Pochi giorni prima dell’introduzione del suo messale, il 19 novembre 1969, Paolo VI dichiarò: «Non diciamo dunque “nuova Messa”, ma piuttosto “nuova epoca” della vita della Chiesa», intendendo dire che la riforma liturgica del Vaticano II e sua era molto di più di un rinfrescare riti millenari[1]. Lo stesso affermava Francesco nella sua Desiderio desideravi[2] del 29 giugno 2002: «Sarebbe banale leggere le tensioni, purtroppo presenti attorno alla celebrazione, come una semplice divergenza tra diverse sensibilità nei confronti di una forma rituale. La problematica è anzitutto ecclesiologica. Non vedo come si possa dire di riconoscere la validità del Concilio e non accogliere la riforma liturgica nata dalla Sacrosanctum Concilium che esprime la realtà della Liturgia in intima connessione con la visione di Chiesa mirabilmente descritta dalla Lumen gentium». E Montini come Bergoglio avevano ragione: la questione della messa (ove la si consideri seriamente) non è una questione estetica, ma una questione di ecclesiologia (l’ecclesiologia cattolica da un lato e la ecumenico-modernista dall’altro), una questione di fede (il Cattolicesimo Romano da un lato e il modernismo ecumenista dall’altro).
Per spiegare bene la questione proponiamo in traduzione alcuni passi dell’articolo La liturgie de la nouvelle Église, partie Ie pubblicato su laportelatine.org.
Liturgia e Chiesa
Si immagina volentieri una riforma liturgica come una disputa da sacrestia, un prurito di chierici in cerca di novità. Reagendo in questo modo, «non si sembra sempre ben consapevoli della teologia e dell’ecclesiologia sottese ai nostri modi di agire» [3]. In realtà, ogni riforma liturgica è l’espressione tangibile di una mutazione teologica. «Poiché nella Chiesa, e soprattutto nella liturgia della Chiesa, ogni pratica è ispirata da una visione teologica» [4]. E questa teologia è, più in particolare, una visione della Chiesa, un’ecclesiologia. «Ogni teologia della liturgia è sostenuta da un’ecclesiologia implicita, e le due sono profondamente solidali» [5]. Infatti, lungi dall’essere un’attività marginale della fede, «la liturgia è al punto di confluenza tra la teologia, il rinnovamento biblico e patristico, la missiologia e l’ecumenismo» [6]. «In quanto atto dell’uomo in preghiera, essa presuppone un’antropologia; in quanto culto rivolto a Dio, esprime una teologia; in quanto culto cristiano, dipende da una cristologia e da un’ecclesiologia» [7]. La liturgia è definita tradizionalmente come «preghiera della Chiesa». Ora, se una tale nozione «chiama in causa i concetti di “liturgia” e di “liturgico”, la dottrina del sacerdozio comune e del sacerdozio ministeriale» [8], «in ultima analisi e più profondamente, essa pone un problema di ecclesiologia. Bisogna dunque confrontarla con l’insegnamento del magistero attuale offerto dal Vaticano II» [9]. L’autore aggiunge a questo proposito, nella nota 33 di pagina 15: «È opportuno collocarla nella prospettiva di un’ecclesiologia rinnovata». Così, «consciamente o meno, ogni celebrazione concreta implica, più o meno chiaramente, una certa concezione teorica e pratica della Chiesa e della comunità cristiana, della liturgia e della pratica del culto, dell’evangelizzazione e della pastorale, del rapporto tra vita, liturgia, Chiesa e mondo. È a questo livello, crediamo, che devono intervenire il discernimento e la critica, poiché è lì che si situa la posta in gioco reale – e grave – della liturgia» [10].”
