di Red.

In generale e ancor più negli ultimi mesi, per una serie di motivi, seguiamo poco le nomine quasi sempre progressiste di Leone XIV.

Innanzitutto per ciò che spiegava correttamente il Guelfo Rosa nell’articolo Il grande (e falso) alibi chiamato “Aspettiamo le nomine” del 23 maggio 2025 (sì, circa due settimane dopo l’elezione) in relazione a un tema che diventa facilmente sviante, inconsistente e controproducente. Citiamo:

Sviante. La grande concentrazione sulle nomine, ovvero sulle persone, è spesso una distrazione rispetto alle dottrine, sicuramente più rilevanti. Sia chiaro: non sto dicendo che il chi non conti, sto dicendo che ordinariamente può pesare ma a condizione che l’apparato dottrinale sia a posto. Quanti si ricordano senza googlare chi fosse il Prefetto alla congregazione dei Vescovi durante l’apostasia di Assisi ’86? Quasi nessuno, ma tutti si ricordando quell’immane catastrofe. Gli uomini passano, le idee restano. Solo una concezione politico-personalistica può invertire l’ordine dei fattori. E si noti che in tema dottrinale ad oggi Leone XIV è stato chiarissimo nella sua continuità con Bergoglio e il Vaticano II.

Inconsistente. Sì, oltre che sviante si tratta di un alibi inconsistente, smentito nel passato recente. Facciamo un esempio. Sapete chi era il Segretario della Congregazione del Sant’Uffizio dal 1959 al 1966 e il Pro-prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede dal 1966 a inizio 1968, ovvero negli anni della devastazione vaticansecondista e dell’immediato post-concilio? Il campione dell’ortodossia: il card. Alfredo Ottaviani. Quando in dottrina tira aria modernista, ci può essere in circolazione pure un personaggio di quel calibro (di cui oggi non esiste nemmeno la sbiadita copia) ma si farà ben poco. I casi, del resto, si sprecano. Il Prefetto della Congregazione dei Riti dal 1962 al 1968? Il tradizionalista – e membro del Coetus Internationalis Patrum – card. Larraona Saralegui. E si è visto come è finita la storia: più o meno allo stesso degli schemi preparatori del Concilio. Persino Torquemada avrebbe avuto difficoltà in quel clima (a proposito di Torquemada, vedere l’ottimo Le ragioni della Santa Inquisizione e la grandezza di San Domenico di Bartolo Longo. Oltre ad essere un utile testo storico, è una confutazione del Vaticano II con decenni di anticipo).

Controproducente. Come tutti gli alibi basati non sulla realtà ma sulle ipotesi oniriche, quella delle nomine finisce per essere un’opzione controproducente. Abbiamo visto gente andare in brodo di giuggiole per un presunto incarico conferito al card. Sarah come inviato papale (Sarah sotto Bergoglio è stato prefetto al culto divino): ebbene si trattava di una bufala [ndr, aggiornamento: notizia smentita sul momento dallo stesso Sarah, che in seguito fu effettivamente mandato come inviato speciale a Sainte-Anne-d’Auray. Ma si tratta di questioni per nulla decisive]. Ci è toccato osservare vecchi e nuovi “conservatori” intenti a stappare spumante perché l’ottantenne Paglia (ha compiuto 80 anni il giorno del trapasso di Francesco) è stato sostituito come Gran cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II dal card. Reina – non esattamente un novello Merry del Val – che nei giorni precedenti il Conclave fece discutere per l’infuocata omelia in cui disse: non può essere, questo, il tempo di equilibrismi, tattiche, prudenze, il tempo che asseconda l’istinto di tornare indietro, o peggio, di rivalse e di alleanze di potere. Aggiungendo di non avere paura delle perdite connesse ai cambiamenti necessari. Con riferimento ai molteplici processi di riforma della vita della Chiesa avviati da papa Francesco, che sconfinano oltre le appartenenze religiose. Ma poi è arrivata la bella sorpresa, tipo ovetto Kinder, con tanto di titolone di Repubblica: Papa Leone continua la riforma di Francesco: la prima nomina per la curia è suor Tiziana Merletti. Sarà la nuova segretaria del dicastero per gli Istituti di vita consacrata. Affiancherà suor Brambilla, un’altra figura che era stata scelta da Bergoglio. Si dice che il foglio per l’incarico fosse già sulla scrivania da tempo ma poco cambia dal momento che è stato firmato.

Ma c’è altro. O meglio: ci sono gli aspetti primari della questione. Il quadro dottrinale verso il quale si è orientato il nuovo regno – come si diceva – non è stato solo sin dagli esordi in chiara “armonia” con Vaticano II e Francesco-Bergoglio, ma lo è divenuto sempre più nei mesi successivi. Stesso discorso per il corrispondente uragano di nomine progressiste con un Leone che, a tratti, è parso correre addirittura più veloce del predecessore, ma che principalmente sta portando avanti una normalizzazione di continuità.

E giunti nella seconda metà di dicembre 2025, ecco una nuova nomina, quella per la rilevantissima arcidiocesi di New York: una scelta strategica e coerente con quanto illustrato. Si annota sul Bollettino di oggi: Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’Arcidiocesi Metropolitana di New York (U.S.A.), presentata da S. Em.za il Card. Timothy M. Dolan. Il Santo Padre ha nominato Arcivescovo Metropolita di New York (U.S.A.) S.E. Mons. Ronald A. Hicks, trasferendolo dalla Diocesi di Joliet in Illinois (U.S.A.).

Al timido conservatore vaticansecondista Dolan succede Hicks, già vicario del cardinale progressista Cupich di Chicago. La CNN nella sua riduzione politica ha titolato: Pope Leo appoints pro-migrant archbishop of New York, signaling Church’s more robust approach to Trump, il Washington Post pure sottolinea il passaggio da un conservatore ad un moderato: To replace New York’s archbishop, Chicago-born pope looks to home turf Ronald Hicks, widely seen as a moderate, will replace Cardinal Timothy Dolan, a prominent conservative. Repubblica si ispira ai giornali americani e sintetizza: Leone XIV cambia l’arcivescovo di New York: in pensione il trumpiano Dolan, arriva il moderato Hicks.

Al netto delle semplificazioni da cronaca parlamentare, Hicks è un vescovo sostanzialmente conforme al modello Francesco (come lo è pure il neo-nominato alla sede di Monterey). Può essere che diventi uno stabilizzatore della rivoluzione a livello newyorkese-americano come altri lo sono a livello globale? Sì, è plausibile. La nomina del resto non stupisce particolarmente: il bergoglismo 2.0 continua la sua marcia.

E ancora una volta si può dire: tutto secondo copione.


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