Volentieri riprendiamo questo articolo da Res Novae. Non ogni passaggio ci trova egualmente concordi ma si tratta di una riflessione ricca e interssante che va al cuore di molti problemi spesso taciuti.
di don Claude Barthe
Don Laurent Spriet ha pubblicato su La Nef del gennaio 2026 una recensione alquanto irritata del mio libro: Les Sept Sacrements d’hier à aujourd’hui[1] [I Sette Sacramenti da ieri a oggi], libro in cui egli avverte l’odore del libero esame di Lutero, recensione seguita da un video (Abbé Barthe : une position ecclésiale intenable – La Nef [Don Barthe: una posizione ecclesiale insostenibile]), in cui condanna senza appello il mio libro come «cattivo e dannoso» e la mia posizione ecclesiale come «insostenibile».
Don Spriet si premura di dire di non aver niente contro di me a titolo personale. Non solamente ricambio il favore, ma aggiungo da parte mia di aver molto apprezzato i coraggiosi, ma purtroppo vani sforzi ch’egli aveva compiuto in passato per introdurre nel seminario di Lione una sezione dedicata alla Messa tradizionale: uno dei modi per restaurare la liturgia tradizionale è infatti quello d’inserirla per quanto possibile nelle strutture ecclesiali ufficiali.
L’intero mio discorso in questo piccolo libro sui nuovi rituali dei sacramenti verte su un altro aspetto di questa restaurazione liturgica da promuovere: fornire degli elementi a coloro che difendono in modo teorico e pratico la liturgia tradizionale ovvero ai sacerdoti delle comunità religiose o diocesani, che la celebrano in qualche modo come «specialisti», ed ai fedeli, che vi sono legati per preservare la propria fede e quella dei loro figli e che, gli uni e gli altri, la tengono in vita da mezzo secolo. Questa difesa, per coloro che la assumono pienamente, non può che essere globale, molto semplicemente perché una liturgia rappresenta un insieme coerente. San Tommaso spiega d’altra parte che tutti i sacramenti formano un corpo completo, in cui ciascuno di essi è ordinato all’Eucaristia, che contiene l’autore dei sacramenti: il battesimo e la penitenza per riceverla, il matrimonio per sviluppare l’unione del Corpo mistico, l’Ordine per consacrarla, ecc. Se quindi il rituale dell’Eucaristia è stato ferito, è nell’ordine delle cose che anche gli altri sacramenti lo siano stati.
La carenza liberale della nuova liturgia
Non pretendo che tutto sia cattivo nei nuovi rituali (e, in particolare, non ne contesto affatto la loro validità, anche se la loro estrema malleabilità fa sì che in certi casi ci si possa chiedere se il modo indecente in cui vengono interpretati non manifesti l’intenzione del celebrante di non fare quel che vuole la Chiesa). «La grazia filtra o sgocciola attraverso le macerie della liturgia distrutta», diceva Mauriac da qualche parte nel suo Bloc-Notes. Lo sconvolgimento ha colpito ciascuno di essi, in misura diversa, e tutti, come la nuova Messa, soffrono un indebolimento della significazione. Così, il difetto del nuovo messale è quello d’esprimere più debolmente, rispetto al messale che ha preteso di rimpiazzare, il carattere sacrificale dell’Eucaristia, ma anche la specificità del sacerdozio gerarchico, la trascendenza dell’azione che vi si svolge, l’adorazione dovuta alla presenza reale. Allo stesso modo, l’intero nuovo rituale del battesimo indebolisce l’aspetto della lotta di Cristo contro il demonio, che schiavizza l’anima a causa del peccato originale che la macchia; il nuovo rituale dell’unzione degli infermi svaluta il sacramentum extremæ unctionis in una celebrazione per persone anziane. Non si tratta di una negazione, ma di un indebolimento – e questo è già di per sé considerevolmente dannoso – del profilo del dogma. Ciò avviene in misura certamente diversa: il nuovo rituale del matrimonio ricorre a formule troppo prolisse e svuota la grande benedizione consacratoria della sposa; ma il nuovo rituale dell’ordinazione impoverisce il simbolismo stesso della cerimonia riguardante i sacerdoti e svuota la corona degli ordini minori e del suddiaconato.