L’opera del Vaticano II
Il Vaticano II è stato dunque necessario per dotare il movimento liturgico di un’ecclesiologia veramente rinnovata. Di fatto, già a partire dalla Costituzione sulla liturgia, «si abbozza un’ecclesiologia della liturgia, che sarà proseguita dalla Costituzione dogmatica Lumen Gentium» [11]. Poiché «il Concilio Vaticano II ha iniziato i suoi lavori con lo studio della liturgia. Essa era considerata da un gran numero di Padri conciliari come la materia più facile da affrontare per fare pratica. La giudicavano piuttosto secondaria e abbastanza estranea a ciò che desideravano mettere in discussione durante i loro lavori. In realtà, si rivelò ben presto che questo primo studio apriva la porta a problemi singolarmente vitali per la Chiesa» [12]. Ma se «il Concilio ha dato inizio a un vero rinnovamento della nostra conoscenza della Chiesa e della nostra fede nella Chiesa» [13], tuttavia, «la riforma liturgica è anteriore, nel suo principio, alle Costituzioni Lumen Gentium e Gaudium et Spes. Pertanto, essa non ha potuto beneficiare del modo nuovo in cui la Chiesa si situa oggi rispetto al mondo. Il mondo, infatti, è già salvato nella speranza e la Chiesa è presente al suo interno come serva del suo destino divino e come sacramento di Gesù Cristo» [14]. Inoltre, «la differenza tra l’attuazione attuale della Liturgia delle Ore e la concezione che ne avevano ancora i Padri conciliari si spiega anzitutto con la dinamica del rinnovamento liturgico consecutivo al Vaticano II, che ha messo in viva luce le esigenze fondamentali della celebrazione del culto, ma anche con il fatto che lo schema liturgico è stato discusso fin dall’apertura del Concilio, mentre gli altri venivano rimandati in commissione per essere rifatti. Senza dubbio, il documento conteneva tutto l’essenziale dell’ecclesiologia di Lumen Gentium, ma la sua redazione finale sarebbe stata di qualità ancora migliore se fosse arrivata alla discussione dopo la promulgazione delle due Costituzioni sulla Chiesa» [15]. Per questo motivo, scriveva un autore nel 1968, «già l’applicazione della Costituzione liturgica ha fatto emergere bisogni che non erano percepibili ai primi stadi della riforma liturgica. La promulgazione degli altri testi conciliari – e in particolare la Costituzione Gaudium et Spes – ha collocato la riforma liturgica stessa in una visione nuova dei rapporti tra la Chiesa e il mondo. E assistiamo, d’altronde, a una rapida evoluzione della società» (René Boudon, «Al servizio del rinnovamento liturgico. Principi d’azione», Notes de pastorale liturgique 77, dicembre 1968, p. 1) …
La riforma liturgica è legata all’intero Concilio
Non si tratta di arroccarsi sulla Costituzione sulla liturgia e sulle riforme da essa proposte, ignorando il resto dell’insegnamento conciliare. «Non si può separare la Costituzione sulla liturgia dall’insieme dell’opera del Concilio. (…) Per quanto riguarda in particolare la partecipazione attiva e l’orientamento ecclesiologico della liturgia, nonché la funzione delle conferenze episcopali, la Costituzione è prolungata e approfondita dagli altri documenti conciliari, con i quali fa corpo unico» [16]. «Non si può dissociare [la riforma liturgica] dall’opera dottrinale del Concilio, perché la liturgia deve essere l’espressione, nel culto, della fede della Chiesa. Durante il Concilio, i Padri del Vaticano II hanno riflettuto sul problema della Chiesa, perché è il problema teologico del XX secolo non solo nel cattolicesimo, ma in tutte le confessioni cristiane. (…) Questa fede rinnovata nella Chiesa, il Concilio ha voluto che si esprimesse nella liturgia, al fine di farla penetrare in tutta la vita degli individui e delle comunità» [17]. Così, «l’opera del Vaticano II forma un tutto unico: ogni documento deve ricevere un supplemento di luce dalle altre parti di questo monumento dottrinale e pastorale straordinario e senza dubbio senza precedenti nella storia dei concili. E se è così, è della massima urgenza interpretare la Costituzione sulla liturgia tenendo conto certamente degli orientamenti dottrinali di Lumen Gentium, ma ancor più degli orientamenti pastorali di Gaudium et Spes. In quest’ultimo documento si scopre il pensiero della Chiesa stessa sulla sua missione nel