Sintesi (con integrazioni ulteriori e fonti) della conferenza tenuta a Teramo da Andrea Giacobazzi il 29 novembre 2025. Due popoli, due Stati: soluzione diplomatica o chimera politica? Un’analisi che intreccia il Magistero dei Papi (da San Pio X a Pio XII), le criticità demografiche sul campo e le radici escatologiche del conflitto in Terra Santa.
Dello stesso autore, su temi affini, vedere: Anche se non sembra – Discorsi su rapporti internazionali e teologia politica.
Vedere anche: Vicino Oriente, ideologie e relazioni pericolose: 5 errori possibili
1. Premessa: La Chiesa e il progetto statale sionista. San Pio X e il rifiuto del riconoscimento
Il primo grande scontro dottrinale avvenne all’alba del movimento sionista. San Pio X, incontrando Theodor Herzl, espresse una posizione che avrebbe segnato i decenni a venire: «Noi non possiamo sostenere questo movimento [sionista]. Non potremo impedire agli Ebrei di andare a Gerusalemme, ma in nessun caso possiamo sostenere la cosa. Anche se non è sempre stata santa, la terra di Gerusalemme è stata santificata dalla vita di Gesù Cristo. Come capo della Chiesa io non posso dirvi altro. Gli Ebrei non hanno riconosciuto Nostro Signore, e per questo noi non possiamo riconoscere il popolo ebraico». La sacralità che tocca le vicende di quella terra non era e non è riducibile al dato etnico-nazionale, in particolare se iscritto nel quadro di un messianismo deviato.
Il “Vero Israele” e lo Stato secolare. La posizione poggia su una dottrina semplice: il Nuovo Israele è la Chiesa. Il popolo eletto dell’Antica Alleanza aveva la funzione storica di incontrare il Messia, non quella di ricostituire uno Stato nel 1948. Quando la sovranità statale fu proclamata, il commento dell’Osservatore Romano del 14 maggio 1948 non lasciò spazio a dubbi: «Il moderno sionismo non è il vero erede dell’Israele Biblico ma uno stato secolare […] Di conseguenza la Terra Santa e suoi Luoghi Santi appartengono alla Cristianità, il Vero Israele».
2. Il Piano Pacelli: Denunce e Soluzione Internazionale
Il periodo post-1948 trasformò il Vicino Oriente in un incubo per le comunità cristiane. In questo contesto, e già prima del 1948, la diplomazia di Pio XII cercò una via ispirata alla saggezza.
Il Corpus Separatum e la Risoluzione 181. Il 29 novembre 1947, il Piano di partizione dell’UNSCOP (risoluzione 181) propose la divisione del territorio in due Stati. Tuttavia, a causa delle pressioni del Vaticano, si stabilì che Gerusalemme diventasse un corpus separatum, una città dallo statuto internazionale. La Santa Sede auspicava che questo carattere internazionale potesse «meglio garantire la tutela dei santuari» e assicurare «il libero accesso ai luoghi santi disseminati nella Palestina, sia la libertà di culto e il rispetto dei costumi e delle tradizioni religiose».
Le Encicliche del 1948-1949. Pio XII ribadì queste necessità in alcuni documenti fondamentali. Nell’enciclica In Multiplicibus Curis (24 ottobre 1948), parlò della «persuasione dell’opportunità di dare a Gerusalemme e dintorni, ove si trovano tanti e così preziosi ricordi della vita e della morte del Salvatore, un carattere internazionale che, nelle presenti circostanze, sembra meglio garantire la tutela dei santuari». Pochi mesi dopo, con la Redemptoris Nostri (15 aprile 1949), il Papa ribadì il progetto e denunciò i danni e le profanazioni subite dai santuari durante la guerra, invocando uno statuto protettivo per i luoghi sacri in tutta la Palestina: «con la sospensione delle ostilità, si è ancora lungi dallo stabilire effettivamente in Palestina la tranquillità e l’ordine. Infatti, giungono ancora a Noi i lamenti di chi giustamente deplora danni e profanazione di santuari e di sacre immagini, e distruzione di pacifiche dimore di comunità religiose. Ci giungono ancora le implorazioni di tanti e tanti profughi, di ogni età e condizione, costretti dalla recente guerra a vivere in esilio, sparsi in campi di concentramento, esposti alla fame, alle epidemie e ai pericoli di ogni genere». Il Piano Pacelli, se così si può chiamare, e con esso ogni proposta di mediazione concreta fallirono non solo per l’incapacità e la miopia della dirigenza araba, ma per la ferma volontà israeliana di fare di Gerusalemme la propria capitale indivisibile, come dimostra la cronaca anche successiva.
