Il tempo di preparazione è tempo di penitenza mista alla gioia; di penitenza, a causa dei nostri peccati che ci allontanarono tanto da Dio; di gioia, per la promessa di esser ricondotti di nuovo presso a Lui, mediante Gesù Cristo. Nella metà dell’avvento, come nella metà di quaresima, siamo chiamati al gaudio : anzi ancor più, il gaudio ci viene imposto come un dovere. Pare strana la necessità del comando di rallegrarsi; quasi che gli uomini non amino e non cerchino la gioia anche senza obbligo; ma serve a mostrare che Iddio desidera che noi siamo pieni di gioia. Ringraziatelo per questo misericordioso invito, e cercate di seguirlo.
Ma non ogni specie di gioia ci viene raccomandata. Ve ne sono molte che l’ Apostolo sarebbe ben lontano dal raccomandare. Rallegrarsi nel mondo è una triste specie di gioia, a causa della sua fugacità. Gaudete in Domino, dice l’Apostolo. “Rallegratevi nel Signore.” Questa è la sola gioia che duri, ed è la sola che meriti di esser posseduta.
Che intende S. Paolo per questo rallegrarsi nel Signore? Intende il gaudio che deriva da un tale amor di Dio da farci desiderare solo l’ adempimento della Sua volontà in tutte le cose; e del vederla compiuta, positivamente si rallegri, a parte da qualsiasi vantaggio o svantaggio personale che possa a noi derivarne Questo è il segreto del vero gaudio, poiché allora, qualunque cosa accada ci è indifferente. Venga felicità o sventura, vittoria o sconfitta, ce ne rallegriamo solo perché Iddio così volle per noi. Questo è il significato di quelle parole di nostro Signore: “Nessuno vi torrà la vostra gioia.”
San Paolo va oltre il mero comando di rallegrarsi e di rallegrarsi nel Signore; ma ci comanda altresì di rallegrarci sempre. È possibile ciò? Sì, è possibile, ché se nol fosse, l’Apostolo non ce lo avrebbe imposto. Non è facil cosa, perchè l’amor proprio e l’ egoismo distruggono la gioia. Ma i Santi, che aveano estirpato l’amor proprio dal cuore, aveano per gradito e agevole compito l’esser sempre lieti. Se desideriamo altrettanto, dobbiamo far di tutto per liberarci da questo ostacolo alla gioia.
Come mai adempiremo questo dovere? Gradatamente; con molti atti di sottomissione alla volontà di Dio, e a quella degli altri, quando si oppone alla nostra; e la sottomissione deve aver per movente non già l’intellettuale convinzione che ciò che noi desideriamo per amor di sottomissione, e come atto di riverenza a Dio. Dobbiamo volontariamente sottomettere così la volontà, come l’intelletto a coloro che ci sovrastano, senza lamentarci o domandare spiegazioni pei loro ordini. Faccio io così?
Quando questo penoso processo sarà compiuto, e quando finalmente comprenderemo la felicità di abbandonare la propria volontà a quella degli altri, subito cominceremo a ricevere il guiderdone della conquista di noi stessi. Acquisteremo a gradi una imperturbata serenità di animo ed una crescente forza di volontà, come frutto della vittoria su noi stessi, e soprattutto la felice consapevolezza di avere imparato la lezione di conformare la nostra volontà a quella di Dio, nel che consiste la felicità del Cielo.
Richard F. Clarke S.J., L’Avvento. Brevi Meditazioni, Roma, 1896, pp. 30-33
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