di Luca Fumagalli

Per chi si fosse perso le puntate precedenti: prima parte (1895-1900) e seconda parte (1901-1909)

Nel settembre del 1909 David venne iscritto alla L.C.C School of Arts and Crafts di Peckham Street, nel quartiere londinese di Camberwell. Non ancora quattordicenne, era l’alunno più giovane e per raggiungere l’istituto percorreva ogni mattina tre miglia a bordo di un horsebus, un autobus trainato da cavalli, utilizzato per il trasporto passeggeri prima dell’introduzione dei veicoli a motore; e in inverno, per scaldarsi le mani, il ragazzo si faceva mettere dalla mamma delle patate calde nelle tasche della giacca. Per fortuna qualche mese dopo la famiglia prese casa nella zona di Telegraph Hill, accorciando così le distanze dalla scuola.

Il primo incontro di Jones con il clero cattolico avvenne in occasione del Chelsea Arts Ball, un ballo in costume organizzato per tutti gli studenti d’arte della capitale britannica. Volendosi travestire da frate gaudente, bussò alle porte del monastero dei carmelitani in Church Street e il superiore gli concesse volentieri un abito in prestito.

A causa dell’aggravarsi delle condizioni di salute del fratello Harold, affetto da tubercolosi, i genitori, temendo un contagio, nell’autunno del 1910 ritirarono David dall’istituto e lo mandarono a Brighton dal prozio Tom Pethybridge, un liberale benestante e germanofilo che infastidiva il nipote con le sue reiterate celebrazioni del mito sassone. Ciononostante, impararono presto ad andare d’accordo e la diffidenza iniziale si trasformò in una profonda stima. Il prozio garantì a David anche l’accesso alla sua fornitissima biblioteca, dove quest’ultimo, tra i vari tomi, poté apprezzare Shorter History of The English People di J.R. Green, al cui interno erano riprodotti alcuni disegni del XIII secolo raffiguranti dei gallesi, ognuno dei quali con un piede nudo, destinati a riapparire nelle sue prove artistiche degli anni a seguire. Lesse poi un volume di J.A. Froude, probabilmente Caesar: A Sketch. Più che dal grande condottiero, Jones rimase colpito dalla figura di Tiberio Gracco, promotore di un fallito programma di riforma della società romana, in chiave democratica, che verrà da lui commemorato in The Anathemata. In generale, l’antica Roma finirà per ispirare una buona fetta della sua poesia.

La L.C.C School of Arts and Crafts (1910 circa)

Il suo soggiorno a Brighton terminò il 20 novembre con la morte del fratello, appena ventunenne. Di Harold nessuno in famiglia volle più parlare e nemmeno da adulto Jones fece mai menzione di lui. Del resto il loro rapporto non era stato idilliaco: David aveva sempre patito il fatto di essere il fratello minore e la preferenza della madre per lui aveva aumentato la competizione tra i due. Quello che accadde allora ne segnò indelebilmente il carattere. Come scrive Dilworth, «il resto della sua vita è rimarchevole per l’assenza di ogni rivalità. Ad esempio non disse niente di negativo a o riguardo un altro artista o scrittore. Evitava, se gli era possibile, ogni disputa o discussione. Aveva un talento straordinario nel coltivare le amicizie. Simili caratteristiche sembrerebbero indicare una determinazione a non ripetere l’errore fatto […] col fratello».

Con Harold morto da un mese, quello del 1910 non fu un Natale felice. Per Jones, in verità, cambiò poco poiché sin da piccolo aveva sempre dimostrato un atteggiamento ambiguo nei confronti della ricorrenza, una posizione che mantenne inalterata fino alla fine dei suoi giorni. Difatti, pur sentimentalmente legato alla natività e amante delle canzoni, il Natale era per lui soprattutto l’umiliazione di vedere i cugini ricevere ogni volta splendidi regali che la sua famiglia non poteva permettersi.