La riforma liturgica è stata totale, confezionando, con elementi antichi ma completamente ripensati, la Messa, tutti i sacramenti, tutti i sacramentali. Un immenso sconvolgimento operato in pochi anni, sul quale bisogna convenire che non sia stato un successo: la nuova liturgia non ha riempito le chiese o almeno non ha impedito che si svuotassero. Al contrario, la liturgia antica, che voleva rimpiazzare e che è sopravvissuta in molti posti, attira i giovani fedeli, genera vocazioni, brilla per i suoi pellegrinaggi. Si obietterà che queste considerazioni valgono soprattutto per l’Occidente. Ma è a Roma che ha avuto luogo questo grande cambiamento cultuale, nel cuore di questo Occidente in cui l’ultra-liberalismo ha trionfato proprio negli anni in cui è stata realizzata la grande demolizione-ricostruzione della liturgia romana.
La riforma di Paolo VI è apparsa così agli analisti critici ed al pubblico dei fedeli – «ci cambiano la messa!», «ci cambiano la religione!» – come uno scotto pagato allo spirito del tempo: tono più immanente (celebrante rivolto al popolo, uso della lingua corrente, eliminazione di un simbolismo troppo tradizionale); attenuata distinzione gerarchica dei ministri del culto e dei fedeli laici; forme di rispetto atrofizzate nei confronti della presenza reale di Cristo nell’Eucaristia; richiamo addolcito alle grandi verità (la morte, il giudizio) e ai dogmi «duri» (la messa come sacrificio sacramentale, il peccato originale che impedisce l’accesso dell’anima alla visione beatifica).
Il rito, che voleva essere immutabile, è stato rimpiazzato da un canovaccio su cui ciascuno ricama secondo il proprio carisma, la sua pietà propria. D’ora in poi, «spetta alla comunità creare essa stessa la propria liturgia e non riceverla da tradizioni divenute incomprensibili: la comunità rappresenta e celebra sé stessa», diceva il card. Ratzinger[2]. Lo «spirito» del Vaticano II, da cui derivava questo culto rinnovato, andava in una direzione completamente opposta a quella delle grandi riforme della Chiesa, che furono la cosiddetta «riforma gregoriana» o la Controriforma tridentina, con la loro rigorosa restaurazione della disciplina, della pietà e della formazione del clero, del rigore della vita religiosa. I temi dei riformatori della liturgia dopo il Concilio (equilibrare la «tavola della Parola» e la «tavola dell’Eucaristia»; promuovere la partecipazione attiva dei laici; ripristinare la concelebrazione, la comunione al calice) erano in dissonanza per stile, spiritualità, substrato teologico, con ciò ch’era stato ereditato dal passato. Questi cambiamenti avevano il sapore del cattolicesimo liberale nel suo ultimo avatar, la Nouvelle Théologie denunciata da Pio XII. Un cattolicesimo liberale, che credeva di poter fare alcune concessioni alla modernità (libertà moderna, eliminazione delle differenza tra confessioni, addolcimento delle credenze «indigeste»), accarezzando la speranza – sempre delusa – di vedersi riconoscere un posto nel mondo moderno. Le trasformazioni rituali rappresentavano così una sorta d’«inculturazione», certo moderata, mediocre come si sarebbe detto nel XVII secolo. Solo che la cultura a cui ci si avvicinava era una non-cultura.
Tale fenomeno di una riforma che qualifico come liberale ne genera un altro: un cattolicesimo liberale subordinato, secondario in rapporto al cattolicesimo riformatore, che si è sviluppato in alcuni tradizionalisti: ciò che si potrebbe definire tradiliberalismo. La grande preoccupazione di don Spriet – che sicuramente mi attribuisce un’eccessiva influenza – è che il mio discorso «integralista» sulla nuova liturgia in generale e sui sacramenti riformati in particolare esasperi le autorità ecclesiastiche e nasconda loro la buona volontà di alcuni tradizionalisti, che, nella speranza – sempre delusa – di vedersi accordare una qualche forma di gratitudine, sono pronti a fare alcune concessioni, che essi fregiano dell’espressione ratzingeriana di «riforma della riforma», che per loro vuol dire riforma del rito tradizionale, ciò che tuttavia il termine stesso contraddice, come dirò più avanti.
