“Lo status quaestionis intorno alla ricerca storica e all’indagine teologica, considerati nelle loro mutue implicazioni, esclude la possibilità di procedere nella direzione dell’ammissione delle donne al diaconato inteso come grado del sacramento dell’ordine. Alla luce della Sacra Scrittura, della Tradizione e del Magistero ecclesiastico, questa valutazione è forte, sebbene essa non permetta ad oggi di formulare un giudizio definitivo, come nel caso dell’ordinazione sacerdotale”[1].

Con queste parole la Commissione preposta esprimeva il suo “autorevole ni” alla questione del diaconato femminile[2] che da gran tempo fa battere i cuori della destra e della sinistra del gran parlamento della “Chiesa conciliare”.

Quando diciamo da gran tempo, non intendiamo riferirci agli anni ruggenti del regno bergogliano (2013-2025), ma al sessantennio di rivoluzione conciliare. Questa, seminata dai modernisti storici condannati da san Pio X, fu inaugurata durante il regno roncalliano (1958-1963), fu attuata durante il regno montiniano (1963-1978) e consolidata da tutti coloro che fino ad oggi si son seduti sul trono di Pietro.

Anzitutto Paolo VI, in applicazione alla concezione del sacerdozio formulata da Lumen gentium, abolì nel 1972 degli ordini minori, sostituendoli coi “ministeri” affidati a semplici laici (e ora anche alle laiche).

Analizzando questo fatto l’abbé Jean-Michel Gleize FSSPX faceva presente quanto segue:

“Questo sacerdozio comune [di Lumen gentium] è il principio della partecipazione attiva al culto liturgico. L’attribuzione ai semplici battezzati di ciò che d’ora innanzi corrisponde a “ministeri” mira quindi a conferire a tutti i detentori del sacerdozio comune quanto più possibile di ciò che fino ad ora apparteneva solo ai detentori del sacerdozio ministeriale. Se si decide che l’attribuzione dei ministeri ai non chierici debba trovare la sua motivazione profonda nel principio di questo sacerdozio comune, non si vede perché i ministeri non possano essere affidati alle donne“[3].

E non ci si fermò lì. L’anno dopo furono istituiti i ministri straordinari e le ministre straordinarie dell’eucarestia.

Scriveva infatti don Mauro Tranquillo nel lontano 2016:

“Papa Francesco ha lanciato anche, in un modo tutto suo, il dibattito sul diaconato femminile: pur ribadendo (a mo’ di ipotesi) la verità storica sulle “diaconesse” dei primi secoli (e dicendo che non avevano potere di ordine sacro), ha comunque annunciato una commissione per “chiarire la questione”, lasciando intendere di non sapere bene come stiano le cose. Come al Tempio luterano e in altre occasioni, Francesco fa finta di non sapere cosa la Chiesa pensi su determinate situazioni: magari dà una risposta corretta, come in questo caso, ma poi glissa, domanda che si rifletta e si discuta, come se non ci fossero certezze. Il dibattito sul diaconato femminile appare però già superfluo nella neochiesa: infatti è dal 1973 che le donne possono distribuire la comunione, cioè hanno già il potere che costituisce l’essenziale del diaconato, e che è parte della definizione del Sacramento dell’Ordine data dal Concilio di Trento (ed è quindi dogma che, come il potere di consacrare, quello di distribuire l’Eucaristia non possa essere delegato ai laici)“[4].


  1. https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2025-12/diaconato-femminile-commissione-petrocchi-santa-sede.html?fbclid=IwY2xjawOeXwFleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETBSRUF1QklhTGk4Z2R1bU5rc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHiEzvZSglzLG-dpEqWXAEU1gkvhKarvezJ7gCYt8oPyzVKzSfhO_d9fig2WF_aem_jIEFTdjpgpSziTDnC6S2zw ↩︎
  2. “L’antica istituzione delle diaconesse non ha alcunché a che vedere con una partecipazione delle donne al primo grado del potere dell’Ordine: il diaconato” (Uno studio dell’abbé Patrick de la Rocque FSSPX sulle diaconesse) ↩︎
  3. Donne sull’altare: lo spirito del Vaticano II (di J.M.Gleize FSSPX); Sacerdozio della donna? Uno studio di Mons. Klaus Gamber. ↩︎
  4. Ratzinger, ‘Giano bifronte’ e ‘nume tutelare’ della c.d. ortodossia conciliare. ↩︎


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