizio. Ma il Cardinale è stato ucciso senza essere stato giudicato o condannato dal precetto della legge, o per mandato o permesso del suo Superiore (che siamo Noi); è stato ucciso come un uomo vile e un popolano qualunque, senza tenere in alcuna considerazione il diritto, il grado, l’ordine pontificale, la dignità e l’onore del cardinalato. E non si dica che abbia complottato o detto o fatto qualcosa contro la legge, contro il Re e contro la Corona: poiché non sembra vero né verosimile, dato che recentemente il Re ci scrisse in sua raccomandazione tramite il suo ambasciatore Gondi, chiedendo che gli dessimo la legazione di Avignone, vacante per cessione del Cardinale di Borbone, e nelle sue lettere lo lodava mirabilmente. Ne sono testimoni entrambi gli ambasciatori del Re, che pochi giorni prima ci avevano consegnato le medesime lettere del Re su tale questione. Nulla è accaduto in seguito per cui si possa dire che egli abbia commesso qualcosa contro il Re. Ma ammesso pure che avesse fatto qualcosa contro il Re riguardo ai presunti crimini, non doveva egli desistere da un tale sacrilegio e parricidio? E sapendo che Noi puniamo severamente i facinorosi e i malvagi, non poteva rimettere a Noi la punizione? Non poteva farlo arrestare e custodire nel frattempo, e poi scriverci per sapere cosa si dovesse fare e aspettare il Nostro comando? O, se non voleva aspettare, non poteva consultare il Cardinale Morosini, nostro Legato, o trattare con lui della persona del Cardinale di Guisa, o consegnarglielo prigioniero se temeva la fuga? Quel Cardinale Legato è un suo confidente e fu fatto da Noi Cardinale su sua preghiera e istanza. Per questo motivo è stato nominato legato de latere con tale potere, cosa che altrimenti non avremmo fatto, se non su sua insistente richiesta. Ringraziamo Dio di aver agito così, affinché non ci si possa imputare come colpa di non aver soddisfatto il Re; poiché se non lo avessimo fatto, ora direbbe che siamo stati Noi la causa di questo sinistro evento e che se non avessimo nominato il Nunzio Cardinale e Legato, come il Re chiedeva, la cosa non sarebbe andata a buon fine. Invece lo facemmo, e con ingiuria di questo Sacro Collegio, dove pur vi erano uomini insigni per scienza, dottrina ed esperienza, e gravi per età, tra i quali avremmo potuto mandare qualcuno come legato a latere, come sarebbe stato giusto, e invece allora non lo mandammo; e sapevamo di recare ingiuria ai Cardinali presenti per soddisfare la volontà del Re, e creammo Cardinale un assente, e lo nominammo anche nostro legato, per fare al Re ogni grazia possibile. Eppure il Re non ebbe alcun riguardo di ciò, né lo consultò su tale fatto, né portò alcun rispetto all’autorità o alla dignità di lui; e il Cardinale di Guisa fu atrocemente ucciso dal potere laicale, senza l’autorità e il permesso della Sede Apostolica. Rendiamo grazie a Dio che un fatto di tal genere, questo caso, questo male sia accaduto nel Nostro tempo, poiché così a Lui è piaciuto; Noi d’altronde speriamo nella Sua divina bontà, che Ci è stata vicina fin dalla fanciullezza, e che Ci assisterà in futuro e Ci proteggerà, fornendoci consiglio e aiuto affinché siamo in grado di provvedere a mali così grandi. Certamente siamo afflitti da tanto dolore d’animo che non possiamo spiegare il fatto; ieri è venuto da Noi l’ambasciatore del Re, e supplice e prostrato con l’altro ambasciatore Gondi chiedeva e postulava il perdono e l’assoluzione del Re, e con tanta insistenza che dicevano che non si sarebbero alzati né allontanati di lì se non gliela avessimo concessa, quasi facendoci violenza. Noi invece abbiamo risposto loro che, se il Re desiderava l’assoluzione, l’avrebbe chiesta nelle lettere che ci avevano consegnato due giorni prima; ma era così lontano dal pentirsi e mostrare dolore e riconoscere l’errore, che non faceva alcuna menzione dell’assoluzione. E avendo l’ambasciatore spiegato che egli rappresentava la persona del Re e che gli si doveva credere poiché il Re gli aveva scritto ciò, Noi rispondemmo che egli rappresenta la persona e il nome del Re per quanto riguarda gli affari da trattare in nome del Re, non però per quanto riguarda la confessione dei suoi peccati e per compiere la penitenza, che è richiesta dalla sua propria persona, poiché parte della penitenza è la confessione orale; una cosa è infatti trattare affari, un’altra è riconoscere il peccato, confessarlo, chiederne perdono a Dio e a Noi, e riceverne la penitenza dopo aver confessato con la propria bocca. Perciò li abbiamo congedati, poiché non avevano né lettere né alcun mandato per impetrare una siffatta assoluzione da un così grande delitto. Enrico II Re d’Inghilterra fu ritenuto infame perché si diceva avesse fatto uccidere il beato Tommaso Arcivescovo di Canterbury, non perché il Re ne avesse ordinato l’uccisione, ma perché, avendo con lui una controversia sulla libertà della Chiesa, sembrò che avesse acconsentito alla sua morte. Infatti lo uccisero per