La carenza d’autorità della nuova liturgia
È disobbedienza quando non c’è spazio per l’obbedienza? È disobbedienza non sottomettersi ad una legge, che manifestamente non serve il bene comune? Il Vaticano II, a differenza dei concilii del passato, non ha voluto né condanne, né dogmatizzazioni. L’elaborazione di una nuova forma d’insegnamento, nella quale si è collocato l’insegnamento autentico (Lumen Gentium, n. 25 § 1) o «pastorale», è come un abilissimo tiro a tre sponde nel biliardo: si parla di novità, cosa che che svaluta la tradizione e permette inoltre di essere al passo coi tempi; questo tipo di insegnamento permette, infatti, di formulare dottrine molto nuove (la Chiesa rispetta sinceramente le altre religioni, Nostra Ætate, n. 2 § 2), invalidando di fatto, senza doverla contraddire, poiché si resta nella «pastorale», l’autorità del Magistero precedente, il tutto in un modo che si integra con una libertà intellettuale moderna, che rifiuta qualsiasi dogmatizzazione, tranne quella della libertà stessa.
È del tutto naturale che la riforma liturgica abbia fornito parallelamente una nuova modalità di regola cultuale variabile e poco vincolante, aprendo in ogni momento numerose opzioni, lasciando massimo spazio all’interpretazione dei celebranti[3]. La norma del culto è il riflesso della norma della fede e viceversa: lex orandi, lex credendi. O più precisamente l’assenza di norma in senso forte: non si tratta più veramente qui di una lex nel caso di questo culto che rifiuta con disprezzo l’antica ritualità ed è anche il meno «rigido» possibile, corrispondendo di fatto ad un messaggio mal definito, indebolito (come il pensiero debole dei moderni).
La scelta è quindi quella di obbedire al senso della fede o a ciò che non è una legge, in quanto non implica l’obbligo di obbedienza. In ogni caso, coloro che, sin dalla pubblicazione del nuovo messale, hanno espresso le critiche più severe, in effetti lo hanno considerato legittimamente criticabile. Il sottotitolo dato dall’editore al mio libro, Bref examen critique des nouveaux rituels [Breve esame critico dei nuovi rituali], fa implicito riferimento al Breve Esame critico dei cardinali Ottaviani e Bacci del 5 giugno 1969, pubblicato due mesi dopo la promulgazione del messale di Paolo VI. Esso era accompagnato da una supplica firmata dai due cardinali e indirizzata al Papa, i cui termini sono ben noti: «Il nuovo Ordo Missæ, se si considerano gli elementi nuovi, suscettibili di valutazioni molto diverse, che vi appaiono sottintesi o impliciti, si allontana in modo impressionante, nel complesso come nei dettagli, dalla teologia cattolica della santa Messa così come è stata formulata nella XX sessione del Concilio di Trento […]. Così tante sono le novità che appaiono nel nuovo Ordo Missæ e d’altra parte così tante sono le cose eterne che vi si trovano relegate in uno spazio minore o diverso – ammesso che vi trovino ancora posto –, che potrebbe esservi rafforzato e cambiato in certezza il dubbio, che purtroppo si insinua in molti ambienti, secondo il quale delle verità, sempre credute dal popolo cristiano, potrebbero cambiare o esser passate sotto silenzio senza che si abbia infedeltà al sacro deposito della dottrina, a cui la fede cattolica è legata dall’eternità». Don Spriet dirà che il libretto firmato dai cardinali Ottaviani e Bassi è «cattivo e dannoso»?