mondo, e più particolarmente nel mondo del nostro tempo. Anche questo mondo deve pregare, proprio come hanno pregato secondo il loro genio proprio i secoli passati. La Costituzione sulla liturgia, illuminata dalla Gaudium et Spes, è portatrice di una delle speranze degli uomini di oggi» [18]. «In fondo, è tutta la teologia della Chiesa ad essere in causa nella liturgia. Non sorprende quindi che si ritrovino a livello del culto i grandi problemi ai quali la Costituzione Lumen Gentium e persino tutta l’opera del Vaticano II ha voluto rispondere» [19] … Non bisogna dunque mai dimenticare ciò che abbiamo sottolineato all’inizio: «La liturgia è la manifestazione della Chiesa e include un’ecclesiologia. (…) Ecco uno dei messaggi essenziali di Sacrosanctum Concilium» [20]. Per questo «Sacrosanctum Concilium non era solo un programma di riforme liturgiche: queste ultime erano esse stesse la manifestazione di un’ecclesiologia, che i riti presuppongono e che, d’altronde, è chiaramente espressa» [21] …
Un’ecclesiologia nuova
In sintesi, ogni pratica liturgica è l’espressione di un’ecclesiologia. La liturgia antica era, per la forza delle cose, l’espressione dell’ecclesiologia dominante. Il movimento liturgico ha intrapreso la trasformazione della pratica liturgica, ma gli mancava una visione ecclesiologica sufficientemente sviluppata. Questa ecclesiologia è stata data dal Concilio Vaticano II, aprendo le porte a una riforma liturgica profonda, espressione di un’ecclesiologia rinnovata. Infatti, il Concilio Vaticano II ha instaurato una rottura con l’ecclesiologia precedente espressa dalla liturgia antica. Per questo, «attraverso la sua volontà di riformare la liturgia, il Vaticano II appare come un concilio riformatore di prim’ordine. Poiché il culto reso a Dio dalla Chiesa è, insieme alla principale attività di quest’ultima, la realizzazione profonda del suo essere. Di conseguenza, riformare la liturgia significa anche riformare la Chiesa» [22]. «Il Concilio Vaticano II ci ha riportato in un’ecclesiologia più conforme alla Rivelazione di quanto lo fosse quella dei secoli che ci hanno immediatamente preceduto» [23]. In particolare, «in numerosi testi, il Vaticano II ha designato la Chiesa come “sacramento universale di salvezza”. Questa formula mirabile esprime il mistero della Chiesa in un modo nuovo, in apparente rottura con la teologia dei secoli precedenti, ma in profonda continuità con la Tradizione nella sua linfa originaria. (…) Sembra proprio che vi sia qui una delle chiavi, e persino la chiave del rinnovamento liturgico. Trascurandola, si ridurrebbe questo rinnovamento a una riforma di cerimonie, mentre esso rimette in discussione la nozione stessa di celebrazione» [24]. Così, «il Vaticano II ha permesso il raddrizzamento di questa ecclesiologia giuridica. La Chiesa è stata ridefinita come popolo di Dio nel mondo (missione), in cammino verso la consumazione della sua unione definitiva con Dio (escatologia), sotto il governo attuale del Cristo che agisce per mezzo del suo Spirito (signoria di Cristo). L’ecclesiologia è ormai pensata non più in due, ma in tre termini: il popolo, strutturato dai ministeri che gli sono interiori, e mosso dal Cristo. All’ontologia della grazia viene riconosciuto il ruolo primario che le spetta. In senso inverso all’evoluzione storica, questa rigenerazione della Chiesa deve estendersi ai ministeri, ripensati in funzione della missione e sanamente relativizzati alla luce della signoria attuale del Cristo. Attraverso di essi, essa dovrà raggiungere anche il culto, che è da riscoprire come culto del Nuovo Testamento» [25]. È dunque ben chiaro «che il Vaticano II, facendo apparire un’ecclesiologia più centrata sul popolo di Dio che sul corpo mistico e dando la priorità alla Chiesa-popolo rispetto alla gerarchia, fa necessariamente progredire la riflessione liturgica» [26]. E ancora: «Se si confronta la teologia della liturgia del Vaticano II e le riforme che sono state compiute a seguito di esso, si dovrà dire che le istanze di Lutero sono presenti, in modo assolutamente sorprendente, nella Chiesa cattolica» [27]. Pertanto, «una celebrazione liturgica ricca di significato ha tutto da guadagnare dalle vedute fondamentali della teologia rinnovata» [28].
