di Luca Fumagalli
Nota della redazione: il presente articolo è una traduzione dall’inglese di un pezzo apparso il 28/11 sul St Moluag’s Coracle, blog dedicato alla cultura cattolica scozzese. Il testo originale è reperibile al seguente link: https://www.stmoluagscoracle.com/p/compton-mackenzie-catholic-novelist
Oltre a essere stato un romanziere di successo, Compton Mackenzie fu anche un convertito al cattolicesimo, un’abile spia, un acquirente di isole e un fiero nazionalista scozzese. La sua vita fu movimentata e tutt’altro che misteriosa. Le fonti disponibili includono infatti ben dieci volumi autobiografici, quattro di memorie di guerra, una dozzina di opere di saggistica su diversi argomenti e sette di ricordi; in totale, oltre tre milioni di parole. Scrisse inoltre alcuni roman à clef, tutti strettamente basati su eventi della sua vita e sulle emozioni ad essi connesse, tanto che i loro protagonisti maschili appaiono spesso come ombre dell’autore piuttosto che semplici creazioni dell’immaginazione. Di conseguenza, i suoi scritti personali, conservati presso l’Humanities Resources Center dell’Università del Texas, offrono poco di inedito nel campo dell’autorivelazione.
Edward Montague Compton Mackenzie, chiamato semplicemente “Monty” da familiari e amici, nacque il 17 gennaio 1883 a West Hartlepool, in Inghilterra. Era dotato di una memoria eccezionale e la sua costante mancanza di denaro lo costrinse a scrivere incessantemente. Lavorò fino alla morte, il 30 novembre 1972, dando vita a una nutrita bibliografia che comprende oltre cento volumi tra romanzi, saggi, racconti, articoli, poesie, guide, opere teatrali e sceneggiature. Tuttavia quantità non è sinonimo di qualità, e se oggi Mackenzie non è celebrato tra i più grandi autori della letteratura britannica del secolo scorso è proprio perché l’esito dei suoi sforzi non sempre è stato all’altezza delle aspettative. Dopotutto, scrivere sotto pressione non è mai facile, e tra i suoi libri, alcuni dei quali davvero sublimi, i romanzetti leggeri, quelli pensati più che altro per vendere facilmente, sono numerosi.

Il suo esordio, invero, fu notevole. Il romanzo Sinister Street, pubblicato in due volumi tra il 1913 e il 1914, raccontava senza mezzi termini la squallida vita morale degli studenti delle scuole pubbliche. Fu un succès de scandale che dimostrò l’approccio anticonformista e intelligentemente provocatorio dell’autore. Venne apprezzato da giovani lettori come Evelyn Waugh, Scott Fitzgerald, Cyril Connolly e il suo compagno di scuola, il futuro George Orwell; Henry James arrivò a definire l’autore «di gran lunga il romanziere più promettente della sua generazione». Col tempo, tuttavia, l’originalità delle sue prime opere svanì gradualmente; l’entusiasmo del pubblico e della critica diminuì e anche le vendite subirono una grave battuta d’arresto. Oggi, Mackenzie è ricordato soprattutto per due romanzi umoristici ambientati nelle Ebridi, Monarch of the Glen (1941) e Whisky Galore (1947), da cui furono tratti rispettivamente una miniserie televisiva e due film di successo. Quasi tutte le altre sue opere sono completamente dimenticate. La pur avvincente serie The Four Winds of Love (1937-1945), che costituisce un’importante cronaca romanzata dei primi quarant’anni del XX secolo, non fa eccezione. Il protagonista principale è John Ogilvie e la sua storia di passione, amore e redenzione ha molti punti in comune con la vita di Mackenzie.
Poiché suo padre era proprietario di una compagnia teatrale, costantemente impegnato in lunghe tournée in tutta l’Inghilterra, Mackenzie venne abituato, fin da piccolo, a un’esistenza nomade. La famiglia era originaria di Cromarty, nel nord della Scozia, e già durante gli anni della scuola il futuro scrittore prese seriamente a cuore la causa giacobita. Sebbene fosse stato educato a essere un perfetto suddito dell’Impero – in materia religiosa, ad esempio, era un anglicano così devoto da accarezzare persino l’idea di prendere gli ordini – avvertì il richiamo atavico delle Highlands, ancora di più dopo la sua conversione al cattolicesimo, nel 1914. Il suo libro Catholicism and Scotland (1936), oltre a essere una fenomenale accusa rivolta a Knox e ai riformatori puritani, è la testimonianza di un uomo profondamente innamorato della lingua gaelica, della sua terra natale e dei monarchi Stuart (nel 1932 firmò pure una biografia intitolata Prince Charlie su Charles Edward Stuart).

