di Red.

«Pronti sempre a soddisfare chiunque vi domandi

ragione della speranza che avete dentro di voi»

I Piet. III, 15

La crisi profonda che attraversa la Chiesa va studiata bene e senza scoraggiamenti. Se ci sono testi che ne trattano più direttamente, come Parole chiare sulla Chiesa e Golpe nella Chiesa, altri l’affrontano in maniera più generale, magari connettendola alla decadenza della società, al disastro della filosofia moderna o a singoli aspetti della vita del fedele. Pensiamo a L’unico mio Re – Scritti alfonsiani per vivere bene nel tempo e nell’eternità di Sant’Alfonso M. de’ Liguori, a Breve Apologia del Cristianesimo – Contro gli increduli dei nostri giorni o a La crisi del pensiero moderno e le basi della fede, entrambi di Mons. G. Ballerini, ancora a Buona filosofia e contro–storia filosofica. Dall’antichità pagana ad oggi di don Curzio Nitoglia, o al Compendio di Filosofia – Metafisica e Logica del Padre M. Liberatore SJ e altri Autori. Ma pure, solo per citarne alcuni altri: DISSOLUZIONE. Perché la nostra civiltà sta morendo di Martino Mora, Dieci maestri della Rivoluzione politica e religiosa di Mons. Jean-Joseph Gaume o La rivoluzione guardata negli occhi. Un libro che spiega il passato e racconta il futuro di Mons. Louis-Gaston de Ségur – Mons. Jean-Joseph Gaume.

La formazione dei laici è un tema fondamentale per affrontare i tempi che stiamo vivendo. I ruoli certamente vanno distinti, ma i fedeli non dovrebbero ridursi – anche nel cosiddetto “mondo tradizionale” – a marionette e automi, a pappagalli privi di cognizioni e buoni soli a ripetere formule ora malcomprese, ora ridotte a slogan. Chi non è formato è debole, e chi è debole finisce per non compiere pienamente il suo dovere. Certo, questo non significa esorbitare dalle proprie funzioni, mancare nella carità, arrogarsi diritti inesistenti, cadere in ghibellinismi da operetta o sfociare in anticlericalismi assortiti ma assumersi – con fatica, coraggio e determinazione – le proprie responsabilità. Non a tutti è richiesto lo stesso impegno ma a tutti è richiesto un minimo.

Un esempio di quanto scritto (che proprio per la sua scomodità va poco di moda) ci è fornito da un Dottore della Chiesa come Sant’Alfonso M. de’ Liguori. Nella sua Storia delle Eresie ci racconta del laico Eusebio (solo in seguito divenuto vescovo) che combattè l’eretico Nestorio, “pastore fattosi lupo”:

[…] Ma avendo detto Nestorio quelle ed altre bestemmie in quello ed in altri discorsi seguenti, de’ quali era sempre il principale scopo di lacerare l’antica dottrina della chiesa, confondendola cogli errori di Ario e di Apollinare, si eccitò una tal commozione nella città di Costantinopoli, che il popolo, vedendo il suo pastore convertito in lupo, giunse a minacciare di farlo in pezzi, e gettarlo nel mare. Ma perché a Nestorio non mancavano partigiani, questi, benché pochi, erano sostenuti dal favore della corte e dei magistrati: e perciò vi fu pericolo più volte che la chiesa per le contese non fosse riempiuta di sangue. Con tutto ciò ben vi fu uno, che in pubblico un giorno, predicando Nestorio nella chiesa, e negando le due generazioni del Verbo, l’una eterna e l’altra temporale ebbe il coraggio di dirgli in faccia: “Così è: lo stesso Verbo che prima de’ secoli nacque dal Padre, nacque poi di nuovo da una vergine secondo la carne”. Nestorio irritato a tali parole lo caricò d’ingiurie, chiamandolo un miserabile ed un ribaldo; e non potendo maltrattarlo co’ fatti, mentre quegli che avea parlato così, benché semplice laico, era nondimeno uomo di lettere, avvocato ed agente negli affari del principe (costui fu fatto poi vescovo di Dorileo, e fu, come vedremo nell’articolo seguente, l’invitto oppositore di Eutiche), sfogò la sua rabbia contro di alcuni buoni monaci archimandriti, che vennero ad interrogarlo se fossero vere le cose che di lui si diceano, cioè di aver detto che Maria non partorì se non un uomo, perché dalla carne non potea nascer se non carne, e poi soggiunsero che tali cose non si accordavano colla fede. Nestorio senza dar loro risposta li fece chiudere nelle carceri della chiesa, dove i suoi ministri, dopo averli spogliati de’ loro abiti, e percossi con calci e pugni, li legarono ad un palo, ed appresso loro lacerarono crudelmente le spalle, e stesi per terra li batterono sul ventre.