3. La difficoltà strutturale dei “Due Stati”
Oggi – dopo decenni di guerre con un numero incalcolabile di morti civili e di insediamenti dislocati massivamente – la soluzione dei Due Stati è invocata ritualmente dalla diplomazia internazionale, ma la realtà sul campo suggerisce che essa sia ormai una chimera, un esercizio principalmente retorico e privo di riscontro pratico, fatti salvi imprevedibili colpi di scena. Vediamo le origini della questione.
La sproporzione demografica e il peccato originale territoriale. Fin dalle origini, lo stato israeliano è stato una costruzione artificiale caratterizzata da una sproporzione tra componente etnica e territorio. Nel 1947, gli ebrei rappresentavano circa il 30% della popolazione e possedevano appena il 6,7% della terra. Eppure, la Risoluzione 181 assegnava loro il 56,47% del territorio totale. In quest’area vivevano 500.000 ebrei a fronte di 400.000 palestinesi (una quasi parità se si contano i beduini)1. Questa distribuzione iniqua ha generato la piaga dei rifugiati palestinesi, che oggi ammontano a oltre 5 milioni di persone tra Giordania, Gaza, Cisgiordania, Siria e Libano. La domanda cruciale rimane: «Dove verrebbero messi oggi?». Pensare a uno Stato palestinese che nasca con questa ipoteca demografica significa candidarsi a risolvere un bel rebus.
Discontinuità territoriale e controllo delle risorse. Uno Stato, per essere tale, necessita di una continuità territoriale minima. La Palestina odierna, oltre ad essere spaccata in due tra Gaza e Cisgiordania, è in questo secondo blocco ridotta ad un arcipelago di frammenti risicatissimi, privi di controllo sui confini. Per non parlare del tema delle risorse vitali come l’acqua.
Gli insediamenti come Cintura di Ferro. La rete inestricabile delle colonie israeliane in Cisgiordania e la struttura del Muro hanno creato un sistema di enclave e ghetti. Jeff Halper – antropologo israeliano, autore, docente e attivista politico, direttore-fondatore di due importanti associazioni sul tema della sensibilizzazione della situazione del conflitto – già diversi anni fa spiegava nel documentario Iron Wall che la strategia israeliana non mira semplicemente al rafforzamento, ma a creare una realtà permanente, ovvero le colonie come estensioni delle città israeliane (Ariel estende Tel Aviv, Maale Adumim estende Gerusalemme).
Senza Gerusalemme non c’è Stato palestinese. Gerusalemme non ha solo un valore sprirituale e simbolico evidente, ma è pure la chiave di questa frammentazione. I cerchi concentrici di insediamenti (la Grande Gerusalemme) isolano Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania, neutralizzandone il valore economico. Senza Gerusalemme Est, non potrà mai esistere uno Stato palestinese economicamente sostenibile; esso rimarrebbe un paese del terzo mondo fatto di piccoli villaggi, con ogni potenziale di sviluppo nelle mani israeliane.