Da allora sono apparse molte altre critiche, quelle di numerosi sacerdoti che hanno continuato a celebrare nelle forme antiche, quelle ben note di mons. Lefebvre, quelle dei collaboratori della rivista Itinéraires, di Padre Calmel, di don Dulac, di Louis Salleron[4], ecc. E oggi quelle di mons. Athanasius Schneider, che ha scritto la prefazione al mio libro, in cui riprende il tono della lettera dei cardinali Ottaviani e Bacci: «L’introduzione di novità in modo accademico e astratto, dunque anti-tradizionale, nei riti sacramentali è stata considerata quanto meno sospetta dall’epoca dei Padri della Chiesa fino al Concilio Vaticano II. […] Le innovazioni, le improvvisazioni, le rotture con i riti dell’epoca precedente, tutto questo è stato realizzato in un modo incomprensibile in occasione della riforma della liturgia conseguente al Concilio Vaticano II con l’approvazione della Santa Sede. I riti dei sacramenti della riforma post-conciliare si allontanano in modo sorprendente dalle qualità costanti ed essenziali della liturgia della Chiesa, così come sono state ispirate dagli Apostoli, fedelmente sviluppate nello stesso senso dai Padri della Chiesa ed accuratamente protette per secoli dai Pontefici romani. Tra le caratteristiche del rituale dei “nuovi sacramenti”, contrastanti con la liturgia di sempre, si possono rilevare i seguenti elementi: la diminuzione della sacralità, l’indebolimento sistematico della simbologia e della tipologia biblica, specialmente il legame con i tipi di culto divino dell’Antica Alleanza (un simile atteggiamento era tipico degli antichi gnostici cristiani ed in parte anche di Martin Lutero), un tono troppo accademico ed artificiale, le novità inventate con improvvisazioni, l’antropocentrismo, una tendenza neo-pelagiana (l’evidente affievolimento della dottrina del peccato originale e l’affievolimento delle preghiere di penitenza e di propiziazione) associata ad una tendenza naturalistica (l’indebolirsi della considerazione dell’esistenza e dell’azione degli spiriti maligni, da cui un’omissione quasi sistematica degli esorcismi)». Don Spriet dirà che il discorso di mons. Schneider è «cattivo e dannoso»?
Don Spriet, per farmi rientrare nell’obbedienza, mi cita la Mediator Dei, la grande enciclica di Pio XII sulla liturgia del 1947, spiegando che dall’autorità del Papa dipendono gli aspetti umani della liturgia. Sono pienamente d’accordo e aggiungo anche quest’altra citazione in tal senso dell’enciclica: «È necessario condannare l’audacia del tutto temeraria di coloro che, deliberatamente, introducono nuove usanze liturgiche o fanno rivivere riti superati, in disaccordo con le leggi e le rubriche attualmente in vigore». Ma non è forse in modo deliberato che don Spriet celebra abitualmente una Messa che papa Paolo VI ha sostituito con un’altra? Sicuramente egli ritiene come me e come papa Benedetto XVI nel Summorum Pontificum che i cambiamenti decisi da Paolo VI non avessero forza vincolante, almeno non abbastanza vincolante da abolire la Messa precedente.
Pio XII premonitore
Ma c’è un altro passaggio molto interessante dell’enciclica di Pio XII: «Allo stesso modo vanno giudicati gli sforzi di taluni di ristabilire l’uso di antichi riti e cerimonie. Senza dubbio, la liturgia dell’antichità è degna di venerazione; tuttavia, un’abitudine antica non deve essere considerata, in virtù del suo solo sentore di antichità, come più appropriata e migliore, sia in sé stessa, sia quanto ai suoi effetti ed alle nuove condizioni dei tempi e delle cose. Anche i riti liturgici più recenti sono degni di essere onorati ed osservati, poiché sono nati sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, che assiste la Chiesa in tutti i tempi. […] Come difatti nessun cattolico autentico può rifiutare le formulazioni della dottrina cristiana composte e decretate con grande vantaggio in epoca più recente dalla Chiesa, ispirata e retta dallo Spirito Santo, per ritornare alle antiche formule dei primi Concilii, […] così, quando si tratta della sacra Liturgia, non sarebbe animato da zelo retto e intelligente colui il quale volesse tornare agli antichi riti ed usi, ripudiando le nuove norme introdotte per disposizione della Divina Provvidenza e per le mutate circostanze».
