di Luca Fumagalli
Il 27 luglio 1963, quasi un paio di mesi dopo la morte di Giovanni XXIII, il «Saturday Evening Post» pubblicò un articolo di Evelyn Waugh intitolato An Apparaisal of Pope John. Waugh, tra i più importanti scrittori del cattolicesimo inglese del Novecento, aveva salutato con favore l’elezione al soglio pontificio di Roncalli, tanto era rimasto scottato dalle riforme – liturgiche e non – promosse da Pio XII. In cuor suo sperava in un pontificato tranquillo, senza troppi sussulti, anche se la quasi unanime stima che presto finì per circondare Giovanni XIII non mancò di infastidirlo (Waugh, da sprezzante anticonformista, non amava far parte della maggioranza).
Al netto di ciò, nel suo articolo tratteggia un ritratto fondamentalmente positivo di Roncalli, sottolineando quei talenti che la stampa internazionale, incistandolo nello stereotipo del placido bonaccione, ha finito per mettere colpevolmente in ombra: «In un’epoca oscura e gelida il breve regno di Giovanni XIII fu memorabile per lucentezza e calore, qualità figlie della sua stessa personalità».
Dopo una rapida constatazione di come, nella storia, il pontificato romano sia stato dato molte volte per spacciato – salvo poi riaffermarsi sistematicamente con rinnovata energia – Waugh si concentra sulle tappe principali della biografia roncalliana, dall’esperienza tra i feriti della Grande Guerra fino alla sua nomina a Patriarca di Venezia, passando per la lunga carriera diplomatica. Se in Bulgaria, Turchia e Grecia il futuro Giovanni XIII poté essere testimone della disastrosa frammentazione della cristianità, nella Parigi del 1945 seppe mediare brillantemente con i comunisti che non vedevano l’ora di prendersela con quella parte di gerarchia cattolica accusata di essere stata complice di Pétain.
Nell’ottobre del 1958, quando venne convocato il conclave per eleggere il successore di Pio XII, nessuno si sarebbe mai immaginato il nome di Roncalli, del resto poco conosciuto ai non addetti ai lavori. Quasi settantasettenne, risultò l’uomo più anziano eletto al soglio di Pietro negli ultimi due secoli. Si credeva che il suo sarebbe stato un pontificato di transizione ma, prosegue Waugh, «si è dimostrato fisicamente il più attivo di qualsiasi altro dei suoi più recenti predecessori e mentalmente il più giovane». Meritevole, sempre a detta dello scrittore inglese, l’apertura di Roncalli nei confronti degli storici oppositori del cattolicesimo e i messaggi di speranza rivolti ai giovani. Significativa è stata pure l’enciclica Pacem in Terris, un tentativo di far finire la Guerra Fredda «riproponendo in termini generali il tradizionale principio cristiano del primato dell’individuo e della famiglia sullo stato, che è in antitesi col comunismo».
Per quanto concerne la convocazione del Concilio Vaticano II, Waugh non ha dubbi che sia stata un’iniziativa esclusiva di Giovanni XXIII: «È troppo presto per giudicare i risultati di una così grande assemblea. Nel passato, i concili ecumenici erano convocati solitamente contro qualcuno o qualche tendenza di pensiero, per condannare l’errore e rimarcare la verità rivelata. Papa Giovanni ha visto il suo Concilio essenzialmente come una gioiosa riunione di amici che hanno molto di cui discutere a proposito di temi di comune interesse. Non si dibatte di dogmi; le questioni hanno a che fare con la disciplina e la liturgia».
La conclusione di An Apparaisal of Pope John non fa altro che rimarcare l’unicità di Roncalli, uomo di speranza e un Papa stimatissimo anche dai non cattolici.
Dopo aver vissuto con pena gli anni del Concilio, contro le cui riforme si spese con veemenza, Waugh sembrò mutare, almeno in parte, il suo giudizio su Giovanni XXIII. Nell’ultima lettera del suo epistolario, datata 30 marzo 1966, pochi giorni prima della prematura scomparsa, si legge infatti che «la Pasqua ha sempre significato molto per me, prima che Giovanni e il Concilio distruggessero la bellezza della liturgia».


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