di Pietro Ferrari
Oggi si camuffano nella vacua dicitura Antifa o nel nichilismo antagonista e gridano di avere due nemici: la repressione e il fascismo. In realtà sono orfani di un’Utopia fallita che avrebbe un nome molto preciso.
Stephane Courtois assieme ad un pugno di storici francesi, scrisse un volume che ebbe grande successo editoriale: Il libro nero del comunismo, una valutazione dei genocidi e dei crimini perpetrati dai regimi comunisti in tutto il mondo. Le citazioni nel testo promettevano scintille: “Un anticomunista è un cane, su questo sono irremovibile e lo sarò sempre” (Jean Paul Sartre)
L’instaurazione di una qualche “dittatura del proletariato” non ha generato nel mondo durante il XX° Secolo nessun paradiso della classe operaia ma miseria, schiavitù (centinaia di migliaia di detenuti nei Gulag costavano 15 volte meno come manodopera, anche venti volte rispetto ai lavoratori “liberi”) e terrore. Si ricordava come nel 1947 i minorenni N. B. e B.S. di 15 e 16 anni incaricati della sorveglianza notturna dei cavalli del koloz, sorpresi in flagranza mentre rubavano tre cetrioli negli orti, venivano condannati ad otto anni di reclusione in una colonia di lavoro: in sei anni furono condannate un milione e trecentomila persone ad oltre 5 anni di carcere oltre ad un centinaio di milioni di morti (non durante una guerra mondiale ma in tempo di pace!)
Le cifre riportate erano mostruose: Oltre sessanta milioni in Cina, almeno una ventina nell’URSS, una decina tra Vietnam, Cambogia, Korea del Nord, Europa dell’Est, Afghanistan, Africa e America Latina.
Il nocciolo di questa follia al potere fu l’ascesa dell’ideologia e della politica a rango di verità assoluta e scientifica che fonda la dimensione totalitaria del comunismo: essa impose il partito unico, giustificò il terrore e costrinse il potere a investire tutti gli aspetti della vita sociale e individuale. Lenin affermava la validità della sua teoria proclamandosi rappresentante di un proletariato russo che non esiterà a schiacciare quando gli si rivolterà contro. Questa indebita appropriazione del simbolo proletario è stata una delle grandi imposture del leninismo.
Per i bolscevichi la guerra civile diventerà una forma permanente di lotta politica. Lo abbiamo appena rivisto a Torino.
Nella Russia sovietica i bolscevichi che avevano sostenuto la nazionalizzazione delle terre, trovandosi già in rapporto di forza sfavorevole poco dopo la presa del potere, dovettero recuperare il programma socialista rivoluzionario approvando la ridistribuzione delle terre ai contadini, ma la proprietà privata della terra venne poi abolita senza indennità e tutte le terre furono a disposizione di comunità di agrari locali per la ridistribuzione, legittimando gli atti di esproprio compiuti dal 1917.
Già nel 1918 i bolscevichi si erano trasformati agli occhi dei contadini in “comunisti” che li privavano dei frutti del loro lavoro… “erano proprio gli stessi?”, si chiedevano molti contadini.
Nel giugno 1918 il governo bolscevico attribuì poteri straordinari al Commissario del Popolo per l’approvvigionamento incaricato di requisire prodotti alimentari e di organizzare un vero e proprio esercito dell’approvvigionamento, ma bastava che scoppiasse uno sciopero perché quella fabbrica fosse dichiarata in stato di insurrezione. Con gli scioperanti il bolscevismo non trattava e le reazioni (padronali?!) erano la serrata, il licenziamento di tutti gli operai e l’arresto dei sobillatori come la ricerca dei “controrivoluzionari” che si presumeva fossero all’origine dello sciopero. I comitati di fabbrica, i sindacati, i partiti socialisti, i comitati di quartiere e i soviet che avevano contribuito a distruggere gli istituti tradizionali furono a loro volta spogliati del loro potere subordinandosi interamente al partito bolscevico. Venne così tradita la speranza di autogestione sovietica “nei campi e nelle officine” come l’autodeterminazione dei popoli colonizzati dall’imperialismo zarista che si ritrovarono sotto un ben più potente imperatore.
Se tra il 1825 e il 1917 le sentenze di morte pronunciate dai tribunali zaristi corti marziali comprese erano arrivate a 6231, in poche settimane la polizia politica da sola aveva giustiziato un numero di persone da due a tre volte superiore.