Sarebbe un controsenso applicare tale critica a coloro che oggi rifiutano le novità introdotte dopo il Concilio. Questa denuncia della ricerca di riti che hanno «un sentore di antichità», in spregio ai riti introdotti in seguito, prendeva di mira la tendenza, che si manifestava in un certo numero di autori appartenenti al Movimento liturgico, i quali raccomandavano un ritorno agli usi della tarda Antichità prescindendo dai contributi dell’Alto Medioevo. Così il gesuita Josef Andreas Jungmann, che sarebbe diventato uno dei riformatori più in vista dopo il Vaticano II, sosteneva in Missarum Sollemnia: Spiegazione genetica della messa romana, nel 1948, che l’offertorio, che prima del VII secolo si riduceva ad una preghiera sulle oblate, aveva in seguito subìto «gravi alterazioni» con l’aggiunta di una serie di «preghiere private» del sacerdote. Queste «preghiere private» esplicitavano peraltro così chiaramente il senso del sacrificio eucaristico ed il suo valore propiziatorio per i vivi e per i morti da esser considerate da Jungmann e dai suoi emuli come un «doppione» o un «duplicato» del Canone. Esse sono state soppresse senza pietà dalla riforma.
Costoro erano modernizzatori archeologizzanti, il che non è contraddittorio. Come diceva Pio XII, il ritorno ch’essi volevano veniva giustificato in quanto più adatto «alle nuove condizioni dei tempi e delle cose». Emergeva, da quanto insegnava invece Pio XII, che queste «preghiere private», oggetto delle critiche di Jungmann, Mærtens, Bruylants, Bouyer ed altri, preghiere che erano fiorite dal VII all’XI secolo, erano da considerarsi come «degne di essere onorate e osservate, poiché […] nate sotto l’ispirazione dello Spirito Santo».
Benedetto XVI bloccato a metà del guado
A differenza di Marcel Lefebvre, che criticava il contenuto di fondo della riforma liturgica, Joseph Ratzinger ha soprattutto criticato il modo violento della trasformazione ch’essa aveva operato. Ma è il caso di dire, come in procedura ma con un senso più ampio, che «la forma porta con sé il contenuto» e che i due denigratori della riforma, l’arcivescovo e il cardinale, non erano in fondo poi così lontani. Tanto più che Joseph Ratzinger magnificava peraltro il tesoro rappresentato dal rito antico, «che era sacro per le generazioni precedenti» e che restava «grande e sacro per noi[5]».
Per sua iniziativa vennero promulgati la lettera circolare Quattuor abhinc annos della Congregazione per il Culto Divino, detta «indulto» del 3 ottobre 1984, poi il motu proprio Ecclesia Dei adflicta del 2 luglio 1988 e, per finire, quando divenne Benedetto XVI, il motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, che riconosceva il diritto alla celebrazione della liturgia tradizionale.
Va detto, per inciso, che è errato invocare, per giustificare le disposizioni del 2007, la tradizionale coesistenza di diversi riti nella Chiesa. Se nella Chiesa sono sempre esistiti riti liturgici distinti corrispondenti a diverse aree geografiche, etniche o culturali, non si è mai vista una coesistenza di diritto tra due stati successivi dello stesso rito per gli stessi soggetti. Certo, la bolla Quo primum del 1570 autorizzava la sopravvivenza, accanto al messale romano, di quegli usi, che potessero dimostrare di esistere da duecento anni, ma come riti di una determinata cattedrale, di una determinata collegiata. Mentre la sopravvivenza del rito antico, constatata dal Summorum Pontificum, non era opera di una Chiesa particolare o di un insieme di Chiese particolari, ma virtualmente di tutta la Chiesa romana. Da quel momento in poi essa aveva due riti, due «forme dello stesso rito», come diceva delicatamente il testo. In un certo senso, il messale promulgato dalla Quo primum beneficiava a sua volta dell’eccezione di antichità prevista da questa bolla…
Summorum Pontificum era certamente un testo destinato a portare la pace liturgica, ma faceva anche parte del grande progetto ratzingeriano di inquadramento del Concilio. Quel conciliare moderato, che era divenuto Joseph Ratzinger, sperava che uno degli effetti della liberalizzazione dell’antica liturgia potesse consentire, per via d’emulazione, di contatto, «di arricchire», di correggere la nuova liturgia[6]. Egli mirava a quel processo detto di «riforma della riforma», di cui il primo ad aver parlato sembra esser stato il card. Decourtray, arcivescovo di Lione. Riforma della riforma liturgica e non riforma del rito tradizionale. Ancora di recente, mons. Schneider ne ha ripreso il tema: il nuovo Ordo non può rimanere nello stato attuale[7].
