Il 7 dicembre 1965, durante l’ultima sessione del Concilio Vaticano II, veniva “promulgata” la “Dignitatis Humanae” sul preteso diritto naturale alla libertà religiosa, già condannata infallibilmente dalla Chiesa. Dall’analisi questo fondamentale documento della chiesa conciliare si può capire il valore che ha l’attuale magistero, così diametralmente opposto alla Verità Rivelata e al bimillenario insegnamento cattolico. Lo spiega bene don Mauro Tranquillo in questo brano tratto dall’articolo “Quale autorità per il Concilio Vaticano II?”

Paolo VI presenta non solo il Concilio ma tutta la sua chiesa (“conciliare”, come dirà anni dopo Mons. Benelli) come il contrario del concetto stesso di Magistero, tanto verso l’esterno quanto verso i fedeli. E questo nell’enciclica programmatica del suo pontificato (Ecclesiam suam, 6 agosto 1964), che dà l’impronta a tutto quello che farà: «Andate, dunque, istruite tutte le genti, è l’estremo mandato di Cristo ai suoi Apostoli. Questi nel nome stesso di Apostoli definiscono la propria indeclinabile missione. Noi daremo a questo interiore impulso di carità, che tende a farsi esteriore dono di carità, il nome, oggi diventato comune, di dialogo. La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio (nn.66-67) […] Né possiamo fare altrimenti, nella convinzione che il dialogo debba caratterizzare il Nostro ufficio Apostolico (n.69)». Questo dialogo esclude altre forme anche legittime di rapporto con “il mondo”, che hanno caratterizzato la Chiesa del passato: «Teoricamente parlando, la Chiesa potrebbe prefiggersi di ridurre al minimo tali rapporti, cercando di sequestrare se stessa dal commercio della società profana; come potrebbe proporsi di rilevare i mali che in essa possono riscontrarsi, anatematizzandoli e movendo crociate contro di essi; potrebbe invece tanto avvicinarsi alla società profana da cercare di prendervi influsso preponderante o anche di esercitarvi un dominio teocratico; e così via. Sembra a Noi invece che il rapporto della Chiesa col mondo, senza precludersi altre forme legittime, possa meglio raffigurarsi in un dialogo, e neppure questo in modo univoco, ma adattato all’indole dell’interlocutore e delle circostanze di fatto (altro è infatti il dialogo con un fanciullo ed altro con un adulto; altro con un credente ed altro con un non credente). Ciò è suggerito: dall’abitudine ormai diffusa di così concepire le relazioni fra il sacro e il profano, dal dinamismo trasformatore della società moderna, dal pluralismo delle sue manifestazioni, nonché dalla maturità dell’uomo, sia religioso che non religioso, fatto abile dall’educazione civile a pensare, a parlare, a trattare con dignità di dialogo. Questa forma di rapporto indica un proposito di correttezza, di stima, di simpatia, di bontà da parte di chi lo instaura; esclude la condanna aprioristica, la polemica offensiva ed abituale, la vanità d’inutile conversazione. Se certo non mira ad ottenere immediatamente la conversione dell’interlocutore, perché rispetta la sua dignità e la sua libertà, mira tuttavia al di lui vantaggio, e vorrebbe disporlo a più piena comunione di sentimenti e di convinzioni (nn. 80-81)». Dunque è evidente la rinuncia a imporre la dottrina rivelata come vera all’interlocutore per la sua salvezza, proponendo invece un dialogo per il suo vantaggio (che comunque non è immediatamente la conoscenza della Verità rivelata) rispettandone la “dignità e libertà”. Si esclude cioè il Magistero in ogni sua forma; si badi non vuol dire di per sé che le verità della fede cessino di essere tali, ma che non si vuole più imporle sotto forma di insegnamento in senso classico. Questo dialogo si rivolge a tutti (n. 97 e ss.; ad extra è evidente nella prassi ecumenica e nella nuova concezione dell’evangelizzazione, che meriterebbe una trattazione a parte), si svolge anche all’interno della Chiesa cattolica come in una famiglia (nn. 117-118) e al momento in cui Paolo VI scrive, quando il Concilio è a metà del suo corso, è già operante (n.121). Questi principi trovano la loro più solenne conferma nella Dignitatis humanae, la dichiarazione sulla libertà religiosa: se ogni uomo (quindi compreso il cattolico) ha per la dignità della sua stessa natura il diritto (non la possibilità, il diritto) di seguire la sua coscienza in materia religiosa, quale autorità potrà mai pretendere di imporsi ad essa? Eppure proprio del Magistero, che partecipa dell’autorità e della scienza divina, sarebbe di imporsi alle coscienze e alle intelligenze di ognuno. Può l’autorità della Chiesa, finché pubblicamente professa un tale principio e non lo rinnega, voler fare atto vincolante di vero Magistero? Noi stimiamo di no, non perché non ne abbia in assoluto la possibilità, ma perché non sembra possa più averne l’intenzione.


🔴Il “magistero” del Concilio Vaticano II. Di don J. M. Gleize

🔴Infallibilità e sinodalità. Un interessante articolo di don Claude Barthe sul valore effettivo del “magistero” attuale

🔴Vecchie obiezioni, nuove risposte. Al magistero si deve ossequio religioso. Ma a quali condizioni si può parlare davvero di magistero? E attenzione ad esempi fuori luogo sui santi (in 5 punti)



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