A scuola i due insegnanti che condizionarono maggiormente David furono Reginald Savage e A.S. Hartrick. Il primo, che lo raffinò nel disegno degli elementi naturali e degli animali, lo portò a innamorarsi del movimento preraffaelita, delle cui influenze l’arte di Jones ne risentì per un bel pezzo. Hartrick era invece l’artista più eminente tra i professori, sodale di Beardsley e di Whistler. In Francia aveva avuto modo di conoscere Degas, Gauguin, Toulouse-Lautrec ed era stato amico di Van Gogh. Dando un’occhiata ad alcune prove dell’allievo – che più in là definì «un inguaribile romantico» – gli consigliò subito di smettere di imitare gli altri e di provare a trovare una direzione personale. A suo dire, il disegno, che aveva un valore in sé, diventava arte solo quando aveva il coraggio e la forza di andare aldilà della precisione della rappresentazione per comunicare delle emozioni. Lo stile maturo di Jones venne inoltre condizionato dalla tecnica coloristica dell’impressionismo, anch’essa appresa da Hartrick, e il maestro lo contagiò pure con il suo disprezzo per l’accademismo, quando la tecnica diventa fine a se stessa, smarrendo il cuore. 

David Jones, Leoni (1910)

Quasi certamente David visitò la seconda mostra del post-impressionismo a Londra, nell’ottobre del 1912. I quadri cubisti e futuristi che dominavano l’evento lasciarono piuttosto indifferente Hartrick, il quale colse l’occasione per mettere in guardia i suoi allievi da tutti gli “-ismi”, ritenuti null’altro che mode passeggere. Era dell’opinione che i mutamenti artistici duraturi fossero l’esito non di astratte teorie ma di intuizioni suggerite dal lavoro. Jones era sostanzialmente d’accordo anche se preferiva parlare, più che di lavoro, di sensibilità dell’artista.

Hartrick spese pure molte ore di lezione a parlare dell’opera dei migliori illustratori viventi, molti dei quali conosceva di persona. Beardsley era per lui un punto di riferimento, ma Jones non la pensava affatto così, infastidito dall’eccessiva artificiosità delle sue rappresentazioni e, in generale, da tutto il mondo dell’Art Nouveau. Maggiormente di suo gusto erano i grandi maestri del passato: se fu un artista fondamentalmente britannico, le sue influenze furono europee, comprendendo Legros, Ingres, Holbeim, Raffaello, i primitivi italiani e l’arte classica, ma anche Millet, Poissin, Rubens e Michelangelo. Aveva inoltre un debole per Turner, allora ancora in attesa di essere rivalutato, e anni dopo ne imitò la diffusione del colore per distinguersi dallo stile piatto e spigoloso che dominava l’arte contemporanea.

Di certo, come poi riconobbe, Jones imparò più da Hartrick che da qualsiasi altro professore e nessuno avrebbe mai avuto un’ascendente così importante su di lui come artista. Fu quasi di una figura paterna con cui rimase in contatto fino alla morte, avvenuta nel 1950.

Il soldato e il vecchio (1914)

Nel frattempo era diventato un avido lettore che spaziava ben oltre i libri che gli venivano assegnati durante le lezioni di letteratura. Divorò i primi romanzi di H.G. Wells, di cui seppe cogliere pregi e limiti, e lesse probabilmente Heroes of England di J.G. Edgar, che nel 1937 regalò al nipotino (Enrico V, Francis Drake, Nelson, Wellington ecc. sono tutti personaggi a cui si allude in In Parenthesis). Apprezzava soprattutto i volumi di genere epico-cavalleresco e nel 1913 si imbatté nella traduzione, firmata da Eugene Mason, di Aucassin a Nicolette, la contrastata storia d’amore tra un cavaliere e una dama, che lo colpì a tal punto da fare capolino anche nella sua poesia. 

Affascinato dall’etimologia delle parole, specie dalle influenze latine e dagli echi gallesi e celtici che conservavano i nomi di certe località, imparò a sviluppare un’immaginazione incline a trovare punti di contatto tra passato e presente, come evidenzia il monologo centrale di The Anathemata. Jones dichiarò che «quello era il solo modo in cui lavorava la mia mente, e ha sempre lavorato così sin da quando ero ragazzo». Col tempo si rammaricò di non aver ricevuto un’educazione più convenzionale, impostata sul modello liceale, ma almeno gli studi artistici forgiarono una visione spaziale che nel suo approccio alla lingua e alle forme letterarie lo rese unico tra i poeti moderni.