Questo progetto rientra nella categoria di ciò che si è convenuto di qualificare in politica come processo di transizione (come la «transizione democratica», in Spagna, dopo la morte di Franco), il che presuppone che si voglia passare da un regime, da uno stato politico o, nel caso specifico, ecclesiale ad un altro. In questo caso dal «regime» della liturgia di Paolo VI al «regime» della liturgia tridentina, attraverso tappe graduali per rendere più facile il cambiamento. L’ipotesi riguarda la celebrazione ordinaria nelle parrocchie progressivamente rese tradizionali (riorientamento dell’altare, reintroduzione dell’offertorio tradizionale, ecc.). Essa può essere attuata puntualmente da un sacerdote, ma è pienamente concepibile solo se applicata come programma globale da un Papa o da un insieme di Vescovi, che si impegnino in un programma di restaurazione ecclesiale[8]. Interessante a questo proposito, benché abortito, è stato il tentativo del card. Sarah che, all’epoca Prefetto della Congregazione per il Culto Divino, durante un congresso dell’associazione Sacra Liturgia tenuto a Londra nell’aprile 2016, ha invocato un ritorno massiccio alla celebrazione ad Orientem, suggerendo ai sacerdoti che lo desiderassero di cominciare a celebrare in questo modo a partire dalla prima domenica di Avvento 2016. Ma venne immediatamente contraddetto dall’arcivescovo di Westminster, il card. Nichols, e da un comunicato del direttore della Sala Stampa vaticana dell’11 luglio 2016, in cui si spiegava che «[non erano] previste nuove direttive liturgiche». Lo stesso cardinale non ha mai applicato la sua direttiva nelle Messe secondo il messale di Paolo VI. Anche Benedetto XVI, pur avendo parlato di «riforma della riforma», non ha realmente adottato misure per attuarla, se non distribuendo la Comunione sulle labbra durante le proprie Messe e celebrando in modo più curato, con bei paramenti.
È rimasto insomma a metà del guado.
Restaurare integralmente la lex orandi tradizionale
Resta il fatto che Benedetto XVI, in particolare con Summorum Pontificum, ha fortemente favorito la celebrazione della liturgia antica. Ora, che lo si voglia o no, alla celebrazione della lex orandi preconciliare corrisponde una lex credendi egualmente preconciliare. Benedetto XVI ha così, involontariamente o magari in parte volontariamente, posto una mina sotto l’edificio del Vaticano II ed, in primo luogo, della sua liturgia.
Ho definito tradiliberali – in maniera un po’ polemica, lo ammetto, ma la legittima difesa me lo consentiva – i fautori degli accomodamenti, in contrapposizione ai quali, riprendendo una qualifica che si attribuivano i cattolici impegnati nella lotta contro il modernismo all’inizio del XX secolo, collocherei i cattolici integrali. Questi ultimi, di diverse sensibilità ed appartenenze istituzionali, hanno come obiettivo ultimo – dal punto di vista della lex orandi e di fatto della lex credendi – il ritorno alla liturgia tradizionale come norma.
Il compimento di questo ritorno presuppone dei pastori, un Papa e, prima ancora, dei vescovi, che lo realizzino, ma anche un contesto che sia ad esso favorevole. Sarebbe senza dubbio troppo ottimistico affermare che tale contesto oggi esista pienamente, ma se ne possono comunque constatare i primi segni, come dimostrano, tra l’altro, i sondaggi pubblicati dal giornale La Croix, sondaggi che constatano la rilevanza del numero di sacerdoti che desiderano la pace liturgica e la crescita del numero dei fedeli «che amano la Messa in latino».
È in effetti evidente la fatica della nuova liturgia[9], nata da una maldestra elaborazione ad opera di «esperti», come ha riconosciuto uno di loro, Louis Bouyer, dopo essersi ricreduto, o da una rielaborazione ad opera di «professori», per citare Joseph Ratzinger: «Nulla di simile è mai accaduto con queste modalità, ciò è contrario al carattere proprio dell’evoluzione liturgica[10]». Questa liturgia inventata non diverrà mai tradizione, anche se in mezzo secolo è divenuta un’abitudine, che sarà comunque molto difficile sradicare.
D’altra parte è necessario constatare l’eterna giovinezza della liturgia tradizionale e le sue capacità missionarie. Il moltiplicarsi dei luoghi della Messa tradizionale, che proseguirà, dev’essere accompagnato da «tutto ciò che ne consegue», secondo la consacrata espressione, ovvero il catechismo ed i sacramenti.
