di Piergiorgio Seveso
In memoria di S.E.R. Monsignor Richard Williamson nel primo anniversario della morte
Oggi in qualsiasi blog, chiunque, anche se non ha studiato molta teologia, esprime la propria opinione e condanna come se parlasse ex cathedra. Ecco perché dobbiamo recuperare in tutta la Chiesa quel sano realismo proposto dai grandi saggi e mistici della Chiesa. (Victor Manuel Fernandez detto Tucho)
Riflettevo su questa frase pronunciata ieri all’apertura della “Plenaria del Dicastero della Dottrina della Fede” da colui che ne è (o sarebbe) Prefetto.
Personalmente non amo polemizzare su figure come quella di Fernandez, anzituttto perché le ritengo frutto purissimo della “rivoluzione conciliare” e quindi per nulla in contrasto con “la lettera e lo spirito” (si tratta di un’endiadi) del “concilio vaticano secondo” e in ultima analisi estraneo alla storia della Chiesa.
In secondo luogo perché non vorrei mai rinfocolare la dinamica poliziotto buono-poliziotto cattivo per cui a “porpore” negative, intrusive o rivoluzionarie si contrapporrebbero ““porpore” moderate, conservatrici , restauratrici (Mueller, Burke e qualche spolverata di zucchero a velo di ottuagenari e nonagenari). Al netto di ogni intenzione, questo gioco delle parti di cui si fa vanto e si balocca, profumandosi, una buona parte di un certo mondo c.d. tradizionalista non solo non ci appartiene ma ci disgusta.
Non si tratta di una cura del male ma di un palliativo estetizzante (come chi volesse mettere delle ciprie su delle ferite aperte). Verrebbe quindi necessario sulle nostre labbra un “tacere debemus”. Eppure ci sembra interessante sottolineare come il buon Fernandez abbia compreso una solare verità.
Sul web, terra di libertà ma ahimè anche di licenza, si è sedimentata una buona parte di questo mondo resistente alla rivoluzione conciliare che combatte quotidianamente con articoli, analisi (anche dotte, molto spesso sensate) ciò che si mostra e si appalesa mostruosamente del Leviatano conciliare.
Lo fa con scienza, con dottrina, talvolta con passione, spesso travalicando il giusto limite e il buon senso ma lo fa: e lo fa essenzialmente per esercitare una supplenza laicale di fronte al silenzio complice e/o arrendevole delle “gerarchie” attuali, una supplenza necessaria, una supplenza meritoria (al di là di ogni eccesso dovuto a ignoranza o passione di parte). Lo fa esercitando quell’infallibilità passiva di chi aderisce in tutto e per tutto alla dottrina e al magistero della Chiesa e dei Papi, attraverso i secoli (pur distinguendo i diversi gradi di ossequio).
Da questo tesoro luminoso ed infallibile, da queste voci di Verità salvifica e immortale, da questi giudizi irrefragabili e irreformabili, da questo deposito unico, santo e immacolato, il cattolico rimasto fedele (o integralmente cattolico) trae quotidianamente materia per giudicare la realtà, la quotidianità, persone, idee, situazioni, leggi e ordinamenti, senza cedimenti verbosi alla sua complessità o poliedricità.
Il cattolico ha sete di dogmi e dal momento che le “fontane romane” di verità sono serrate da sessant’anni attinge acqua vivificante alle cisterne del Magistero preconciliare o dalle brocche di volta in volta offerte da un clero refrattario, resistente o integrista, nella speranza e nella fiducia che siano pulite dalle prudenze e dalle passioni umane.
Come in un giuoco di specchi, un laicato colto, preparato o almeno spinto dalla buona volontà della testimonianza, dell’apostolato o della pugna catholica, riflette sui social network questa luce che abbaglia e vivifica,
Tra gli abbagliati e i feriti, c’è sicuramente anche il buon Tuciolo (non scrivo Truciolo per rispetto ad un noto ballerino e cantante campano) cui la ventura di anni funesti ha attribuito uno scranno, già appartenuto indegnamente ai Seper, ai Ratzinger e ai Levada, ma da lui portato nella fosse delle Marianne dell’incredulità e del relativismo assoluto.
Guardaci in faccia, Leone! Ecco il tradizionalismo di cui fai bene a non fidarti.
Turris eburnea, ora pro nobis.
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