Maro, Maro, vates Gentilium, da Christo testimonium

di Giuliano Zoroddu

A quanti abbiano almeno un’infarinatura di letteratura latina è nota, quantomeno per sommi capi, la quarta ecloga del poeta latino Virgilio (70-19 a.C.). Per coloro che invece non ne abbiano mai sentito parlare facciamo un brevissimo riassunto. Nel quarto dei dieci componimenti che compongono le Bucoliche, il poeta di Mantova, riprendendo un oracolo della Sibilla Cumana (sacerdotessa d’Apollo che “profetizzava” a Cuma), con una solennità «degna d’un console»[1] (il testo era infatti dedicato al console in carica Asinio Pollione) l’avvento di una universale benefica rigenerazione apportata da un «bambino»[2] divino.
A partire dal IV secolo questa ecloga fu interpretata da molti dotti cristiani come una profezia della nascita di Cristo: lo credevano per esempio Lattanzio[3] e sant’Agostino[4]. Lo stesso imperatore Costantino Magno si espresse in tal senso[5]. In effetti, elementi come la menzione di una «Vergine»[6], di un «serpente [che] muore»[7], della liberazione della terra dalle «vestigia dell’antica frode»[8] e le immagini pastorale che paiono cavate fuori dalle profezie d’Isaia[9], richiamano il mistero del Verbo che si fa bambino per liberare il genere umano dalla schiavitù del peccato e del demonio. Così, anche se non mancarono voci dissonanti, come quella di san Girolamo[10], si sviluppò l’idea che Virgilio avesse effettivamente profetizzato la nascita di Cristo un quarantennio prima che essa avvenisse.
Evidentemente per quanto affascinante possa essere e per quanto l’Oriente pullulasse di profezie su misteriosi fanciulli e dominatori del mondo provenienti dalla Giudea[11], la cosa non è sostenibile.
Una chiave di lettura esaustiva dell’ecloga crediamo l’abbia data la mai troppo compianta professoressa Marta Sordi, studiosa insigne delle antichità:

L’anima di Virgilio, come quella di Catullo, interpreti sensibilissimi, con la lungimiranza dei poeti, dell’angoscia esistenziale dell’ultima repubblica, è tutta protesa in questa appassionata invocazione di una salvezza divina, che non è risolvibile, né poté essere integralmente risolta, con la fine imposta da Augusto alle guerre civili né con la pace riportata dal principato nell’impero romano: l’ansia di un rapporto nuovo con la divinità, la speranza alimentata dagli antichi riti misterici che i contatti col mondo greco e con l’oriente diffondevano nel mondo romano, la concezione sacrale della storia propria degli Etruschi e dei Romani e il bisogno profondo di liberazione, non solo dalle fatiche e dalle difficoltà del vivere, ma dall’angoscia del peccato e della morte, confluiscono in questa invocazione al Dio presente, al Dio che visita l’uomo e lo rende degno della comunione con sé, secondo l’immagine della mensa e delle nozze, che lo rinnova rendendolo partecipe, misteriosamente, della sua vita. Il cristianesimo rispose, nella «pienezza dei tempi», a questa domanda appassionata e conquistò il mondo antico» [12]

E la conquista del mondo antico avvenne anche grazie a Virgilio. Ce lo spiega Dante quando si inventa la conversione al cristianesimo del poeta latino Stazio (45-96 d.C.), il quale rivolto a Viriglio dice:

Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte,
quando dicesti: ‘Secol si rinova;
torna giustizia e primo tempo umano,
e progenie scende da ciel nova’.
Per te poeta fui, per te cristiano.

Stazio (per lui Dante e noi con Dante) afferma il valore spirituale della poesia virgiliana: Virgilio, come gli altri grandi pensatori dell’antichità classica, portò, senza esserne cosciente, un lume adatto ad indicare agli altri la via. Virgilio nella quarta ecloga, citata da Stazio, non profetizzò la nascita di Cristo nel tempo[13], ma diede un messaggio che «consonava» con la religione cristiana tale che la nascita di Cristo potesse con maggior facilità avvenire nel cuore di tanti uomini che come lui adoravano gli «dei falsi e bugiardi»[14], ma che a differenza sua potevano udire quella la voce «di una nuova razza d’uomini mandata dall’alto»[15], ossia degli Apostoli e dei predicatori del Vangelo.