davvero, non per comando del Re, ma pensando di fargli cosa gradita, come si legge nel racconto della sua passione, e come in seguito fu scoperto. Tuttavia il Papa allora affidò la causa e il processo contro il Re ad alcuni Prelati o Cardinali, che destinò come suoi legati; fu istruito solennemente un processo e la causa fu discussa presso la Sede Apostolica. Egli si scagionò dal presunto mandato esplicito di morte e dalle parole proferite con le quali era parso desiderarla; riconobbe la sua colpa, la confessò e umilmente ricevette e compì la penitenza insieme a tutti coloro che avevano commesso quel sacrilegio, ne erano stati a conoscenza o vi avevano partecipato in qualsiasi modo. Eppure quello non era un Cardinale, ma soltanto un Arcivescovo. E se si dicesse che egli era un santo, rispondiamo che allora, mentre era in vita, non era chiamato santo, ma in seguito fu iscritto dalla Chiesa nel Catalogo dei Santi. L’Imperatore Teodosio Augusto, a causa della strage dei Tessalonicesi, fu respinto ed escluso dalle soglie della Chiesa da Sant’Ambrogio di Milano, ed egli obbedì umilmente; e Teodosio non era certo una persona vile o plebea, ma un uomo grande e insigne, ed era un chiarissimo Imperatore, che aveva riportato vittorie non per tirannia ma per disposizione divina, del quale anche Claudiano, sebbene pagano, cantò: “O tu, grandemente amato da Dio, per il quale combatte il cielo e i venti congiurati accorrono al suono delle trombe”. Teodosio era Imperatore dell’intero orbe terrestre, non di uno o di un altro singolo Regno, come lo è il Re di Francia; egli possedeva l’Impero universale e dominava su tutti i regni che lo componevano: aveva infatti la Gallia (ossia la Francia), la Spagna, l’Ungheria, la Dalmazia, la Grecia, l’Asia con tutti i suoi regni e province, la Siria, l’Egitto e l’Africa. Dunque, non era Re di un solo Regno, ma deteneva molti regni e imperi; e ciò nonostante, con lacrime e grande dolore dell’animo, confessò il suo delitto e il suo peccato, ricevette la penitenza da San Ambrogio e la compì con immensa umiltà, mostrandosi prontissimo a ubbidire al comando non di un Papa, ma di un semplice Arcivescovo, e così fu riammesso nella Chiesa e ai sacramenti. Qualcuno dirà che Ambrogio era un Santo; e noi risponderemo che allora viveva ancora nella carne, non era ancora stato annoverato tra i Santi ed era Arcivescovo, o forse soltanto Vescovo, poiché la Chiesa di Milano forse non aveva ancora un Arcivescovo. Per questo fatto accadde che Dio da quel momento lo assistette e lo favorì sempre e, procedendo le cose in tal modo, egli lasciò figli e nipoti come Imperatori Augusti. Se dunque al comando di un Vescovo, una persona non vile o umile, ma un così grande Imperatore ubbidì e sottomise con estrema umiltà, ricevette la penitenza e la portò a termine, quanto più devono farlo gli altri e i Re! Vi sono stati alcuni Cardinali che perfino in nostra presenza hanno osato scusare un simile delitto; cosa di cui noi ci siamo molto meravigliati, poiché, immemori del proprio grado, vogliono approvare ciò che si traduce in ingiuria, pericolo e rischio per loro stessi. Noi certamente vi affermiamo, e vi rendiamo certissimi, che non desideriamo tornare ad essere Cardinali, né tratteremo con alcun Principe o Re affinché si adoperi per farci Cardinale. Non vogliamo più essere Cardinale, perciò per quanto riguarda la Nostra persona ciò conta poco, ma per le persone vostre conta moltissimo. Se dunque volete essere privati e spogliati dell’immunità, della libertà, delle prerogative, delle preminenze e degli altri privilegi di cui siete ornati e decorati, sarà responsabilità vostra; e Noi faremo sì che in seguito siate privati di onore, riverenza e dignità, e che siate per i Re e i Principi oggetto di disprezzo, di scherno, di vilipendio, preda e bersaglio di strage. In verità, se le uccisioni e le ingiurie contro alcuni Cardinali vengono dissimulate, tali stragi potranno facilmente capitare anche agli altri. Noi dunque faremo giustizia, e ciò che piacerà a Dio e ciò che sarà giusto; ma se si dice che molti mali sono destinati a venire e sono da temere, Noi risponderemo che nulla è da temere quando vi è la giustizia; ed Egli stesso amministra la giustizia e il giudizio, e il Signore è giusto e ha amato la giustizia, e perciò nulla deve essere temuto eccetto il peccato: il peccato deve essere temuto grandemente, non invece la giustizia. Non possiamo, per l’angoscia del dolore, dire o parlare ulteriormente, sebbene vi sarebbero diverse cose da dire; ma in seguito nomineremo una delegazione di alcuni Cardinali con i quali si tratterà di questa materia. Preghiamo intanto Dio affinché si degni di provvedere e soccorrere la Sua Chiesa e le sue necessità.
Dopo questi fatti al re fu inflitta la scomunica ed essendo morto senza aver dato i segni di pentimenti richiesti dal Papa per l’assoluzione, gli furono negati i funerali in Cappella Papale.

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