L’amore per il Galles e per le culture che caddero a causa di civiltà potenti gli fu di aiuto nel diffidare verso quello che lui stesso chiamava «il “progresso” con la P maiuscola». E l’11 dicembre, data in cui nel 1282 venne ucciso l’ultimo principe sovrano gallese, Llywelyn ap Gruffydd, marcò nel suo immaginario non una semplice scaramuccia feudale finita male, ma la fine di un’epoca. Ecco perché nel 1908 salutò con favore la nomina di Lloyd George a ministro delle finanze; questi era all’epoca un ardente nazionalista celtico che sosteneva un certo grado di autonomia per l’Irlanda, la Scozia e il Galles. Jones, da autodidatta, prese pure a studiare la lingua gallese raggiungendo un discreto livello, sebbene lo imbarazzasse il non riuscire a pronunciare le parole come un vero nativo. Non fosse scoppiata la guerra, probabilmente la sua preparazione avrebbe raggiunto livelli più soddisfacenti. Tuttavia, la sua passione si mantenne inalterata per tutta la vita.

Il capitano (1913 circa)

Per nulla distratto dalle prime frequentazioni femminili, nell’estate del 1913 volle spendere un mese in Galles con un amico di scuola, tale Whitaker. Insieme alle sue gite da piccolo, quest’esperienza fu fondamentale per dare alle storie e alle leggende apprese dai libri il loro contesto reale. Nota giustamente Dilworth: «Per lui l’identità gallese era soprattutto un’acquisizione di informazioni e suggestioni, una sorta di maschera yeatsiana […] Dal punto di vista intellettuale era molto più addentro del padre alle cose gallesi, ma, a differenza del genitore, non era un gallese. Nato e cresciuto in Inghilterra, non poteva nemmeno considerarsi un anglo-gallese. Questa cosa è importante da capire, perché, senza alcuna giustificazione, molti dei suoi ammiratori gallesi lo consideravano uno dei loro, e ciò gli faceva un grande piacere. Ma […] la sua identità consisteva in un sentirsi gallese che era principalmente intellettuale e che si scontrava con un sostrato sociale e culturale che era quasi interamente londinese. La sua identificazione con una delle nazioni più piccole d’Europa avrebbe causato l’impazienza dei lettori per l’occasionale uso di parole gallesi o di rimandi, ma non lo rese provinciale». La fine della Britannia celtica per mano degli anglosassoni e la creazione del ciclo arturiano – storie che fecero per l’Occidente quello che Omero aveva fatto per il mondo ellenico – lo convinsero che «niente ha successo come un fallimento», un’intuizione che avrebbe trovato sviluppata da Spengler nel suo Il tramonto dell’Occidente.

Sul versante religioso Jones si stava invece avvicinando alle idee della madre. Le preghiere, gli inni e le omelie di certo anglicanesimo gli parevano aride ed era particolarmente infastidito dall’ostilità diffusa che percepiva verso la dottrina della presenza reale. E nella tarda adolescenza, quando si convinse che il ministro di St. James, ad Hatcham, non stesse esercitando un ministero sacramentale, passò alla chiesa “High-Church” di St. Cyprian’s, in Brockley Road.

Dandy nei costumi ma artista nel midollo, nel 1914 si rifiutò di prendere parte agli esami per ottenere la qualifica di maestro d’arte, desiderando unicamente dipingere. Era piuttosto pessimista circa le sue prospettive economiche, e perciò, certo che non avrebbe mai potuto sostenere una moglie e una famiglia, si rassegnò a rinunciare all’idea del matrimonio…

L’approfondimento della vita e dell’opera di David Jones continua nei prossimi articoli della serie.



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Le immagini a corredo dell’articolo sono tratte da T. Dilworth, David Jones Unabridged: The online version of David Jones Engraver, Soldier, Painter, Poet (https://windsor.scholarsportal.info/omp/index.php/digital-press/catalog/book/204?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAYnJpZBExQ1R2ZUFDb1VxNHY4bWdyanNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR4yVa3owUWyA3LiUSifxZAT5W2XFqZ6dphwE_QpUu6rFWvISXBwUW6tgOnLmA_aem_X9s9EggFxpEN0b8Mo1pgDw). L’immagine di copertina riproduce una fotografia di Jones (a sinistra) con alcuni compagni della scuola d’arte (marzo 1913).