Sebbene Mackenzie non fosse scozzese di nascita, il suo cuore apparteneva davvero a quella terra e nel 1928 fu tra i fondatori del National Party of Scotland, predecessore dell’attuale Scottish National Party. L’NPS fu il primo partito politico nazionalista scozzese e il primo a battersi per l’autodeterminazione del paese. A differenza della maggior parte dei suoi membri, lo scrittore non era disposto a scendere a compromessi con Londra e desiderava la piena indipendenza della Scozia. Inoltre, dal 1931 al 1934, fu Lord Rettore dell’Università di Glasgow: il primo cattolico dopo la Riforma a ricoprire tale carica.
Nonostante la sua passione, le opinioni su di lui erano discordanti: alcuni, come Hugh MacDiarmid, lo menzionavano quale esempio di vero nazionalista che comprendeva l’essenza della Scozia, altri, tra cui uno dei leader del Rinascimento scozzese, Lewis Grassic, sostenevano che non potesse nemmeno considerarsi scozzese.
Ciononostante, per Mackenzie la Scozia fu, in un certo senso, una parentesi. Il suo spirito inquieto, desideroso di solitudine contemplativa ma anche di chiassosa giovialità, lo portò a viaggiare molto. Amava le isole, quei luoghi appartati che, soprattutto nella prima metà del Novecento, erano spesso frequentati da falsi nobili, ladruncoli e fuggitivi. Con Faith Stone, la prima delle sue tre mogli, visse per un certo periodo a Capri, a Villa Solitaria, e dedicò all’isola due romanzi di grande impatto, Vestal Fire (1927) ed Extraordinary Women (1928). Nei primi anni Venti acquistò le piccole isole di Herm e Jethou, nella Manica; infine, costruì una casa sull’isola di Barra, nelle Ebridi Esterne, dove si trova la sua tomba. L’amico D. H. Lawrence sembra aver tratto ispirazione proprio da lui per il protagonista del suo The Man Who Loved Islands.

Verso la fine della sua vita, quando il nazionalismo scozzese non era più guidato da idealisti come lui, ma da coloro che considerava politici codardi, Mackenzie si dedicò alla difesa della causa greca durante la Guerra Fredda. La Grecia era un paese che conosceva bene perché durante la Prima Guerra Mondiale prestò servizio nei servizi segreti britannici operanti nel Mediterraneo orientale, e uno dei loro centri operativi si trovava ad Atene. Lì era a capo del controspionaggio e il suo compito principale era quello di tenere traccia di agenti e informatori nemici. Doveva essere una spia altamente qualificata se Mansfield Cumming, fondatore dell’MI6, accarezzò l’ipotesi di nominarlo suo successore.
In questi ultimi anni, MacKenzie dimostrò di disprezzare anche ogni forma di irreggimentazione, che fosse opera di burocrati, colonialisti o proprietari di animali. Detestava quasi allo stesso modo gli urbanisti, le automobili e la cultura popolare. Aderì alla Campagna per il disarmo nucleare e divenne uno dei membri fondatori del Comitato dei 100, un gruppo pacifista.
La religione fu un altro tema importante nella sua vita. La decisione di unirsi alla Chiesa di Roma, sottolineò, «non doveva essere considerata una conversione, ma una sottomissione, una resa logica all’inevitabile riconoscimento del fatto che Gesù Cristo aveva fondato la sua Chiesa sulla roccia di Pietro». La gerarchia ecclesiastica lo tenne sempre in grande stima e nel maggio del 1944, durante una cena tra scrittori cattolici in onore del cardinale Griffin, arcivescovo di Westminster, gli venne chiesto di tenere un discorso celebrativo in quanto il più anziano tra i presenti (Hilaire Belloc era assente, già allora mentalmente debilitato).

D’altra parte, la sua immagine pubblica mascherava una vita privata tutt’altro che trasparente: la sua seconda moglie, Christina MacSween, che sposò dopo la morte di Faith, era stata l’amante di Mackenzie per diversi anni, e sembra che frequentasse la Messa solo occasionalmente. Parimenti, quando si convertì al cattolicesimo, chiarì al sacerdote che lo istruì che non poteva cambiare la sua convinzione, maturata sin di ragazzo, che gli ordini anglicani fossero autenticamente cattolici e che pertanto i prelati della Chiesa d’Inghilterra facessero parte della successione apostolica.
Nel complesso Mackenzie accumulò comunque svariati meriti, tra cui quello di aver dato alla causa cattolica una preziosa trilogia di romanzi: The Altar Steps (1922), The Parson’s Progress (1923) e The Heavenly Ladder (1924). In essi si racconta la storia di Mark Lidderdale, un prelato anglicano che, dopo una lunga e dolorosa riflessione, decide di convertirsi alla vera e unica Chiesa. Elementi autobiografici, come l’infanzia difficile del protagonista, si fondono con un intento apologetico, e alcuni dei temi già presenti in Sinister Street – l’ateismo moderno, il peccato e l’amore – sono brillantemente reinterpretati con un nuovo significato morale.
Infine, MacKenzie fu anche giornalista, fondatore della rivista musicale Gramophone, un personaggio radiofonico e uno dei primi grandi nomi della televisione.
Mackenzie, lo scrittore dimenticato, fu un esempio per altri eccellenti autori cattolici scozzesi, tra cui Bruce Marshall, Muriel Spark e George Mackay Brown. I suoi romanzi arguti e spensierati sono una straordinaria testimonianza di un’identità radicata e raccontano la storia di un popolo e di una religione che la modernità ha tentato invano di cancellare. Scozia e fede sono quindi i poli tra cui si muovono i suoi migliori libri che meritano di essere rispolverati e riletti.


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