Il dilemma del Bantustan. Detto questo, Tel Aviv ha bisogno di una qualche forma, più teorica che reale, di Stato palestinese per un motivo ineludibile: non può dare la cittadinanza a 3,5 milioni di palestinesi senza perdere il carattere ebraico dello Stato, ma non può nemmeno negare loro ogni diritto all’infinito. La soluzione è un Bantustan: un mini-stato cantonizzato, dotato di indipendenza limitata, che serva per mantenere un controllo esterno sul territorio. Il rischio è dunque che non si arrivi a due popoli, due stati, ma a uno Stato e l’ombra di uno Stato. E si noti che anche l’ombra dello Stato palestinese risulta simbolicamente fastidiosa per una parte non secondaria della società israeliana.
Asimmetria militare. Un altro ostacolo insormontabile è l’assenza di sovranità militare. Uno Stato è tale se è armato e indipendente, condizione che la Palestina non potrebbe mai raggiungere vista la pressione di una potenza nucleare come Israele. Anche nazioni come l’Italia hanno limitazioni di sovranità dovute a sconfitte belliche o alleanze; per la Palestina, la limitazione sarebbe totale.
Frammentazione etnica. Inoltre, i due “popoli” sono profondamente divisi al loro interno, rendendo difficile anche l’ipotesi di uno Stato unico per i due popoli, che pure è caldeggiata dai settori più progressisti della società ebraica. In sintesi. Nello stato israeliano esistono fratture etniche e religiose rilevanti tra arabi israeliani, haredim e laici solo per citare i gruppi più significativi (con, sul conto, l’aggiunta della pressione demografica dei primi due rispetto agli ultimi). Gli haredim (giornalisticamente: ultraortodossi) non servono nell’esercito. Settori importanti della società nutrono una xenofobia galoppante: il sionismo religioso (che va distinto a sua volta dagli ultraortodossi antisionisti o a-sionisti) è spesso un mix di nazionalismo e xenofobia che risulta inconciliabile con costruzione di uno stato confinante. Proposto da intellettuali come Ilan Pappé, lo Stato unico democratico e laico è visto da molti israeliani come un pericolo «più pericoloso della bomba atomica iraniana». Eppure, Pappé sostiene che di fronte all’apartheid crescente e al quadro demografico, questa soluzione conquisterà consensi sul lungo periodo, essendo l’unica alternativa alla realtà repressiva attuale. Se il modello liberal-democratico e laico è stato un disastro in Europa, immaginiamoci nel Vicino Oriente: l’idea può dunque rappresentare, almeno per il momento, un utopistico male minore. Quanto ai palestinesi: la divisione storica tra Hamas e Fatah, e in generale tra le componenti più schiettamente islamiche e quelle meno, è profonda. Un fatto cui aggiungere la particolare complessità dovuta alla presenza di altri gruppi come gli arabi cristiani e i drusi. Anche un’ipotesi alla libanese, un tempo vista come un male minore basato sulla convivenza, è oggi ampiamente smentita dai fatti: il Libano – terra meravigliosa – è purtroppo uno Stato fallito politicamente ed economicamente, irrilevante e sotto costante minaccia.
4. Il piano escatologico: Il Tikkun Olam e l’attesa del non-Messia
Per comprendere davvero il conflitto, occorre salire di livello: dal piano politico a quello escatologico. Molte delle dinamiche attuali sono mosse da una visione religiosa che trascende la diplomazia. E nel Vicino Oriente nulla si comprendere senza guardare molto in alto (o molto in basso). Pur non ritornando su quanto già affrontato altrove, va detto Rabbi Abraham Isaac Kook tentò di coniugare il sionismo con la religione, vedendo nella presunta ricostruzione di Israele un atto riconducibile al Tikkun Olam (riparazione del mondo). Per Kook, anche i sionisti laici erano «agenti inconsapevoli della redenzione messianica»2. Questa visione3 si ritrova nel Sionismo Religioso moderno: lo Stato non è tanto un fine, ma l’inizio della redenzione (Atchalta De’Geulah)4. L’attesa messianica deviata e surrogata per via del grande appuntamento mancato con il Vero Messia ha dato questi frutti.
