Volentieri presentiamo ai lettori questo efficace estratto del capolavoro La Vera Religione spiegata e difesa del Card. H. S. Gerdil e di don J. Balmes y Urpià sulle regole di prudenza che deve osservare il cattolico quando si tratta di misteri.


Avviene sovente che attaccando la Religione non si combattono né i miracoli, né le profezie, né la santità della dottrina, né alcun altro carattere della sua divinità, ma si volge la questione contro i suoi misteri. In questi casi è opportuna molta discrezione, altrimenti si corre pericolo di perdersi nella disputa. La ragione è chiara: il mistero, perciò appunto ch’è mistero non può spiegarsi di tal modo, che si presenti lucidamente al nostro intelletto; ed allora prevalendosi l’incredulo dell’oscurità che deve necessariamente accompagnare le spiegazioni del Cattolico chiama falso ciò che deve solo chiamarsi incomprensibile. Ciò non avverrà, se il Cattolico sa collocare la questione sul suo vero terreno; il che gli verrà fatto agevolmente, se ha presenti le riflessioni che seguono.

Prima di tutto deve badar bene il Cattolico di non impegnarsi a spiegare siffattamente il mistero, ch’egli presuma di non lasciare in esso alcuna oscurità: questo sarebbe lo stesso che togliere al mistero la sua natura, poiché se si potesse comprendere e spiegare cesserebbe di esser mistero per noi. Per la qual cosa trattandosi del mistero della SS. Trinità, dell’Incarnazione, o di qualunque altro, ancorché non sia da riprendere il Cattolico il quale si sforza di chiarirli, o con le similitudini che ordinariamente si portano dai catechisti, o con riflessioni intese da persone savie e religiose, ciononostante egli ha da proceder con molta cautela affinché non accada, che dando a tali similitudini e riflessioni maggior peso di quello che hanno, porga per una solida ragione ciò ch’è solamente una comparazione opportuna, o un lodevole chiarimento. Sarà bene che innanzi tutto egli protesti di non intendere il mistero, e di non presumere d’intenderlo e negli stessi suoi piedi si trovano tutti quanti i Cattolici, per ciò appunto che lo riconoscono per mistero. Sarà bene altresì, disputando con increduli, che non faccia troppo uso di paragoni e di altre ragioni di congruenza, e forse non poche volte sarà molto meglio che si astenga del tutto da siffatti argomenti, perché l’incredulo o gli altri che ascoltano potrebbero credere che li produca come prove: se l’avversario è alquanto sagace ne attaccherà agevolmente la parte debole, e se ottiene di far vacillare la ragione di congruenza, si vanterà di aver fatto vacillar il mistero. […]

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