L’ammissione ai sacramenti, che segna una piena vita comunitaria cristiana, battesimo, matrimonio, cresima è di suprema importanza. «Se il fine è ultimo nell’esecuzione, è primo nell’intenzione», dice l’adagio scolastico[11]. Il fine non è nient’altro che la restaurazione di tutta la liturgia come colonna vertebrale di una restaurazione ecclesiale. Coloro che, seguendo il senso della fede, difendono assieme Messa e Sacramenti tridentini, siano essi sacerdoti, giovani che preparano il loro matrimonio, genitori che chiedono il battesimo e la cresima dei loro figli, lavorano, con l’aiuto di Dio, a questa restaurazione ecclesiale.
Don Claude Barthe
[1] Les Sept Sacrements d’hier à aujourd’hui. Bref examen critique des nouveaux rituels, con una prefazione di mons. Athanasius Schneider, Contretemps, 2025.
[2] Un chant nouveau pour le Seigneur, La Foi dans le Christ et la Liturgie aujourd’hui, Desclée, 1995, pag. 49.
[3] Benedetto XVI, quando era card. Ratzinger, aveva fatto questo collegamento tra insegnamento pastorale del Concilio e liturgia nuova in un altro modo, osservando come entrambi, Concilio e nuova liturgia, siano considerati a torto come più che dogmi: «La verità è che il Concilio non ha definito alcun dogma ed ha voluto consapevolmente esprimersi ad un livello più modesto, semplicemente come un concilio pastorale. Tuttavia, numerosi sono coloro che lo interpretano come se fosse quasi il super-dogma, che toglie ogni importanza al resto. Quest’impressione è rafforzata soprattutto da alcuni fatti diffusi. Quel che un tempo era considerato come ciò che v’è di più sacro – la forma trasmessa dalla liturgia – appare in un sol colpo come ciò che v’è di più vietato e la sola cosa che si possa rifiutare con certezza» (Discorso ai vescovi cileni, 13 luglio 1988, Conférence du cardinal Ratzinger devant les évêques du Chili et de Colombie le 13 juillet 1988 • 13 juillet 1988 • LPL).
[4] Posso aggiungere il mio: La messe de Vatican II. Dossier historique, Via Romana, 2018.
[5] Benedetto XVI, Lettera ai vescovi che accompagna Summorum Pontificum.
[6] Nella lettera del 7 luglio 2007, che accompagna il motu proprio Summorum Pontificum, Benedetto XVI spiegava come l’arricchimento del rito antico col nuovo si sarebbe fondato su due punti: «Nel vecchio Messale potranno e dovranno essere inseriti i nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi». La Commissione Ecclesia Dei aveva preparato l’aggiunta di quattro nuovi prefazi ad libitum tratti da fonti antiche e l’estensione alla Chiesa universale di altri tre esistenti in messali particolari. Essi sono stati promulgati con il decreto Quo magis della Congregazione per la Dottrina della Fede del 22 febbraio 2020. La Commissione aveva anche preparato un elenco di nuovi santi, di cui si poteva fare memoria ad libitum, che non ha avuto seguito.
[7] Avertissement de l’évêque Schneider : ‘Le Novus Ordo ne peut pas rester en l’état’.’
[8] Si veda il mio piccolo lavoro: La messe à l’endroit. Un nouveau mouvement liturgique (Edizioni L’Homme Nouveau, 2010).
[9] Evidente soprattutto per la sua assenza di frutti. Per fare un esempio: attualmente si pone la questione della chiusura del seminario interdiocesano di Tolosa. Poiché il seminario interdiocesano di Bordeaux ha chiuso i battenti nel 2021, non resterebbe più alcun seminario per l’insieme delle diocesi del Sud-Ovest e dell’Occitania, ad eccezione del seminario diocesano un po’ marginale (e che per questa ragione continua ad esistere) di Bayonne.
[10] La célébration de La Foi : Essai sur la théologie du culte divin,, Téqui, 1985, pag. 84.
[11] San Tommaso, Somma teologica, Ia IIæ, q 1, a 1, ad 1.
Imm. in ev.: Kleon3, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, da Wikimedia Commons