  1. v. 3. ↩︎
  2. v. 8 passim. Solitamente si dice che il bambino protagonista dell’ecloga sia il figlio di Pollione, tuttavia questa identificazione è disputata e con ogni probabilità non potrà essere mai con sicurezza risolta per via della «oscillazione fra realtà e simbolo» (A. LA PENNA – C. GRASSI. Virgilio. Le opere. Antologia, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1991, p. 33) tipica del clima oracolare dell’opera. ↩︎
  3. Divinae Institutiones 7,24. ↩︎
  4. Ep. 258,5;  De civitate Dei 10,27. S. Agostino si occupò anche dell’oracolo della Sibilla Eritrea, che veniva pure cantato nella Cappella Papale durante l’officiatura vigiliare natalizia in funzione antiguidaica. ↩︎
  5. Oratio ad sanctorum coetum, 19-20. ↩︎
  6. v. 6. In Virgilio è la Giustizia. ↩︎
  7. v. 24. La mancanza di serpenti è una caratteristica dei luoghi non tocchi da infelicità, ma per un cristiano il pensiero corre al serpente per eccellenza, al serpente antico, Satana, che appunto verrà schiacciato a morte dalla Vergine Maria e da suo Figlio secondo Genesi III, 15. ↩︎
  8. v. 31. L’idea di una colpa originaria che ha infranto il rapporto fra uomini e dei è presente anche in autori classici da Platone (cfr. S. WEIL, La rivelazione greca, Adelphi, Milano, 2014). Nella letteratura latina, oltre che in Virgilio, quest’idea di un antico peccato la troviamo nel carme 64 di Catullo, che non fu solamente un poeta erotico e gioco, ma anche un’anima sensibile dal punto di vista religioso. ↩︎
  9. Non si può escludere a priori che Virgilio conoscesse in qualche maniera le profezie messianiche. ↩︎
  10. Ep. 53. ↩︎
  11. Cfr. G. BALLERINI, Breve apologia del Cristianesimo, Edizioni Radio Spada, Cermenate, 2020, pp. 155-162. Vedi in merito anche lo scritto “Intravedere il grande ordine. Il fanciullo misterioso: i pagani aspettavano Cristo” di Andrea Giacobazzi. ↩︎
  12. M. SORDI, I cristiani e l’impero romano, Jaca Book, Milano, 2011, pp. 188-193. ↩︎
  13. Secondo il dantista Rocco Montano nemmeno Dante credeva che Virgilio avesse realmente profetizzato di Cristo: «Occorre avvertire che Dante non ha voluto accogliere la leggenda secondo cui l’egloga virgiliana era una profezia di Cristo. Se Virgilio avesse profetizzato la venuta di Cristo egli non sarebbe nell’Inferno; come credente nel Cristo venturo sarebbe come i grandi dell’Antico testamento nel Paradiso. Ma l’opera virgiliana, spiega Stazio, contiene una profezia che, pur senza riferirsi a Cristo, ha potuto offrire al lettore dei tempi cristiani come un motivo di conferma … Le parole dell’egloga virgiliana si accordavano con i proseliti della nuova fede; pareva cioè che questa gente fosse quella di cui Virgilio aveva parlato. Non si dice che era. Il fatto che i cristiani apparivano come coloro di cui Virgilio aveva parlato indusse Stazio a frequentarli … Ci fu una spinta, un incoraggiamento» (U. BARRA – R. MONTANO (a cura di), Comprendere Dante , Conte – G.B. Vico Editrice, Napoli, 1986, pp. 317-318). ↩︎
  14. Inf. I, 71. ↩︎
  15. Buc. IV, 7. ↩︎

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