Il momento dello scontro è generalmente individuato nel Natale del 428 (Enciclopedia Cattolica*) o nel 429 (si veda lo stesso Liguori nella medesima opera in seguito: “poichè essendo egli ancor laico, nell’anno 429 ebbe il coraggio di rimproverarlo in pubblico de ‘ suoi errori“) ovvero due anni prima della deposizione di Nestorio (qui pure il Rohrbacher). L’Enciclopedia Britannica del resto conferma: While a layman, Eusebius was the first to challenge publicly (429) the teaching of Patriarch Nestorius of Constantinople, posting throughout Constantinople his famous Contestatio, summoning the faithful to rise against Nestorius. His action led to Nestorius’ condemnation by the Council of Ephesus (431).

Quanto al merito della resistenza all’errore, anche ad opera di inferiori rispetto ai superiori, rammentiamo il commento di San Tommaso d’Aquino sull’incidente di Antiochia: “Quando vi fosse un pericolo per la fede, i sudditi sarebbero tenuti a rimproverare i loro superiori anche pubblicamente. Perciò S. Paolo, che pure era suddito di Pietro, per il pericolo di scandalo nella fede, lo rimproverò pubblicamente. S. Agostino commenta: “Pietro stesso diede l’esempio ai superiori di non sdegnare di essere corretti dai sudditi, quando capita di allontanarsi dalla giusta via” (Somma teologica, II-II, 33, 4 ad 2).


*voce: EUSEBIO di DORILEO: Laico zelante e dotto, molto in vista a Costantinopoli, poi vescovo di Dorileo. Reagì pubblicamente contro Nestorio durante il discorso tenuto nel Natale 428, ed affisse una pubblica accusa contro di lui ove lo additava colpevole della stessa eresia di Paolo di Samosata. Condannato Nestorio, egli, già vescovo di Dorileo ed amico di Eutiche, non esitò a presentare a Flaviano, vescovo di Costantinopoli, l’8 nov. 448, accusa formale contro l’eresia di Eutiche. Durante il «latrocinio efesino» Dioscoro ottenne che ad E. fosse fatto divieto di presentarsi, nonostante le proteste di Flaviano e dei legati pontifici. Eutiche fu riabilitato e Flaviano ed E. condannati, deposti ed imprigionati. E., dopo aver fatto recapitare al Papa un suo appello da due suoi chierici, riuscì a fuggire e si rifugiò a Roma, ove era ancora presente nell’apr. 451 (lettera di s. Leone Magno a Pulcheria, Epist., LXXIX, 3: PL 54, 912). Apertosi il Concilio di Calcedonia, egli inviò all’imperatore Marciano e al Concilio un esposto, ove chiedeva giustizia per sé e Flaviano ed accusava Dioscoro di eresia. Seguiì immancabilmente la riabilitazione di E. e la condanna di Dioscoro. E. però prese parte all’approvazione del can. 28, che stabiliva la supremazia d’onore, dopo Roma, della Chiesa di Costantinopoli, nonostante il rifiuto dei legati papali. Non si conosce la data della sua morte.


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