Eppure già nel 1921 il socialismo reale sovietico era fallito e così Lenin fu obbligato a favorire il ritorno di una economia di mercato con la NEP (Che cosè la NEP: una politica economica russaNEP (Novaja Ekonomiceskaja Politika, «nuova politica economica») – Enciclopedia – Treccani https://share.google/r3Izf0d8r78HNseal ). Una decina d’anni dopo i benefici economici del tradimento del dogma marxista dovevano essere incassati dal regime, cessò la NEP e vi fu la collettivizzazione forzata delle campagne.
Nel 1928 i contadini avevano conferito solo 4 milioni di tonnellate di derrate invece dei 6 milioni dell’anno precedente e Stalin lo definì subito come “complotto dei kulaki” o come sciopero dei Gulag, ma si poteva invece spiegare con il calo dei prezzi offerti dallo Stato, con la penuria dei manufatti e il loro alto costo. Il cerchio magico staliniano ne approfittò per ricorrere di nuovo alle requisizioni e a misure repressive. La GPU registrò oltre 1300 sommosse nelle campagne durante le quali furono arrestati decine di migliaia di contadini. Complessivamente nel 1930 quasi due milioni e cinquecentomila contadini parteciparono a quasi 14.000 rivolte sommosse e manifestazioni di massa contro il regime.
La carestia forzata del 1932-1933 non può essere compresa se non si colloca nel giusto contesto dei rapporti tra stato sovietico e ceto contadino: in seguito alla collettivizzazione forzata il koloz assicurava allo Stato consegne prestabilite di prodotti agricoli grazie a un salasso sempre più alto del raccolto che richiedeva uno sforzo disperato per i contadini: più diminuiva il raccolto e più la quota prelevata in percentuale aumentava sconvolgendo il ciclo produttivo. Nella fase della NEP i contadini vendevano soltanto il 15% del raccolto riservandone altrettanto per la semina e il 20% – 30% al bestiame. Il Politburo ordinava che i koloz inadempienti rispetto alle quote fossero privati di tutto il grano il loro possesso comprese le riserve per la semina e fu impedito con ogni mezzo ai contadini affamati di partire in massa verso le città.
L’area della fame corrispondeva alla totalità dell’Ucraina (Holodomor, il genocidio per fame in Ucraina – Focus.it), alle pianure del Don e del Caucaso settentrionale a gran parte del Kazakistan: circa 40 milioni di persone soffrirono per la carestia. Soltanto Mao in Cina col “grande balzo in avanti” (Problema del “grande balzo in avanti” https://share.google/jajdjU97xFDF5wktD ) riuscì ad applicare le politiche agricole comuniste con maggior terrore e sterminio di quelle di Stalin. Spetta dunque a lui il guinnes dei primati o il record mondiale della criminalità politica di ogni tempo.
L’ideologia marxista-leninista tendeva anche all’abolizione della famiglia, del matrimonio, del diritto all’eredità, perché l’eredità produce accumulo di capitale. I bambini, a partire da una certa età, devono essere separati dai loro genitori e affidati allo Stato per curarne la crescita e l’educazione. Le idee di Marx applicate dai regimi comunisti hanno condotto al più grande genocidio della storia conosciuta.
Siamo sicuri che la colpa è stata solo degli esecutori malvagi o di “errori procedurali” e non della stessa folle ideologia di Marx? Bettino Craxi fu particolarmente caustico sul tema: https://www.facebook.com/share/r/1AHWtK7Euz/
Se è vero che milioni di russi morirono in guerra e che – va detto – la guerra si definì a Stalingrado ben prima dello sbarco in Normandia. Detto questo, senza gli aiuti economici e militari americani l’ URSS sarebbe crollata come un castello di sabbia contro i tedeschi (Miti e verità sull’URSS nella seconda guerra mondiale – Storia tra le pagine https://share.google/rkmIxWQEWyDlwSRUO ). Chi non ci crede magari vada a leggere le memorie di Krusciov.
Il comunismo nel mondo ha quindi mostrato il suo volto. Ateismo di Stato, persecuzione del clero, dominio del Partito sullo Stato, impossibilità di cambiare governi dal basso, collettivizzazione forzata, accentramento di tutto il potere nella oligarchia del Partito senza contrappesi. Ecco perché se ci fosse davvero un partito o un movimento con queste intenzioni in Italia si metterebbe al di fuori e contro la Costituzione e dovrebbe utilizzare la violenza per sovvertire il sistema attuale, quindi sarebbe incostituzionale.
Un tale partito o movimento per realizzare quel programma dovrebbe necessariamente utilizzare metodi violenti e sovversivi rientrando nell’ambito degli articoli 270 e 270 bis o 280 del codice penale. Il “comunismo italiano” non è stato un “comunismo buono” o “diverso”, ma solo “un comunismo che non ce l’ha fatta”, per cui il PCI lentamente per non svanire si è adeguato al sistema sorto dopo il 1945.
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