In assenza di una via d’uscita politica ragionevole, e data la natura del conflitto, sembra che solo un miracolo possa risolvere la situazione. Non resta dunque che difendere la verità dei fatti e pregare, ammettendo che la pace in Terra Santa non è mai stata solo una questione di confini, ma di riconoscimento della Verità.
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- «La risoluzione 181, votata dall’Assemblea generale il 29 novembre 1947, avrebbe dovuto sancire la nascita di due Stati: uno ebraico, l’altro arabo-palestinese. La componente ebraica presente al tempo nell’area compresa tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo rappresentava circa il 30% del totale e possedeva approssimativamente il 6,7% della terra (v. L. Kamel, Whose Land?, “British Journal of Middle Eastern Studies”, 42, 1, 2014). Lo Stato ebraico sarebbe dovuto essere costituito su un’area di circa 14.100 chilometri quadrati (il 56,47% del totale). All’interno di quest’ultima erano presenti circa 500.000 ebrei a fronte di 400.000 palestinesi (conteggiando i beduini si registrava una quasi parità)». v. L. Kamel, A 76 anni dalla partizione della Palestina, Il Mulino, https://www.rivistailmulino.it/a/a-76-anni-dalla-partizione-della-palestina. ↩︎
- «Ancora più controversamente, dal punto di vista di molti leader ortodossi del suo tempo, gli insegnamenti di Kook sul tikkun e la sua percezione della santità di tutta l’umanità divennero il trampolino di lancio per un sionismo religioso redentivo. Egli accolse la ricostruzione di Eretz Israel da parte dei sionisti laici come un progetto sacro e li considerò come agenti (inconsapevoli) della redenzione messianica e del tikkun. Secondo Michael Prior, “gli scritti e gli insegnamenti di Rav Kook fornirono il primo tentativo sistematico di integrare i passivi aneliti religiosi per la terra con la prassi moderna, laica e aggressivamente attiva del sionismo, dando vita a un sionismo religioso-nazionalista onnicomprensivo”. L’interpretazione del tikkun di Rav Kook, tuttavia, derivava più dalla sua lettura delle fonti cabalistiche e hassidiche che dal suo uso nei circoli sionisti laici». Da: Jonathan Krasner, The Place of Tikkun Olam in American Jewish Life, Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs: https://jcpa.org/article/place-tikkun-olam-american-jewish-life1/ Cfr. Michael Prior, The Bible and Colonialism: A Moral Critique (Sheffield: Sheffield Academic, 1997), 153. ↩︎
- «E poi il tikkun olam scomparve quasi del tutto come concetto rilevante nel giudaismo fino al XX secolo, quando il sionismo se ne riappropriò. In effetti, un filone del sionismo religioso vedeva la creazione di uno Stato ebraico come un’impresa sacra per riparare ciò che si era spezzato 2.000 anni prima, quando la sovranità ebraica in Palestina era cessata. Il rabbino Abraham Isaac Kook, fondatore del moderno Rabbinato Capo d’Israele negli anni ’20, fu tra i primi pensatori ebrei moderni a credere che il tikkun olam potesse essere realizzato dagli esseri umani agendo nella storia, in questo caso attraverso la creazione di uno Stato ebraico. Ma, curiosamente, il termine tikkun olam non prese mai piede in Israele così come avvenne invece nel Nord America». Da: Jonathan Krasner, The World is Broken, So Humans Must Repair It: The History and Evolution of Tikkun Olam, Brandeis university: https://www.brandeis.edu/jewish-experience/history-culture/2023/may/tikkun-olam-history.html ↩︎
- Cfr.: Uscire vivi dalla Valle di Giosafat (Parte II ed ultima: L’appuntamento mancato e una ferita che dura da qualche millennio)
↩︎