- Da Montini a Bergoglio: il continuo cambiamento della “chiesa conciliare” ↩︎
- Bergoglio: “Non possiamo tornare al rito preconciliare” ↩︎
- « Liminaire », Communautés et Liturgies 2, mars-avril 1977, p. 97 ↩︎
- Guy Oury, « Liturgie. Un culte digne de la sainte eucharistie », Esprit et Vie – L’Ami du clergé 18, 7 mai 1981, p. 265 ↩︎
- Jean-Pierre Jossua, « La Constitution Sacrosanctum concilium dans l’ensemble de l’œuvre conciliaire », in La liturgie après Vatican II, Cerf, 1967, p. 128 ↩︎
- Émile Marcus, « Le concile et la liturgie », Paroisse et Liturgie 7, 1er octobre 1963, p. 676 ↩︎
- François Morlot, « Une condition préalable à toute formation liturgique : un changement de mentalité », La Maison Dieu 95, 2e trim. 1964, p. 20 ↩︎
- Robert Gantoy, « Problématique de l’office hier et aujourd’hui », La Maison Dieu 95, 3e trim. 1968, p. 12 ↩︎
- Robert Gantoy, ibid., p. 12 ↩︎
- Robert Gantoy, « Discerner les théologies implicites des célébrations dominicales », Paroisse et Liturgie 6, novembre-décembre 1974, p. 498 ↩︎
- André Haquin, « La réforme liturgique de Vatican II », Nouvelle Revue Théologique 4, juillet-août 1985, p. 484 ↩︎
- Adrien Nocent, « Les grandes rénovations de la célébration eucharistique », Les quatre fleuves 21–22, 1985, p. 47 ↩︎
- Gérard Huyghe, « Des prières eucharistiques pour l’Église d’aujourd’hui », La Maison Dieu 94, 2e trim. 1968, p. 128 ↩︎
- Gérard Huyghe, ibid. ↩︎
- Pierre Jounel, « La liturgie des Heures dans le renouveau liturgique de Vatican II », Notitiæ 97, septembre 1974, p. 311 ↩︎
- Pierre-Marie Gy, « Les grandes orientations de la Constitution De sacra liturgia », Notitiæ 88, décembre 1973, p. 401 ↩︎
- Bernard Botte, Le mouvement liturgique. Témoignage et souvenirs, Desclée, 1973, p. 205 ↩︎
- François Vandenbroucke, « Sur la théologie de la liturgie », Nouvelle Revue Théologique 2, février 1970, p. 158 ↩︎
- Aimé-Georges Martimort, « Bilan de la réforme liturgique », Osservatore Romano – édition hebdomadaire en langue française, 22 décembre 1972, p. 11 ↩︎
- Aimé-Georges Martimort, Mirabile laudis canticum, Edizioni Liturgiche, 1991, p. 26 ↩︎
- Aimé-Georges Martimort, ibid., p. 260 ↩︎
- Herman Volk, Pour une liturgie renouvelée, Desclée, 1965, p. 20 ↩︎
- Robert Coffy, « La confirmation aujourd’hui », La Maison Dieu 142, 2etrim. 1980, p. 20–21 ↩︎
- « Sommaire », La Maison Dieu 93, 1ertrim. 1968, p. 3–4 ↩︎
- Matthieu Cnudde, « Bulletin de théologie du diaconat », La Maison Dieu 96, 4e trim. 1968, p. 108 ↩︎
- François Morlot, « Bibliographie », La Maison Dieu 95, 3e trim. 1968, p. 147 ↩︎
- Johannes Brosseder, « La réception catholique de Luther », Concilium 118, octobre 1976, p. 105 ↩︎
- Ambroos-Rémi Van de Walle, « Rencontre du Christ et communauté liturgique. Principes préliminaires dogmatiques », Concilium 12, février 1966, p. 23 ↩︎


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